giovedì 29 dicembre 2011

LE TRADIZIONI DI LUCOLI: 31 DICEMBRE, TUTTI ALLA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO A VADO LUCOLI

Bellissimo filmato realizzato nel 2006 da Que Nova News sull'evento

La Chiesa di San Michele Arcangelo di notte

Sono più di dieci anni che l'Associazione Amici di San Michele di Vado Lucoli, insieme al Parroco per gli aspetti religiosi, organizzano questo evento suggestivo, prima la Santa Messa nella piccola Chiesa sulla collina e poi, per la discesa, una fiaccolata. Al ritorno nella Frazione, sulla piazza di Vado Lucoli, verrà bruciato in un falò un fantoccio che rappresenta l'anno passato.
Quest'anno i soci hanno lavorato per ripristinare lo stradello di accesso sulla collina invaso da rovi e pietre ed anche per costruire una staccionata di sicurezza; l'amore per questo luogo di culto e di grande bellezza paesaggistica ha catalizzato molte braccia per questa attività comunitaria, NoiXLucoli Onlus ha partecipato volentieri a qualche fase di lavoro.
La manifestazione è suggestiva e senz'altro ha radici lontane, i partecipanti attivi alla Messa ed alla processione del ritorno, in quei momenti si sentono protagonisti di una vita diversa, si sentono parte di una Comunità come un anello di una catena che li unisce al vecchio e li proietta al nuovo. Questa dimensione sentimentale è ricordata ancora oggi in molti paesi dell'Abruzzo dove, per la forte emigrazione non c’e piu un ricambio generazionale e molti anziani si sentono defraudati del futuro perchè non vedono piu il ripetersi di riti antichi: le fiaccole  nessuno le accende più, anche se sono ben vive nei loro ricordi di gioventù.
La tradizione di questo evento coltivata dagli Amici di San Michele costituisce un bene culturale locale da salvaguardare e da proteggere, poliforme e straordinariamente fragile, trattandosi di un patrimonio non soltanto oggettuale ma largamente spirituale.

L'attività organizzata ogni anno il 31 dicembre alimenta un bene comune che merita di essere partecipato da più persone possibili, proprio per costruire il senso della Comunità locale, minacciata come tante altre, dalla massificazione.
La fiaccolata del ritorno, su di un terreno impervio, ha tante valenze antropologiche arcaiche: il fuoco nelle sue molteplici sfaccettature brucia, scalda, purifica, propizia, trasforma, distrugge, cancella, attira, ricrea, concentra, allontana, consuma, ispira, da energia, feconda, trasmuta, fonde, ma illumina anche il mondo, l’anima e la mente. Il fuoco ha una valenza molto contrastante, è utile ed è devastante, è santo ed e maledetto, illumina ma si disperde nel buio, scende dal cielo e riempie l’inferno. Il fuoco fonde i contrari. Il fuoco è considerato il mediatore tra il divino e l’umano per questo è stato usato in tutti i sacrifici agli dei ed è divenuto il simbolo della presenza divina.
Nell'Aquilano era vivo nella tradizione delle feste natalizie l'uso della "'ntossa", è probabile che anche a Lucoli fosse presente e, le fiaccole di oggi, sono le eredi di questa. Ogni famiglia preparava la tradizionale torcia che vieniva ricavata munendosi di una cerquotta, ossia tagliando una piccola quercia ricavandone dal tronco dritto un grosso bastone della lunghezza minima di 150 cm, la cui sommità viniva aperta ad imbuto e inzeppata di altro legno fino a formarne una grossa estremità, che veniva fatta seccare in attesa della vigilia di Natale. Dato fuoco alle `ntosse, le famiglie, guidate dal piu giovane che portava in mano la caratteristica fiaccola, si avviano alla funzione religiosa. Giunti nei pressi della chiesa, le `ntosse venivano ammucchiate tutte in un punto in mezzo alla piazza del paese così da formare un ulteriore falò (tradizione citata per San Giovanni Valleroveto AQ).
Si cita per interessanti approfondimenti l'opera di ricerca di Gabriele Tardio "I fuochi rituali nell’Italia centromeridionale", in questo studio è anche riportata la tradizione lucolana del 31 dicembre realizzata a Vado Lucoli.

mercoledì 28 dicembre 2011

TRAVEL NOTES ABOUT LUCOLI BY GILLIAN & DAN NEVERS - Memorie di viaggio dal Wisconsin

We first went to Lucoli several years ago to meet our new friends, Fabrizio and Emanuela, for Sunday lunch.  My son drove us out from L’Aquila. The road wound up into the hills and we were, very soon, in a beautiful verdant place.  I was struck by how quiet the world became just a few miles from the city.    After a long and delicious lunch in the Macondo Restaurant, that hugged the side of the road, in one of the small villages that make up Lucoli, we stopped at our friends family home.  There, we climbed down a small incline to pick apples from trees in a little orchard overlooking a beautiful valley.  Across the garden, we heard a dog bark as it kept a group of sheep together. 
We did not return to Lucoli until 2010, a year after the earthquake.  The land was still beautiful, although now achingly so, as it was marked by destruction.  Whole towns lay in rubble, and so many buildings were boarded up and closed to inhabitants.   
On that trip, I visited the Abby of St. John the Baptist and wondered if it would be possible to restore the damage that had been done to it.  There was a mass taking place outside the Abby, and the lovely space where the Garden of Memory now is was filled with hundreds of Abruzzesi  Communion went on for what seemed like forever. Priests were stationed throughout the grounds, and a procession of the faithful moved silently toward them to the sound of otherworldly singing.  I knew then that the Abby, as well as the whole of Lucoli, would some day be restored.  
That night,  Dan and I marveled at how wonderful it was to see so many stars in the black sky.  We fell asleep to the song of a nightingale.  Sometime towards morning, an owl called. 

The meanings of the earthquake illustrated by objects placed on the window of the closed Church of the Blessed Cristina: candles to listen to the prayers, flowers, a safety helmet to protect from the earthquake, rosettes, there is a world of thoughts to be discovered in this place

Gillian e suo marito Dan Nevers sono americani del Wisconsin, hanno adottato un albero degli antichi pomari autoctoni del Giardino della Memoria come testimonianza dei loro sentimenti verso la Comunità abruzzese colpita dal terremoto, ci hanno scritto una bella testimonianza del loro viaggio a Lucoli che pubblichiamo.
Li ringraziamo del loro amore per Lucoli e li aspettiamo di nuovo, la prossima estate, per fargli provare altre indimenticabili esperienze di viaggio in questo territorio bellissimo.



Un tramonto estivo foto di Gillian Nevers

lunedì 26 dicembre 2011

LA COLOMBA BIANCA DEL PARROCO DELL'ABBAZIA DI SAN GIOVANNI BATTISTA


Colombe: miniatura del bestiario medioevale intitolato "Fisiologo"

La colomba del Parroco - foto di Gianni Soldati
Le colombe inizialmente erano due: una non c'è più vittima di possibili predatori, animali ed umani (visto che a Lucoli la caccia è un'attività molto praticata).
Il senso biblico della colomba che forse il Parroco dell'Abbazia di San Giovanni Battista voleva evocare ci arriva comunque alla mente anche con uno solo di questi animali.
La colomba bianca è il simbolo di San Giovanni Battista, il precursore di Cristo, del quale egli stesso dice “in Verità vi dico, fra quanti sono nati di donna, non è mai esistito nessuno più grande di Giovanni Battista” (Lc. 16, 16).
C'è un testo antichissimo: il  "Fisiologo" che codifica i significati degli animali. In esso sono raccontate tutte le nature degli animali, che l’uomo deve conoscere affinché ne possa trarre esempi di religione e di fede. Dalla versione più antica di questo testo, scritta in greco nel II-III secolo dC, ne deriveranno diverse e successive in latino. Da questo testo riportiamo alcuni spunti sulle colombe.  Isidoro di Siviglia (VII sec. dC) nel suo Ethymologiae, fa derivare il nome di questo uccello dal suo collo, che cambia colore ogni volta che gira. Lo descrive come un uccello mansueto, che frequenta le case degli uomini. Gli antichi le chiamavano “uccelli di Venere”, perché frequentano assiduamente il nido e stimolano l’amore coi baci, ma sono anche caste, perché si accoppiano una volta sola. A proposito delle colombe è raccontata un'altra storia: c’è un albero in India il cui frutto è dolcissimo e gradevole. Le colombe amano riposarsi su questo albero e nutrirsi dei suoi frutti. Ma in questa storia c’è anche un drago, che è tanto temuto dalle colombe quanto questi teme l’albero, al punto che non osa avvicinarsi nemmeno alla sua ombra. Così, per insidiare le colombe, osserva l’albero: se proietta la sua ombra a destra, lui si sposta a sinistra e viceversa. Così le colombe, che temono il drago e conoscono la sua paura, stanno protette fra i suoi rami, sempre nella parte in ombra. A volte capita che qualcuna si sposti, solo allora il drago approfitta e la divora. L’albero è il Signore ed i fedeli sono le colombe, l’ombra dell’albero è lo Spirito santo, infatti l’arcangelo Gabriele dice alla Vergine: “ lo Spirito  Santo verrà sopra di te e la potenza dell’altissimo ti coprirà della sua ombra” (Lc. 1, 35). Il messaggio morale contenuto nella storia è rivolto dunque al cristiano che deve perseverare nella fede di Dio e nella Chiesa e deve fare attenzione a non essere sorpreso fuori dall’albero (non cadere in tentazioni, non peccare), altrimenti il drago (diavolo) subito lo divorerà, come successe a Giuda.
Le nostre vite fatte di mille incombenze che scaturiscono da necessità materiali che ci affannano e ci lasciano poco tempo per pensare ed osservare, non si giovano spesso di riflessioni sul significato religioso di una colomba e sul senso della sua bellezza su di un terreno innevato o su di un albero scheletrico, spogliato dal freddo inverno.
La vita dei sacerdoti, invece è fatta anche di studio, necessità che nasce dal silenzio, di cui è come una prosecuzione. Molta gente penserà che non è necessario studiare quando non ci sono più esami da dare, traguardi da raggiungere, quando premono attività e necessità, quando le comunità pastorali esigono tempo. Lo studio e la meditazione possono sembrare un’assenza di carità, che sottrae i sacerdoti alle ferite urgenti delle persone. Lo studio, invece, per un sacerdote è un lavoro che permette di assimilare quella scienza di Cristo e quella scienza dell’uomo che costituiscono il livello più alto e più interessante della conoscenza.
E' per questo sapere  ecclesiastico che le colombe  sono arrivate a Lucoli e volavano sul cielo dell'Abbazia, differenziandosi con stupore dell'osservatore dal nero delle molte cornacchie, perchè traducevano con la loro vita ciò che le scritture avevano stabilito, per dare anche un messaggio ai frettolosi contemporanei.
E' Natale e la colomba del Parroco, immortalata dalla macchina fotografica in una giornata invernale, ci ha donato il suo messaggio di morale cristiana oltre ad una sensazione di pura bellezza visiva per tutti i non credenti.
La colomba con alle spalle il campanile della Chiesa della Beata Cristina

sabato 24 dicembre 2011

NUOVE E BELLE TRADIZIONI CHE NASCONO A LUCOLI. IL PRESEPE DI CASAVECCHIA.

E' qualche anno che nel piccolo giardino di Casavecchia viene realizzato da adulti e bambini un bel presepe, attività corale comunitaria di rara manifestazione a Lucoli: protagonisti gli "Amici del presepe di Casavecchia".
Il presepe allieta gli abitanti della Frazione ma anche tutti i passanti che trovano nel locale di Macondo un riferimento di ristoro nel paese e costituisce una manifestazione religiosa ed artistica originale.
Il presepe di Casavecchia realizzato dagli "Amici del presepe di Casavecchia"
La tradizione del presepe: il presepio come lo vediamo rappresentare ancor oggi nasce secondo la tradizione dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme coinvolgendo il popolo nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223, episodio rappresentato poi magistralmente da Giotto nell'affresco della Basilica Superiore di Assisi. Primo esempio di presepe inanimato è invece quello che Arnolfo di Carnbio scolpirà nel legno nel 1280 e del quale oggi si conservano le statue residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma. Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti producono statue di legno o terracotta che sistemano davanti a una pittura riproducente un paesaggio come sfondo alla scena della Natività, il tutto collocato all'interno delle chiese. Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani.
Sono belle le parole del Papa Benedetto XVI sul presepe: "Costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli. Il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme. San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo il tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione. Il Presepe può infatti aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale "da ricco che era, si è fatto povero" (2 Cor 8,9) per noi. La sua povertà arricchisce chi la abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: "Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc 2,12). Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila. Non c’è altro Natale".
Con queste bellissime parole ringraziamo gli "Amici del presepe di Casavecchia" per ciò che hanno fatto anche per noi, riscaldandoci il cuore ricordandoci il senso della pace tra gli uomini.

giovedì 22 dicembre 2011

GATTI TERREMOTATI E...... GATTI NATALIZI......


Colle di Lucoli subito dopo il sisma del 2009: un gatto sbigottito


Nella Frazione di Colle di Lucoli oltre alla Famiglia Giardini che vi risiede, sono rimasti solo i gatti, che fuggono impauriti allo sfrecciare delle macchine, perchè Corso Visconti è come se fosse un'autostrada.......(ci chiediamo se non fosse zona rossa in qualche sua parte).

I Gatti del Colle vivono, abbastanza affamati, infreddoliti ed inselvatichiti, aspettando il fine settimana e qualcuno premuroso che gli porti del cibo.
Sono i più fedeli abitanti di questa Frazione e forse ancora non capiscono perchè in giro non si veda più nessuno, magari i padroni o i nemici di un tempo (veniva infatti praticato un controllo delle nascite, ahinoi, delle vite già mature..... di tipo "nazista").
Continuiamo a dispensare auguri natalizi inconsueti a chi non li ha mai avuti e regaliamo un pensiero affettuoso (e croccantini natalizi) a questi animali inconsapevolmente colpiti dal terremoto.

Dedichiamo un Buon Natale felino anche a loro: cliccate sul link!

giovedì 15 dicembre 2011

Dedicato ai "GIOVANI RIBELLI" di Lucoli: i briganti del 1861. Nel centocinquantesimo dell'Unità d'Italia.

Incisione di Bartolomeo Pinelli: brigante con cane di razza "corsa".
Questo testo non vuole avere la pretesa di competere con illustri conoscitori e studiosi della materia, tantissimo è stato scritto in merito al brigantaggio nell'Aquilano.
Ci piaceva l'idea di riportare a memoria a distanza di 150 anni e proprio nell'anno in cui l'Italia ha celebrato l'anniversario della sua unificazione, i nomi  di giovani lucolani che, forse incosapevolmente, hanno animato una resistenza politica verso quell'unità, alimentando con le loro azioni delittuose, un desiderio di restaurazione verso i Borboni o comunque un malessere verso i nuovi governanti che avevano fatto sì l'Italia, ma che, ne imponevano la "ragione di stato".
Documentandoci, ci è sembrato di rivedere per le vie di Colle di Lucoli, quell'Amedeo del Soldato, nato a Colle il 28 Febbraio 1840 da Innocenzo e da Luisa Giannone, che fu prima "garzone" a servizio della marchesa Quinzi, poi soldato borbonico un po' sbandato, ed infine si diede alla macchia per non arruolarsi nelle file dell'esercito italiano. Già nelle cronache del '62 è nominato quale uno dei più pericolosi briganti sulle montagne di Tornimparte e di Lucoli. Viene ricordato di "statura piuttosto alta, con barba lunga, di bell'aspetto", nel maggio-ottobre del 1868 il Del Soldato operava con il grado di "caporale" sotto Sottocarao e Trapasso sulle montagne di Preturo, Cagnano, Lucoli. Rimase ucciso (forse non si volle catturarlo vivo),  il 1° gennaio 1869, alle ore 8 di mattina, presso Torre di Taglio, aveva solo ventinove anni.
Oppure, abbiamo riveduto con l'immaginazione la Frazione di Colle al tempo dei briganti, così come la descrive in un suo interrogatorio Andrea Miocchi, massaro dell'allevatore Ratini di Lucoli, i briganti erano provveduti di "munizioni di ogni specie  per mezo dei carbonai che si recavano in Aquila a vendere carbone in ogni giorno si mercato, di talchè non mancava ad essi mazzi di cartucce polvere e palle, che nella permanenza della comitiva in queste montagne quasi in ogni sera scendevano al villaggio di Colle a bere ed a mangiare e che da tutti in quel paese eran bene accolti senza distinzione, che dei tanti pranzi avevano pure ricevuto dagli altri villaggi di Santa Croce, Prata e Peschiolo e che quando partivano dalla montagna per restituirsi in Roma lasciavano le armi presso un prete del Corvaro".
Altri nomi di giovani del territorio, Michele Giannone di Lucoli Alto, fucilato nel 1861, Amedeo Giusti (che rubò dei vestiti al Sindaco di Tornimparte Corpetti) fucilato nel 1873 a Castiglione, Achille Vizioli del Peschiolo, Angelomaria Ciccani (processato e condannato il 28 maggio del 1868), Michelangelo Dieghi, Pasquale di Rocco e forse tanti altri che non abbiamo nominato.
Nell'anno del centocinquantesimo vogliamo dedicare anche a loro un pensiero di pietà ed ammirazione, così come lo abbiamo fatto per un cittadino illustre di Lucoli del tempo, che invece è dalla parte "giusta" nella storia patria:  Pietro Marrelli, mazziniano, che  l'Unità l'ha voluta con tutto se stesso. La Scuola Elementare di Lucoli gli è dedicata, nessuno ricorda più, invece, Amedeo del Soldato sempre figlio della stessa terra.
I briganti lucolani, ci arrivano dalla storia come personaggi oscuri, di cui si conoscono solo le efferatezze commesse ai danni dei proprietari terrieri del tempo: ad esempio i Cialente, i Properzi, oppure dei Sindaci, citatissimo nelle cronache giudiziarie quello di Tornimparte: Corpetti, ma anche quello di Lucoli, Massimo Properzi, che proteggevano gli interessi dei ricchi locali e naturalmente del governo unitario. Di questi giovani si conoscono solo le efferatezze compiute, raccontate in modo solerte da chi gli dava una feroce caccia, che in genere si concludeva con la loro morte.
Sembra che, contrariamente a quanto avvenne ad esempio a Tornimpare o in altre zone dell'Abruzzo e del Meridione, a Lucoli i briganti non venissero pienamente sostenuti dalla popolazione. Il forte indotto dell'attività armentizia, creava solidarietà per i datori di lavoro che venivano duramente colpiti; non dimentichiamo che nella scala sociale dei poveri un pastore, un casaro, un garzone stavano meglio del contadino, che era l'unico vero miserabile.
A spingerci nella scrittura di questo testo è il senso della pietà per dei vinti che non erano così tanto ingiusti, per quegli uomini che le vicende disgraziate della storia hanno relegato in un mondo di ombra, a cui neanche la pietà dei vivi per i perdenti è stata concessa per tanto tempo.
Le storie di Del Soldato, del Giusti e degli altri sono tutt'uno con quelle di fame e miseria che la comunità di Lucoli ha sopportate per tanto tempo ed il cui retaggio sotto forma di spopolamento del territorio è ancora sotto i nostri occhi. Le loro storie si intrecciano con le vicende dei ceti più umili: pastori, carbonai, contadini; sono le storie dolorose delle montagne, delle Frazioni di Lucoli ora anche desertificate dal terremoto del 2009, di tante genti vissute fino a qualche decennio fa e la cui eco risuona ancora tra la valle del Rio, le querce di Santa Croce o le montagne di Campofelice.
Le condizioni dell'Abruzzo sono state sempre caratterizzate da una profonda miseria e con l'avvento del nuovo governo, la miseria è aumentata e con essa è apparso il brigantaggio, che nacque all'inizio come fenomeno politico, ma che poi assunse un carattere di protesta sociale ed a livello di territorio anche di ribellione alla condizione feudale, di rivincita contro i torti e le angherie subite ad opera dei "galantuomini", nobili proprietari di terre ed armenti, borghesi e notabili (molti cognomi sono ancora oggi tracciabili e noti), che si spartivano la vita economica del paese e che cercavano garanzie pe ri loro beni con ogni governo.
La storia d'Abruzzo, come tutti sanno, è sempre stata un susseguirsi di occupazioni violente (barbari, normanni, svevi, angioini, aragonesi); le popolazioni avevano sempre assistito inermi a tali avvenimenti, ma ora gli eventi del 1861/1862 non vengono più accettati con rassegnazione: il nuovo usurpatore, la nuova sopraffazione non possono più essere sopportati, occorre reagire e le masse contadine iniziano a muoversi. Gli Abruzzesi consideravano da sempre il Regno di Napoli come loro patria: così, ad esempio, i contadini teramani, pur di non votare al plebiscito di annessione al Piemonte, si ribellarono e si ritirarono in montagna, formando bande di briganti per evitare rappresaglie.
La causa più vera del fenomeno politico del brigantaggio, è da ricercarsi nelle condizioni disagiatissime dei contadini, perché con il loro ristretto salario quotidiano non riuscivano a garantirsi il minimo vitale; tributi nuovi, l'aumento del sale e del pane, l'elargizione pecuniaria da parte di elementi reazionari per ingrandire l'opposizione o comprare l'omertà, l'odio per il padrone, il disordine amministrativo, l'analfabetismo.
Elevandoci dal nostro osservatorio d'affezione, quello di Lucoli, ricordiamo le cifre di questa tragedia umana che interessò tutta l'Italia meridionale e non solo l'Abruzzo.
Il governo Cavour dispiegò un esercito di 120.000 uomini, tra fanteria, bersaglieri, cavalleggeri e reali carabinieri, oltre a decine di guardie nazionali costituite da volontari che provenivano dai comuni interessati dal brigantaggio. Sembra non precisa la cifra di 14.000 briganti uccisi in combattimento, fatti prigionieri e condannati ai lavori forzati ma soprattutto passati per le armi dopo la cattura fino a tutto il 1870. La logica che animava i piemontesi era di pura espressione militare, quindi di repressione ed anche la popolazione inerme era un poteziale nemico.
Fu una serie infinita di ritorsioni a catena, di vendette: sangue chiamava altro sangue. Da parte dei governanti "unitari", i piemontesi, fu imposta la ragion di stato e la storia (che scrivono sempre i vincitori) che abbiamo studiato a scuola o all'università ci ha nascosto le stragi, i saccheggi, le brutalità, gli stupri, commessi da un esercito che si comportava come i precedenti invasori che almeno non avevano usato retorica idealistica per giustificare le loro azioni.
Dall'altro lato i "briganti" nelle cui fila c'erano ex ufficiali borbonici, ex garibaldini velocemente liquidati dal governo Cavour, renitenti alla leva come Amedeo del Soldato, ma anche francesi, spagnoli, criminali comuni, ma soprattutto braccianti e contadini, il ceto sociale dei cosiddetti "cafoni" che non trovavano nel nuovo Stato una collocazione, visto che era ancora retto da logiche feudali e che forse volevano, per orgoglio, vendicarsi di vecchie angherie subite a livello locale.
Per i nostri avi che hanno militato nelle file dei briganti non c'è stato futuro, sono stati scovati ad uno ad uno, non potevano sperare nella clemenza di uno Stato che gli aveva dichiarato una lotta senza quartiere, che non aveva esitato ad imprigionare amici, parenti, innocenti o semplicemente sospettati di qualsivoglia legame.
Ed alla fine di questo anno 2011 che ha visto tantissimi festeggiamenti per questa Italia unita (ma forse poi non così tanto........), dalle semplici pagine di questo blog vogliamo dedicare un ricordo a questi uomini della nostra terra, il cui coraggio è stata la ricchezza più difficile da abbattere; il coraggio di chi si è ribellato (chi saprebbe farlo oggi "lanci la prima pietra"......) di chi sapeva di non avere speranze per sopravvivere e che ha preferito per questo morire.
Celebriamo con le nostre parole di contemporanei il coraggio della loro forza e dell'attaccamento alla loro terra dove si sono fatti ammazzare.
Anche loro hanno costruito la storia della nostra Patria e come il Lupo che cerca di sopravvivere oggi, nello stesso territorio aspro di  montagna, non erano poi così cattivi.
Questi erano i "trofei" dei piemontesi.
Foto di briganti uccisi ed esposti come monito, per giorni, alla vista del popolo.

Pasquale di Prospero di Tornimparte ha scritto questo libro
ricchissimo di documenti d'archivio al quale ci siamo in parte ispirati.
Per questo testo ringraziamo le nostre fonti autorizzate: 
Fabrizio Caporale, Angelo De Nicola ed Alessandro Ricci: "Il brigantaggio nell'Aquilano" http://www.angelodenicola.it/articoli/brigantaggio/brigantaggio_indice.htm;
Diocleziano Giardini: Il brigantaggio nella Marsica. http://www.terremarsicane.it/node/319
Pasquale di Prospero: autore del libro "Dove osarono i briganti". Edizioni controcorrente 2004.


lunedì 12 dicembre 2011

Some Lucoli's memories by Alan Turner - New York.


Colle di Lucoli una finestra dedicata alla Madonna - Foto di Alan Turner
Our first trip to Lucoli was on New Year's Day 2008, my memory was of a beautiful and rugged landscape.  It later snowed and we feared getting stuck  in Lucoli and so drove back to Rome in a beautiful gentle snow storm.  I vividly remember returning to Lucoli after the earthquake, in 2010.  We drove around with Fabrizio and Tony. The devastation was  overwhelming. Towns and villages were reduced to rubble but the  landscape was still ruggedly beautiful. I felt that the resilience of  Lucoli and the surrounding area would enable it to survive, and to  prosper. I felt that resilience in the good nature of the people  whom I met.
In 2011 I returned again and saw the ruins of the magnificent Abby which I am sure will be restored. I saw as well the memory garden  which Fabrizio and Emanuela constructed in many instances with their
own hands. Resilient Lucoli will survive and prosper. How could it not?
Alan Turner currently lives and works in New York City. A Bronx native and graduate of the University of California, Berkeley, Turner has exhibited in the United States and internationally at galleries in New York and Europe. His work is also in such major museums as The Metropolitan Museum of Art, MoMA, The Whitney Museum of American Art, and the Museum of Fine Art in Boston, Massachusetts.
Le opere di Alan Turner sono esposte: 
Addison Museum of American Art, Andover, MA. ARCO Center for the Visual Arts , Atlantic Richfield, Los Angeles, CA. Australian National Bank, Canberra, Australia. Bank of America, San Francisco, CA. Centerre Bank and Trust Co., St. Louis, MO. Cigna Corporation, Hartford, CT. Continental Bank of Chicago, Chicago, IL. Denver Art Museum, Denver, CO. Fried, Frank, Harris, Schriver & Jacobson, New York, NY. Goldman-Sachs, New York, NY. Green Point Corp., New York, NY. Hayden Gallery, Massachusetts Institute of Technology, Cambridge, MA. Hebrew Home for the Aged, Riverdale, NY. JP Morgan Chase Bank, New York, NY. Minneapolis Institute of Art, Minneapolis, MN. Museum of Fine Art, Boston. A. Museum of Fine Arts, Houston, Texas. Museum of Modern Art, New York, NY. Neuberger and Berman, New York, NY. New York Public Library, New York, NY. Ohio University, Athens, OH. Prudential Insurance Co., Newark, NJ. Southeast Banking Corp., Miami, FL. Third National Bank & Trust Co., Dayton, OH. Wertheim & Co., New York, NY. Whitney Museum of American Art, New York, NY. Hood Museum of Art at Dartmouth College
Metropolitan Museum of Art, NY. Southeast Banking Corp., Miami, FL.
Alan Turner è un pittore americano che ha imparato ad amare Lucoli e che ha sostenuto il Giardino della Memoria adottando un albero. Ci ha regalato alcune sue impressioni di viaggio ed una bella foto da lui scattata a Colle.
Un acquarello di Alan Turner
Turner sarà di nuovo in Italia nel prossimo mese di gennaio 2012, senz'altro vorrà ritrovare i paesaggi di Lucoli, che osserva sempre in modo attentissimo, cogliendo, come solo un artista sa fare, la bellezza di particolari che sfuggono ai più.
Alan Turner è stato uno dei primi a credere nel Memoriale già dal 2010

giovedì 8 dicembre 2011

Ma il lupo fotografato a Campofelice lo saprà tutto quello che si dice di lui?

Un esemplare di lupo dall'aria spaventata fotografato a Campofelice
foto di Edoardo Di Carlo
Il Lupo italiano era stato in passato ascritto alla sottospecie italicus, ma recenti indagini genetiche hanno smentito la validità di tale sottospecie. Lupo e cane (Canis lupus familiaris) appartengono alla stessa specie polimorfica e sono quindi tra loro interfecondi.
Distribuzione Geografica del Lupo in Italia sugli AppenniniDistribuzione geografica del Lupo in Italia.
Il Lupo è uno dei mammiferi selvatici con la distribuzione geografica più estesa. L’areale originario, infatti, interessava gran parte dell’emisfero settentrionale e comprendeva l’intero continente nord-americano ed eurasiatico. In seguito alla persecuzione operata dall’uomo, ha progressivamente ridotto il suo areale, fino a risultare estinto, nel secolo scorso, da tutta l’Europa centrale e settentrionale.
Un quadro articolato e completo della evoluzione del popolamento di lupo in Italia è quello presentato nella relazione introduttiva "Evoluzione della popolazione di lupo in Italia dal 1900 ad oggi" al Convegno di Sanremo (30 novembre 2000, "Grandi carnivori e attività umane: come gestire i conflitti").
Status e Conservazione del Lupo in Italia.
Nonostante il numero di lupi in Italia abbia mostrato negli ultimi decenni un costante e progressivo aumento, la specie resta minacciata per la limitata consistenza complessiva della popolazione presente nelle montagne dell' Italia, che è stimata in 400-500 individui. Il principale fattore di minaccia è rappresentato dalla persecuzione diretta operata dall’uomo. Attualmente si stima che 50-70 lupi vengano uccisi illegalmente ogni anno, con un impatto sulla popolazione superiore al 10%.
Ecologica e etologia del Lupo.
L’adattabilità del Lupo è anche legata al carattere opportunistico della sua dieta; questo carnivoro infatti, oltre a predare mammiferi selvatici e domestici di dimensioni molto variabili, si ciba di carcasse, rifiuti, e limitate quantità di frutta. Questo predatore è caratterizzato da bassissime densità, determinate dall’organizzazione sociale: vive in piccoli gruppi familiari, di solito formati da una coppia di adulti con la prole, all’interno di un territorio che viene difeso dai conspecifici. Le limitate dimensioni dei gruppi (2-7 individui) e le amplissime dimensioni dei territori determinano densità medie di 1-3,5 individui/100 Km2.
Il lupo è protetto da tempo anche dal progetto “Life Wolfnet”: esso è promosso da Parco Nazionale della Majella, Parco Nazionale del Pollino, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi – Monte Falterona e Campigna, Provincia dell’Aquila, Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Lazio e Tosca, Legambiente, insieme hanno proprio il compito di combattere quei fattori che possono essere rischiosi per il lupo, attraverso dei programmi che migliorino anche il contesto in cui l’animale vive e limitando i danni che possano essergli arrecati.
Il lupo nei tempi: cosa pensavano di lui .....
Benché il significato simbolico di tale animale sia generalmente legato al male, alla distruzione e all’ingordigia, le sue qualità di fierezza possono anche assumere un carattere protettivo e quindi procuragli una forma di venerazione. Nel suo aspetto maligno è associato con gli dei delle morte e può rappresentare la morte stessa; nelle civiltà primitive, i lupi e i corvi rappresentano spesso i “familiari” delle divinità dei morti.
Secondo una leggenda diffusa nel medio ed alto Sangro la tradizione popolare vuole che i lupi accompagnino, una carrozza nera con i vetri oscurati, trainata da cavalli infernali, che trasporta le anime delle persone trapassate attraverso un sentiero che porta ai luoghi dove sono tumulati gli avi.
Come incarnazione di tutti i poteri del lato oscuro e distruttivo della natura, il lupo, se adorato diviene una delle divinità terribili. Il dio egizio Upuat, o Ap – Uat, può essere ritratto sottoforma di lupo, o anche soltanto con la testa di lupo o di sciacallo; egli è anche Kenti Amenti, “Colui che apre la via”, ed era uno psicopompo cioè una delle creature che avevano il compito di condurre le anime dei defunti oltre la porte che essi dovevano superare, e di governarle; inoltre, guidava l’imbarcazione del sole e il suo stendardo precedeva il re nel trionfo.
Viceversa il lupo appare sotto una luce generalmente favorevole nella mitologia celtica e irlandese. Una tribù irlandese sosteneva di discendere da un lupo e Cornac, re d’Irlanda era stato allattato dai lupi, come Romolo e Remo, e sovente si faceva accompagnare da loro.
Fino all’età moderna questo predatore è stato considerato, in Europa centrale, molto pericoloso. Non meraviglia che nelle favole esso costituisca la minaccia maggiore per gli uomini, che assumono la figura del nemico in forma di animale e che i lupi vengano ritenuti esseri umani sanguinari, che hanno subito una trasformazione come i Lupi Mannari. A tal proposito esistono nella zona pedemontana e montana della Majella Orientale, delle leggende nella quali si narra che di canidi molto feroci e di branchi di lupi famelici capeggiati da strani esseri, che la fantasia popolare identifica con demoni. Si dice che lungo l’antico braccio tratturale che da Torricella Peligna porta a Bomba, si incontra una strana figura che somiglia a un grande lupo che si muove velocemente e a volte prende la postura eretta come quella di un essere umano!! Spesso si avventa contro sprovveduti viandanti che all’imbrunire di notti stellate scelgono di passare per quel sentiero!!
Durante la Prima Guerra Mondiale molti soldati abruzzesi, per andare nel molisano, dovevano attraversare il valico chiamato “Colle del Soldato” dalle parti di Agnone. Questa zona pare che fosse infestata da lupi; una sera particolarmente rigida e nevosa alcuni soldati attraverso il valico, ma mentre lo oltrepassavano gli si parò davanti una oscura ed enorme figura che sbarrò loro il cammino una nebbia fredda e gelida avvolse questi uomini che furono circondati da miglia di lupi con gli occhi di fiamme. Il giorno dopo, quando un altro gruppo di militi passò di qui videro solo alcune paia di scarpe buttate sul giglio del sentiero. Presso i romani, la comparsa di un lupo prima della battaglia poteva significare vittoria poiché esso apparteneva alla sfera culturale del dio guerriero Marte.
Al contrario, gli Spartani temevano la sconfitta prima delle battaglia di Leuttra (371 a.C.) allorché alcuni lupi assalirono le proprie greggi. Benché il lupo, dato che vede “di notte”, possa essere considerato un simbolo del Sole mattutino (Apollo Linceo), riguardo a esso prevale il significato negativo di immagine delle potenze selvagge e sataniche.
In contrasto di quanto detto sinora, ci sono leggende in cui lupe allattano e crescono bambini come il succitato Romolo e Remo, in cui il temuto animale diventa protettore di creature indifese anche se in ogni caso prevale sempre la paura del lupo.
Nell’iconografia cristiana il lupo compare in primo luogo come simbolo del nemico diabolico, che minaccia il gregge dei fedeli. Solo ai Santi è concesso il potere di trasformare in devozione, con la loro amorosa forza di persuadere il carattere selvaggio di questo animale da preda, così, per esempio San Francesco d’Assisi, San Franco da Assergi, Guglielmo da Vercelli, che sellò un lupo solo per citarne alcuni. Tra queste leggende di canidi ammansiti vi è da annoverare quella del lupo di Pretoro; la leggenda vuole che tanti e tanti secoli fa una famiglia di boscaioli, che vivevano al limitare del bosco, fu aggredita da un lupo che rapì il loro piccolo. I genitori si disperarono e in special modo l’uomo che era assente durante incursione del predatore. Il boscaiolo rimproverò aspramente la moglie e mentre faceva ciò gli apparve San Domenico,che impietosito dalla situazione, opera il miracolo di ammansire il lupo, che riportò il bambino rapito alla famiglia. In ricordo di tale episodio si celebra una festa popolare, la prima domenica di Maggio, in onore di San Domenico che secondo la tradizione ammansì un lupo ed è anche signore dei serpenti, poiché Egli è protegge dal morso delle serpi e si invoca in presenza di rettili. Si dice, inoltre, che tutte le donne di Pretoro abbiano qualità divinatorie come le streghe e conoscano perfettamente le proprietà medicinali delle piante della Majella.
Il lupo è visto come simbolo di perfidia e slealtà è presente nelle favole come colui che fa la morale agli agnelli o in quella del “lupo e la gru” che una volta salvato dal volatile il canide la uccide; la più famosa in assoluto è senza dubbio quella di Cappuccetto Rosso in cui il lupo sotto mentite spoglie si presenta alla fanciulla che nella versione di Perrault soccombe, venendo divorata dal lupo. La favola termina con la morale che le bambine dovrebbero stare lontano dai lupi che in questo caso simboleggiano inganni sessuali perpetrati a danni di fanciulle sprovvedute.
In vero, il lupo è un animale molto intelligente, timido e fiero, relegato in una nicchia a causa dell’assoluta mancanza di prede selvagge e costretto a vivere in spazi molto angusti dei parchi o delle riserve, nutrendosi, a volte, di rifiuti.
Nelle società agro-pastorali, come l'Abruzzo, questo animale, ha sempre goduto di un fama sinistra, ma presso i Lapponi e gli Esquimesi, esso è venerato come una divinità apportatrice di vita e di morte, del sole e delle oscurità e per il suo straordinario potere sulla luce.
Questa immagine deleteria e perniciosa si è stratificata nei secoli diventando una valida scusante per lo sterminio indistinto di queste povere bestie che nel 1982 sono diventate una specie protetta.
La tradizione del lupo come simbolo della malvagità, è nata, quindi, da un pericolo reale connesso al mondo agreste della pastorizia, nelle zone montane, pedemontane e nelle pianure ove il lupo aggrediva le greggi sterminandoli e negli inverni più rigidi si spingevano fino alle porte di molti paesini di montagna facendo temere per l’incolumità dei loro abitanti.
Fonti
Maria Concetta Nicolai, “Calendario abruzzese” ed. Menabo Pescara 1996
Ireneo Bellotta, Emiliano Giangristofaro, “Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità dell’Abruzzo” ed Newton & Comptons Roma 1999
Giovanni Pansa “ Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo” Arnaldo Forni Editore Teramo Ristampa del 1924.
Nicoletta Travaglini in Mystero la rivista del Possibile
Nicoletta Travaglini in Park News
Jean Chevalier, Alain Gheerbrand “Dizionario dei Simboli” Biblioteca Universale Rizzoli 2001
Nicoletta Travaglini “ Il Miracolo Eucaristico di Lanciano” in Graal Rivista Bimestrale Anno I n. 3 Maggio-Giugno 2003
In parte tratto da: http://cultura.inabruzzo.it/00840_il-lupo

martedì 6 dicembre 2011

GLI AUGURI PER UN SANTO NATALE. LA NATIVITA' DI GIOVANNI ANTONIO DA LUCOLI (1491).

Con grande piacere continuiamo questa linea editoriale di riscoperta dei grandi uomini originari di Lucoli e di ogni forma artistica nata, nei tempi, in questo territorio.
Un blog si presta agilmente alla divulgazione di notizie storiche e culturali, disponibili nei musei o nei libri e ben salde nella conoscenza dei cultori della materia, noi vogliamo riportarle all'attenzione della Comunità in modo semplice. E' per questo che le ricerchiamo con pazienza per pubblicarle, in qualche caso, interpretandole con gli occhi dei contemporanei abitanti degli stessi luoghi. Ci è sembrato bellissimo poter fare gli auguri per il Natale 2011 pubblicando l'immagine del dipinto sulla Natività di un pittore del '600 senz'altro nato a Lucoli.





La Natività



Giovanni Antonio (Giannantonio) da Lucoli (Giovanni Antonio Aquilano) nacque con ogni probabilità nel 1491 da Gregorio di Cola di Taiano da Lucoli, non è certo se a L'Aquila o a Lucoli stesso.
Nel "libro de' fuochi" - un registro comunale delle famiglie residenti all'Aquila - del 1508 relativo al quartiere di Santa Giusta, alla data del 7 giugno, si legge che Giannantonio aveva diciassette anni e che era figlio di Gregorio di Lucoli, morto durante la peste del 1503 (Chini, p. 118). Se nel 1508 L'Aquila risulta essere il luogo di residenza dell'artista, nulla lascia intendere che sia stato anche quello di nascita; la famiglia poteva infatti essersi lì trasferita successivamente, e nei documenti Giannantonio è spesso citato come "de Luculo" (ibid., pp. 119 s.). È comunque certo che mantenne rapporti con il vicino borgo paterno, secondo quanto testimonia una voce del "libro dei conti" del Comune aquilano del 1529, nella quale Giannantonio risulta debitore della tassa su una "partita" proveniente dal castello di Lucoli.
La prima opera certa di questo grande artista del '600 è la statua in pioppo policromato del santuario della Madonna della Misericordia a Petriolo (presso Macerata) raffigurante la Madonna con Bambino, sulla quale solo nel 1984 è comparsa, sotto alcuni strati di pittura, l'iscrizione apposta nel 1525 dall'artista, che si dichiarava "magister" e "aquilanus", a riconoscimento del luogo della propria attività: ciò va anche a conferma di una tradizione locale, fondata su un episodio considerato miracoloso, che voleva la statua proveniente dall'Aquila (Crocetti).
Nel giugno del 1527 stipulò un contratto con la Confraternita del Ss. Sacramento, impegnandosi a ornare la cappella di sua pertinenza nella cattedrale aquilana di S. Massimo con figure a rilievo in terracotta (Antinori). Deve risalire a questa commissione l'esecuzione delle grandi statue dei quattro protettori della città, ritenute tra le più belle opere d'arte locale, che purtroppo andarono distrutte nel terremoto del 1703.

Madonna con Bambino
Chiesa Confraternitale del Santuario della Madonna della Misericordia
Arcidiocesi di Fermo
Per gli anni compresi tra il 1529 e il 1532 rimangono alcuni documenti che, se attestano la presenza all'Aquila di Giannantonio nulla dicono riguardo alla sua attività artistica.
L'artista torna a essere ricordato in qualità di scultore nel luglio 1534: a quella data si impegnava con un tal Marino di Giovan Paolo di Sulmona a eseguire una Madonna con il Bambino in terracotta, che potrebbe essere quella che ancora oggi si trova nella chiesa sulmonese di S. Maria della Tomba (Crocetti, p. 23).
È del 28 maggio 1537 l'unico documento relativo a un'opera di pittura del pittore in questo giorno, infatti, il pittore, scultore e architetto Cola dell'Amatrice (Nicola Filotesio) fu eletto arbitro dalla Confraternita aquilana del Ss. Sacramento e da Giannantonio affinché valutasse un suo dipinto. Cola mostrò di apprezzare molto l'opera al punto da stimarla 560 ducati. La critica è concorde nell'individuare questo dipinto nella Natività (sopra raffigurata) ora conservata al Museo nazionale d'Abruzzo all'Aquila.
Se, come sembra ormai accertato, la Natività dell'Aquila è riconducibile a Giannantonio, prende maggior corpo l'importanza già attribuita all'artista - a lungo, ma erroneamente, considerato allievo di Pietro Vannucci, detto il Perugino (Leosini, p. 139) - di mediatore, e finanche di attento importatore in terra d'Abruzzo della cultura figurativa fiorentina della fine del XV secolo, anche se attualmente non si può che supporre un suo viaggio a Firenze.
Tra le opere più belle di Giovanni Antonio c'è la Madonna con Bambino custodita nella Chiesa di San Domenico a Teramo.


   
Madonna con bambino particolare del volto
La preziosa scultura in terracotta, policroma e dorata, è attualmente collocata in Cornu Evangeli nella chiesa ma proviene da altro sito non individuato. L'attuale sistemazione, risalente forse ai primi decenni del '900 ha comportato un montaggio assolutamente improprio che ne ha addirittura alterato le dimensioni e la postura e stuccato le mancanze e coperto le cromie più antiche con malte di gesso e colate di cera pigmentata. Il restauro del 1997, dopo lo smontaggio dalla sede, ha ricomposto tutte le parti sostenendole con un traliccio inox interno, consolidato la terracotta, rimosso le ridipinture e recuperata la delicatissima cromia dei carnati e le preziose dorature.
All'avo lucolano sembrano poter essere attribuite molte altre opere scultoree lignee ed in terracotta esistenti nell'Abruzzo e nelle Marche.

venerdì 25 novembre 2011

“Laudate Eum in Chordis et Organo”. A proposito dell'Organo dell'Abbazia di San Giovanni Battista.

Come possiamo definire la musica in genere ed in special modo quella eseguita con un organo?

L'organo di Giovanni Farina
Due sono le definizioni filosofiche fondamentali che sono state date alla musica. La prima è quella che la considera come la rivelazione all'uomo di una realtà privilegiata e divina: rivelazione che può assumere o la forma della conoscenza, o quella del sentimento. La seconda è quella che la considera come una tecnica o un insieme di tecniche espressive, che concernono la sintassi dei suoni.
La dottrina della musica come scienza dell'armonia e dell'armonia come ordine divino del cosmo è nata coi Pitagorici i quali affermavano che la musica è armonia dei contrari e accordo dei discordanti. La funzione e i caratteri dell'armonia musicale sono gli stessi dell'armonia cosmica: la musica perciò è il mezzo attraverso il quale ci si eleva alla conoscenza di tale armonia. Platone pertanto includeva la musica al quarto posto fra le scienze propedeutiche (dopo l'aritmetica, la geometria e l'astronomia) e la considerava la più vicina alla dialettica e la più filosofica.
Nel Medioevo la musica fu inclusa nel novero delle arti liberali ritenute fondamentali, in questo periodo. Sant'Agostino espone il passaggio della musica dalla fase della sensibilità (in cui essa si occupa dei suoni) alla fase della ragione in cui diventa contemplazione dell'armonia divina. Anche oggi si fa frequentemente ricorso alla definizione della musica come espressione del sentimento o almeno la si presuppone come cosa ovvia e sicura. In Italia ha contribuito a rafforzarla la dottrina dell'arte di Croce, come espressione del sentimento; ma ovviamente, questa dottrina non è che la generalizzazione a tutto il dominio dell'arte della definizione romantica della musica.
L'invenzione dell'organo è frutto della scienza dei greci; esso trova ragion di vita ad Alessandria d'Egitto durante l'età ellenistica. Alla fine del III secolo a.C., tra gli uomini dotti di Alessandria, figurava un certo Ctesibio, meccanico di professione, individuabile oggi come ingegnere idraulico, motivato dallo spirito d'avventura tipico del suo tempo. Da ragazzo, garzone barbiere nella bottega paterna, inventò un apparecchio pneumatico per sollevare, abbassare e tenere inclinati gli specchi secondo le esigenze dell'arte della rasatura e dell'acconciatura. Questo meccanismo gli aprì le porte agli studi scientifici prima, e ad ulteriori scoperte poi, scoperte che lo resero fondatore della pneumatica. Le sue indagini sull'elasticità dell'aria e dell'acqua, che partono dal principio aristotelico che l'inspirazione dell'aria è trazione e l'espirazione è spinta l'illuminarono a costruire il prototipo della classica pompa aspirante-premente, che da duemila anni è modello d'infinite applicazioni meccaniche e tecniche e che, nella sua forma primordiale (tubo, cilindro, pistone a stantuffo, leva a mano), sopravvive tuttora per estrarre l'acqua dai pozzi di campagna.
I suoi primi tentativi pratici verso questa direzione lo portarono alla costruzione di un "albero sonoro" collocato nel tempio votivo dedicato alla regina Arsinoe, presso il delta del Nilo a Zefiron. Di questo strumento automatico si sa che emetteva modulanti suoni di tromba e cinguettio di uccelli a intervalli regolari, mediante un getto d'acqua che comprimeva l'aria racchiusa in un contenitore. Dall'automa sonoro all'organo, il passo fu assai breve: Ctesibio, con una riserva d'aria il cui flusso era alimentato da una pompa aspirante-premente e la cui pressione veniva equilibrata dal peso dell'acqua spostata in un'ingegnosa combinazione di vasi comunicanti, riuscì a far suonare un sistema di aulòi (gli antenati dell'oboe), superando le limitazioni del fiato umano. Di comune accordo si considera il 245 a.C. come la data di invenzione dell'organo anche se, per ovvi motivi, non può esser stabilita con certezza.
Oggi, discutendo sulle prime motivazioni e sui processi che fecero dell'organo lo strumento ufficiale della Chiesa di Roma, subito si direbbe che è apparso in concomitanza e a servizio della Liturgia, Maestra e Docente del divino.  Di fatto l'organo iniziò ad apparire in Chiesa quando nacque la "musica da chiesa".
Per tutto il Medioevo, l'organo trovò nella quiete dei monasteri, le condizioni ambientali e culturali favorevoli al suo sviluppo. Così facendo si assistette al progressivo ingresso dell’organo, all'interno dell'ambiente mistico dell'epoca, dove trovò ampio spazio per una futura e grandiosa crescita. Aveva principalmente una funzione di tipo segnaletico, ossia era utilizzato all'inizio o alla fine di un rito solenne, all'ostensione di reliquie, all'ingresso di  un'autorità importante, al termine di una processione, ecc. In qualsiasi circostanza solenne che ne richiedeva la presenza musicale.

Nel Quattrocento l'organo comincia a svolgere compiti più appropriati e particolari quali la risposta al canto piano (il gregoriano), agli Inni, ai Salmi durante la recita della Liturgia delle Ore e nella prassi dell'alternatim ossia l'alternanza fra il canto e il suono stesso dello strumento.
Nel Rinascimento l'organo è nel suo splendore: svolge sia la funzione segnaletica all'interno di qualsiasi celebrazione sacra solenne, sia partecipa attivamente alle funzioni religiose come risposta alla salmodia, al Magnificat principalmente nella recita dei Vespri, nella Messa e nelle sue parti fisse (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei); la prassi dell'alternatim si svolse anche nella polifonia, mettendo in musica o i versi dispari o quelli pari, e le parti mancanti venivano suonate al'organo.
E' proprio il 2 giugno del 1569 che Giovanni Farina da Guardiagrele, firmava l'atto di costruzione dell'Organo dell'Abbazia di San Giovanni Battista.
L'organo di San Giovanni risulta essere il più antico ancora esistente nella Regione Abruzzo, come certificato dall'Ispettore onorario per la tutela e la vigilanza degli organi antichi dell'Abruzzo, carica del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
E' per valorizzare e recuperare questo prezioso strumento che la nostra Associazione, la Soprintendenza e la Curia dell'Aquila si sono coinvolte.

Le foto realizzate durante l'ispezione dello strumento

Il Prof. Alberto Mammarella Ispettore della Soprintendenza


Le foto e lo studio durante l'ispezione dello strumento

Tutti ad ammirare l'organo....anche la Beata Cristina!
Nella Foto la Dottoressa Di Matteo in rappresentanza della Curia, la Dottoressa Stinziani della Soprintendenza, il Prof. Alberto Mammarella Ispettore Onorario in rappresentanza della Soprintendenza, Luca Peretti organista dell'Abbazia
Il testo dell'articolo è stato scritto da Luca Peretti e fa parte di uno studio prodotto per l'Università dell'Aquila, Facoltà di  Filosofia.

lunedì 21 novembre 2011

LA BEATA CRISTINA DI LUCOLI TRA AGIOGRAFIA E PRESENTE

Tutti a Lucoli conoscono la storia della vita della Beata Cristina che viene di seguito fedelmente riportata nella descrizione sintetica a cura di P. Bruno Silvestrini dell'Ordine di Sant'Agostino (O.S.A.).
Nacque a Colle di  Lucoli (L'Aquila) il 24 febbraio del 1480 e fino a 25 anni trascorse la vita in famiglia esercitandosi nella preghiera e nella penitenza. Entrata nel monastero agostiniano di Santa Lucia a L’Aquila, mutò il nome di Mattia in Cristina e coltivò fedelmente l'osservanza regolare, l'amore ai poveri e la pazienza nelle sue lunghe infermità. Contro la sua volontà fu eletta per diverse volte Abbadessa del suo monastero. Morì il 18 gennaio 1543. Il suo culto fu confermato da Gregorio XVI nel 1841.
Al secolo Mattia Ciccarelli, nacque da Domenico e Maria di Pericolo a Colle di Lucoli (L'Aquila), il 24 febbraio 1480, ultima di sei figli. Sin dalla più tenera età mostrò di possedere le virtù dell'obbedienza, dell'umiltà e della modestia, congiunte con l'amore per la preghiera che praticava per buona parte del giorno ritirata nell'angolo più riposto della sua casa e devotamente raccolta davanti a un'immagine della Madonna della Pietà. Alle preghiere univa costantemente mortificazioni e rigorosi digiuni, macerando così il suo corpo per cancellarne la bellezza, al fine di impedire di essere ammirata. A undici anni conobbe il b. Vincenzo da L'Aquila, che divenne il suo direttore spirituale e a cui ben presto confidò il suo intimo desiderio di consacrarsi interamente al Signore, abbracciando la vita religiosa. Nel giugno 1505 entrò, infatti, nel monastero di S. Lucia delle Agostiniane osservanti in L'Aquila, dove prese il velo assumendo il nome di Cristina. La grande pietà, la sottomissione più completa e l'assoluta umiltà di cui dava quotidianamente luminose prove, le meritarono in breve la venerazione di tutte le consorelle le quali, dopo non molti anni, la scelsero come loro badessa, carica cui fu eletta più volte, suo malgrado. Divenuta celebre per la sua santità, per le visioni avute e per i miracoli operati, Cristina era visitata continuamente da una gran folla di persone, dalle più modeste alle più importanti. Tra le varie estasi di cui il Signore volle degnarla, due restano veramente mirabili: quella avuta nella ricorrenza della festa del Corpus Domini, allorché fu trovata sollevata da terra per più di cinque palmi, mentre sul petto le risplendeva l'Ostia santa rinchiusa in una pisside d'oro (per questo la beata viene comunemente così raffigurata); e quella avuta in un venerdì santo e prolungatasi fino al giorno successivo, durante la quale provò, a suo dire, gran parte dei dolori della passione di nostro Signore. Cagionevole di salute e afflitta da più mali, Cristina morì il 18 gennaio 1543.
Soppresso il monastero agostiniano di S. Lucia il 12 ottobre 1908, le spoglie mortali della Beata furono trasferite nel monastero di S. Amico. Il culto, che già subito dopo la sua morte cominciò ad esserle prestato, fu solennemente confermato da Gregorio XVI nel 1841. La sua memoria liturgica ricorre il 18 gennaio.
Abbiamo voluto riprendere anche alcuni elementi della vita della Beata (fedelmente scritti nel testo volgare usato) dal libro di Ludovico Antonio Antinori: Vita della B. Cristina già nel secolo Mattia de' Ciccarelli di Lucoli - religiosa agostiniana nel monastero di S. Lucia dell'Aquila, in Roma,1740 (rist. San Giovanni in Persiceto-BO, 1980), pp. [s.n], per riattualizzarne la conoscenza storica, cercando di rileggere la sua vita con gli occhi dei contemporanei che vivono oggi la Frazione di Colle di Lucoli. Volutamente abbiamo ripreso il testo dell'Antinori in quelle parti in cui venivano descritti i luoghi che la storia ci ha consegnati: la Casa natale della Beata,  e la Chiesa, edificata ove si recava a pregare, quest'ultima, resa inagibile dal sisma del 2009 e quindi  oggi chiusa al culto.
Frontespizio del libro di Ludovico Antonio Antinori. Scritto nel 1740: due secoli dopo la morte della Beata
Cap.I. Patria, Genitori, Nascimento di Mattia: Puerizia, Educazione, Docilezza: Inchinazione alla Pietà. Concetto, che se ne fece.
"Men di cinque miglia lontana dalla Città dell'Aquila Capitale dell'Ulteriore Abbruzzo in Regno di Napoli, sorge in quindici Ville divisa la Terra di Lucoli sopra di alte ineguali colline, framezzate da valle angusta bagnata da un ruscello, e rivolta all'Occidente estivo. Non soggetta ad utile dominio di Baroni prima del 1530, dipendeva soltanto dal Governo dell'Aquila; nel Contado della quale situata, ed alla Comunità della quale unita, quali membro d'un corpo, immediatamente con quella a' Re di Napoli soggiaceva. Si reggeva nello spirituale, come oggi ancora si regge, in quattro delle sue ville, di là del rivo, dal Vescovo Aquilano, e nelle undici altre, di quà, dall'Abate Insulato di S. Giovanni di Collimento, una delle ville stesse, Prelato secolare dell'insigne Monasterio, Regolare un tempo, dotato fin dal 1077 dal Conte Odorisio.
Patria, Nascimento di Mattia
Da tal prelato, che circa il 1480, era Giovanbattista Gaglioffi nobile, e poi Vescovo Aquilano, vien provveduta dè Rettori dell'anime delle Chiese della Terra, e nell'altra ancora dentro la Città, in cui ànno i Lucolani la Parrocchia indistinta. In tale stato era Lucoli, qualor viveva in una delle due ville, chiamata il Colle, Domenico de' Ciccarelli. Era costui marito di Maria di Pericolo, e Padre di cinque figliuoli, Lionardo, Jacopo, Girolamo, Pasquale e Giovanna. Onesta Famiglia delle più ricche, e delle più commode della villa, agiata ne' beni di fortuna, doviziosa di campi e di armenti, e numerosa di Garzoncelli e di Pastori, che le rendevan servigio, quale appunto alla Famiglia facendiera dell'industrioso Giacobbe. Se ne vede ancor'adesso la casa, e si contradistingue dalle altre"...."Si riserbava a Domenico dall'Eterno Dio il favore che al vecchio Isai di Betleemo. L'ultima de' figliuoli esser dovea la trascelta nonmeno alle benedizioni del Cielo, che al decoro del Padre. Quindi è che dopo degli altri dati alla luce, divenuta di nuovo gravida Maria sua moglie, a lui partorì una Bambina nell'anno 1480; anno che fu, come renduto adorno da quella nascita, contrasegnato dallo storico Generale dell'ordine Agostiniano. Fra le memorie scritte finora di lei non resta quella del giorno, o del  mese, in cui nacque. Se giova il conghietturar dal nome, uso per altro più costantemente serbato nei villaggi, si può credere che avvenisse a 24 di Febbrajo; giacchè nel sacro fonte a lei s'impose quello di Mattia, inonor forse della festività dell'Apostolo, che si solenniza in tal giorno. Mattia fu chiamata nel suo Battesimo la Bambina, ed o per vezzo di sua scherzosa innocenza, o perche il più delle volte co' fanciulletti così far si vuole, veniva careggiata col nome impiccolito di Mattuccia; seguito in ciò il dialetto del Paese, e'l troppo comune abuso ne' diminuimenti de' nomi, rimproverato da qualche sensato scrittore"..."Non lungi dalla Villa di Colle, e conseguentemente dalla casa di Mattia, che è da quella parte, cioè verso l'oriente d'inverno, l'ultima della Villa stessa, era a quei tempi una piccola Cappella di quelle, che suole il contadino Volgo chiamar  Cone, con voce corrotta da Icona, o sia Immagine. Costa d'un muro, in cui l'Immagine è dipinta, ed a cui son laterali due basse mura sostenenti una volta in arco, che senz'altri o riparo, o porta, forma e la stanza e l'ingresso. Era in quella dipinta la Vergine Madre con Bambino Gesù fra le braccia. In quel ritratto fissò gli occhiun giorno Mattia, e vi si sentì destare a special divozione. Cominciò e proseguì a visitarla ogni giorno, con coroncina alla mano, raccolta, soletta per lopiù e con secretezza, finchè non fosse disturbata"..."Divenne pubblica la visita giornale di Mattia alla Cappelletta; e la Cappellette medesima si cominciò così a frequentare, seguendo ciascuno l'esempio di lei"..."mentre stette in Lucoli nè litigio occorse, nè rissa, che, potendo, senza venir implorata, s'adoperò a ridurlo a fine di pace; anzi così bene si portò in quest'impiego che non comparve a tempi suoi rissa o litigio essere avvenuto"....
..."Si licenziò allora Mattia dalla Patria, e da' Parenti, da quella Casa, nella quale era più da Religiosa che da Secolare vissuta, e con maggior tenerezza d'affetti da quelle Chiese, che tanto aveva frequentate, ma particolarissimamente dalla sua cara imagine della Madre della Pietà nell'Oratorietto rimoto. e dalla Cappelletta nella collina, rammentando con lagrime di dolcezza quanto a ciscuna di queste due ella doveva, come ritiri di quiete, e di pace, come luoghi eletti alle sue fervorose orazioni, e come quelli ne' quali Dio si era compiaciuto di favorirla di lumi, e di doni per ispecialissima grazia compartiti....Quanto alla Cappelletta ne inculcò la divozione a ciascuno, e la perseveranza, ne esagerò il merito e tanto accese gli animi, che partita lei non mancò, anzi s'accrebbe il concorso, e saccrebbe tanto, che da Cappelletta povera divenne per pie oblazioni di fedeli ben ricca, e ritenne il nome di Cappella della Beata Mattuccia Suor Cristina. Lo assentò nel 1596., qualora scriveva, Giovan Pietro Interverj, aggiungendo che inq uel tempo si riedificava in forma di Chiesa con titolo di S. Maria di Piedicolle, dal sito rispetto alla collina, e alla Villa. Ella è al giorno d'oggi doviziosa di fondi e di gregge, ampia di giro, e di fabbriche annesse, e dopo la Badia di San Giovanni la più cospicua Chiesa, e ben ufficiata in Lucoli"...
..."Finalmente pervenuto il giorno, in cui la colomba eletta corresse fra le spelonche sacrate al vero Sposo, partì con generoso Addio da tutte le cose che l'avevano rattenuta, e non allettata, da tutti i suoi, e fin da se stessa Mattia; e s'incamminò verso la città. Ella era allora nell'età sua di venticinque anni già compiti, e come d'età così di virtù provetta. Non si nota precisamente il mese, o il giorno dell'ingresso, ma è ben certo che siccome fà dopo la Pentecoste, accaduta in quell'anno 1505 agli 11 di Maggio, così non fu molto dopo di essa, onde creder possiamo probabilmente che avvenisse nel mese di Giugno".
Nella Comunità dei credenti di Lucoli, in molti, sono convinti che il sisma del 2009 abbia causato una sola vittima sul territorio proprio grazie alla Beata Cristina. Il suo culto sembra essere stato riattualizzato proprio dagli accadimenti calamitosi contemporanei, la gigantografia della sua immagine è stata collocata quasi come un monito, alle scosse di assestamento del sisma, sulle mura di alcune delle Frazioni di Lucoli. Ce n'è una anche nella parte posteriore di quella che fu la sua casa natale al Colle. Paese di anziani, già spopolato dalla vita ed ora annientato dal terremoto. Proprio in questa condizione di deserto urbano, con scarse manifestazioni di vita quotidiana, Colle, sembra favorire l'immaginazione verso i tempi che furono, ben cinque secoli indietro, e consentirci di rivedere la giovane Mattia e tutti i personaggi a lei contemporanei che vi vivevano, così ben descritti dall'Antinori quando, ad esempio, descrive le sue doti di preveggenza. La "tenerezza dei suoi affetti", come scriveva Antinori, era rivolta alla casa paterna ed al luogo ove era solita pregare, oggi Chiesa a lei dedicata, che avrebbe bisogno della sua forte attenzione.....di Beata,  le lesioni all'edificio sono gravi e gli ingenti danni subiti s'inseriscono in un contesto troppo ampio di rovina dei luoghi di culto dell'aquilano, che faticherà ad essere sanato, sia per mancanza di risorse economiche, sia per carenza di interesse da parte delle comunità.

Scheda dei Beni Culturali relativa  alla chiesa della Beata Cristina di Lucoli