martedì 30 agosto 2011

SI SALVI CHI PUO'.....SI APRE LA STAGIONE VENATORIA....UCCELLI DI LUCOLI..... FUGGITE!

Orgelkonzert, Francis Poulenc. IAF Film: R. Soldati
Il filmato di Roberto Soldati vuole essere un deterrente per placare, attraverso l'arte e l'amore per la natura, gli istinti omicidi verso i tanto amati (da vivi) pennuti locali! http://www.youtube.com/watch?v=a4qaszQFntM

http://www.regione.abruzzo.it/caccia/index.asp?modello=calendarioVenatorio&servizio=xList&stileDiv=mono&template=default&msv=cacciato1
Alcuni animali del territorio che saranno cacciati....
GHIANDAIA
La sua dieta è composta da uova d'uccello, cuccioli, topi, grandi insetti e larve. Arricchisce la sua dieta anche con nutrimenti vegetali quali ghiande, noci, fagioli, piselli, patate, mele, fichi, bacche e cereali. In inverno raccoglie ghiande, fagioli, noci e castagne e nasconde le sue provviste nella corteccia degli alberi, nei ceppi o nel suolo del sottobosco. Grazie alla conservazione delle provviste in certi luoghi di raccolta è in grado per tutto l'anno di mangiare il suo cibo preferito, le ghiande.

Ghiandaia
Cesena
CESENA
Viene a svernare in Europa meridionale e è in quel periodo che è visibile in Italia. La cesena raggiunge un peso di 87-100 gr. Il colore del piumaggio è grigio sul dorso, ali marroni, e parti inferiori, chiare e punteggiate. La cesena frequenta boschi, macchia mediterranea oliveti, vigneti, parchi e giardini. Più di altri frequenta i frutteti. La cesena è gregaria nel periodo riproduttivo. Le covate annuali possono essere 2. L'alimentazione della cesena è frugivora ed insettivora ma predilige in particolare i frutti del sorbo, del melo e del pero.
ALLODOLA
Alauda arvensis - passeriforme, durante il periodo riproduttivo si nutre di insetti, mentre per il resto dell'anno mangia anche semi, germogli ed erbe. E' un uccello monogamo e si riunisce in grossi stormi per emigrare. Quando l'allodola è agitata, solleva le piume del capo come una piccola cresta.
MERLO
merlo maschio
I tre giorni della merla - racconto popolare
Vi sono leggende che affondano le radici della loro origine nella notte dei tempi.
Se è vero, come certamente è vero, che per creare un proverbio occorrono mille anni, molti, molti di più sono quelli necessari a far nascere, dall’anima collettiva dell’Umanità, una Vera Leggenda.
Né si può essere certi (ed è questa l’essenza vera del racconto leggendario), mai si può essere sicuri della veridicità assoluta del contenuto, tanto il passare “di bocca in bocca” può avere modificato, durante i secoli, piccole o larghe parti del dettato originale.
Così come sarà accaduto a tante altre, anche questa Leggenda antica, che parla dei tre giorni più freddi dell’anno e dell’uccello che, in circostanze così particolari mutò il colore del proprio manto di penne, anche questa ha sofferto la trafila di piccoli e grandi cambiamenti, dovuti al passare del Tempo, al mutare delle Epoche e al differente sentire delle Persone.
Ecco come andarono, in verità, le cose.
Primo giorno
Si svegliarono un merlo e una merla nel nido che si erano fabbricati sopra un ramo, un mattino che faceva un freddo cane.
Durante la notte era nevicato, e una spessa coltre bianca ricopriva ogni cosa: i tetti delle case, i rami intirizziti degli alberi, le siepi, i cespugli, ogni palmo di terra per miglia e miglia intorno.
Dopo l’abbondante nevicata della notte, ora brillava il sole, chè un vento teso e gelido aveva spazzato via le nubi che avevano portato così tanta neve.
Era un vento aspro, tagliente, che soffiava da Nord e si portava dietro il gelo penetrante del Polo, morsa di ghiaccio che faceva scoppiare i tronchi degli alberi e le pompe dell’acqua nei cortili, fasciate di stracci e di paglia. Insomma, faceva freddo.
Il pallido sole, per quanti sforzi facesse, non riusciva a sciogliere la neve né ad allentare la morsa di gelo che attanagliava, crudele, ogni cosa.
Oltre al freddo il merlo e la merla dovevano sopportare (e non era sopportazione facile) i morsi della fame.
Sì, della fame più nera, perché, come ben sanno tutti i bambini di tutte le epoche, dalla notte dei tempi ai giorni nostri, un’abbondante nevicata copre, e nasconde alla vista degli uccellini, tutto ciò che può costituire per loro un nutrimento: una bacca, un insetto, un pezzetto di pane, qualcosa di commestibile gettato via da chissachì.
Il merlo e la merla, in quel giorno di freddo e di fame, di tutto avevano voglia, tranne che di cantare.
“Anche per oggi non si canta!” disse il merlo alla merla.
“Anche per oggi non si mangia!” gli rispose la compagna, prima di piegare il capo sotto l’ala all’imbrunire, quando il sole stava ormai per tramontare, ed era giunta l’ora di dormire.
Se a quei tempi fosse esistito un calendario come quello dei giorni nostri, sarebbe stato il tramonto del Ventinove Gennaio.
Secondo giorno
Durante la notte era nevicato ancora.
Non molto, in verità, una nevicata leggera, ma quel tanto che bastava per coprire le tracce lasciate da qualche animale notturno uscito in cerca di cibo ed il becco giallo dei due uccellini che ora, stretti vicini vicini nel loro nido sul ramo, erano completamente invisibili, bianchi com’erano dal becco ai piedi.
Sì, bianchi bianchi perché dovete sapere che, in origine, i merli avevano avuto in dotazione da Madre Natura un bellissimo manto di penne bianche, candide e lucenti.
Il candore della loro livrea era tanto perfetto che d’inverno, quando tutto era coperto di neve, era quasi impossibile distinguerli dallo sfondo dell’ambiente circostante, e si poteva indovinare la loro presenza solo ascoltando il loro canto armonioso.
“Anche per oggi non si mangia!” disse la merla destandosi quel mattino, affamata più che mai e più che mai disperata di poter trovare, in tutto quel biancore, qualcosa da mettere nel becco.
“Anche per oggi non si canta!” le rispose il merlo che era ugualmente, se non di più, affamato, ma non tanto disperato quanto la sua compagna, e questo perché era, per natura e per carattere, un inguaribile ottimista.
“Non disperare, cara! Vedrai, vedrai che la neve si scioglierà e lascerà apparire qualcosa sul terreno, o su una siepe o su un ramo, magari una bacca o un vermiciattolo o un insetto, o un pezzo di pane caduto a qualcuno ed io, appena lo vedrò, mi ci precipito in un volo, e metà lo mangio io, metà lo porto qui nel nido, per te. Stai certa che di fame non moriremo!”
Rimasero così, i due merli, bianchi bianchi, stretti stretti, cercando di scambiarsi un poco di calore, scrutando con gli occhi affamati tutto quel biancore, attorno, finchè non arrivò la fine anche di quel giorno, fatto di neve, di freddo e di paura di morire.
Misero le teste sotto le alette bianche, e provarono a dormire.
Se avessero avuto il costume e l’abitudine di numerare i giorni alla stessa maniera di come usiamo farlo noi di questi tempi, avrebbero segnato quello come il Trenta di Gennaio.
Terzo giorno
Se si fossero numerati i giorni così come facciamo adesso noi, quello sarebbe stato il Trentuno di Gennaio.
Non nevicava più ormai da molte ore, e il sole del mattino sembrava, per la prima volta dopo tanto freddo, spargere attorno un fievole tepore.
Il merlo e la merla si destarono al primo albeggiare, più infreddoliti e affamati che mai.
“Sono tre giorni che non si mangia!” disse la merla, lamentosa ed aspra.
“E che non si canta!” rispose il merlo, con nella voce un’eco, seppur lontana, di speranza.
“E tu che non pensi ad altro che a cantare!” quasi gli inveì contro la merla.
“Guarda invece se vedi qualcosa da mangiare, per terra o sopra un ramo, o su una siepe! Un insetto, una bacca, una buccia di qualcosa, purchè sia! Sai bene che il giorno che si digiuna, non si canta!”
“Ha ragione!” pensò tra se e se il merlo “E’ noiosa e pedante, pessimista e avvilente con quel suo continuo criticare, ma stavolta, ed in questo, ha ragione: che se non si trova qualcosa da mangiare, e presto anche, qui si rischia davvero di morire. Altroché cantare!”
Ma anche questi pensieri, il merlo, li faceva senza rabbia né sconforto: in cuor suo, ottimista com’era, era ancora speranzoso di trovare qualche cosa da mangiare per se e per la sua acida compagna.
E così fu che, proprio poco prima del tramonto, forse per merito del suo giusto ottimismo, o forse a causa del suo eccessivo ottimismo, al merlo parve di vedere, lontano, nella neve, un punto scuro, qualcosa che spuntava dalla coltre bianca e che, forse, poteva essere qualcosa di commestibile, di nutriente, di vitale.
“Guarda là!” disse entusiasta alla compagna.
“Là, proprio in mezzo alla radura! Vedi quel punto nero che spunta dalla neve? Sarà di certo un fungo, od una bacca, o meglio un insetto morto; comunque sia, qualcosa da mangiare!”
“E se invece ti sbagli?” ribattè con fare cinico la merla che aveva dentro, anche più forte del freddo e della fame, un invincibile ed inesausto spirito di negazione.
“Se è un sasso, o un ramo o… peggio? Insomma, qualche cosa che non si può mangiare? Se non sei sicuro di che cosa è, chi te lo fa fare di volare fino là, che poi se non è commestibile rischi di non avere nemmeno la forza di tornare, e va a finire che muori tu e lasci qui anche me, senza mangiare!”
“E’ vero” pensò fra se e se il merlo “Se volo fino là, e poi non è una cosa che si mangia, di certo non avrò le forze per tornare al nido. E già si fa la notte.”
E lo fece tanto intensamente che, per la prima volta in vita sua, non pensò a cantare.
“Comunque sia”disse alla merla “io vado! Restando qui sono certo comunque di morire, e io invece scelgo di vivere, e rischiare!”
E, detto ciò, volò con le sue ali bianche sopra la neve bianca e contro il cielo fatto nuovamente bianco di nuove nubi cariche di neve.
Con l’ultimo barlume di energia posò le zampe sopra quel rilievo scuro che spuntava dalla coltre bianca e subito si accorse, con grande dispiacere, che si trattava proprio di quello che si era persino rifiutato di pensare.
Di cane no, perché era troppo grossa, ma di cavallo, di mucca o di orso: sicuramente roba di un animale che, per sua fortuna, lui sì che aveva avuto, e in abbondanza anche, da mangiare.
“E ora, che faccio?” pensò fra se e se il merlo che, ottimista e positivo com’era, si rifiutava di pronunciare, anche soltanto di dire, di quella cosa, il nome.
“Se non la mangio, muoio di certo qui, che non avrò la forza di levarmi in volo. E poi, fredda com’è, quasi gelata, può darsi che non si senta neanche tanto il sapore. E un poco di energia me la può sempre dare. Se non altro, metterò qualcosa nello stomaco!”
E senza altro pensare, decise di provare a dare un primo colpo con il becco. Per assaggiare.
Mangiato che ebbe, il merlo speranzoso, sentì crescergli dentro nuova fiducia, e vita.
Buona non era, ma gli riempiva lo stomaco, e sentì che l’insolito cibo gli infondeva un po’ di calore ed energia.
Si alzò in volo e tornò dalla compagna, sull’albero, nel nido, deciso più che mai a convincerla a fare lo stesso volo, e a mangiare anche lei qualcosa.
“Buona non è” le avrebbe detto col tono più convincente che avrebbe saputo trovare “ma almeno, per oggi, di fame non dovrai morire!”
Non si era accorto, il merlo, che nell’affaccendarsi attorno a quello strano e inusitato cibo, le penne gli si erano sporcate tutte, cambiando il loro bianco candido in un colore scuro, e che da uccello colore della neve si era trasformato in merlo nero.
Non lo sapeva, e un po’ per la soddisfazione di avere la pancia piena, un po’ per l’entusiasmo di condividere con la sua compagna una speranza di salvezza, fattostà che nel volo si mise a cantare.
Un cacciatore, udita la sua voce, notò l’uccello nero che si stagliava in volo contro la neve bianca, bersaglio nitido che non si può mancare.
Un lampo, un tuono, e il merlo cadde colpito dritto al cuore.
La merla, da stare dentro il nido, vide la scena e non potè, nemmeno in questo tragico momento, trattenersi dal parlare con rancore.
“Stai morendo?” disse al merlo che giaceva nella neve. “Ebbene, ti sia di insegnamento, così impari!”
“Imparo cosa?” disse il merlo, che faceva ormai fatica anche soltanto a respirare.
“Che il giorno che si mangia merda, non si canta!”
Era cinica, la merla, cinica e crudele, ed acida e maligna, e senza amore.
Però, pur non avendo un cuore, pensò che non sarebbe stato bello se l’Uomo, con il suo vizio di crearsi di ogni cosa un Mito e una Leggenda, avesse, nel futuro, legato il nome ed il colore nero di ogni merlo a un episodio davvero così poco edificante.
“Andrò a ripararmi sotto un comignolo” decise. “Così, col fumo, anche le mie penne diventeranno nere, ed il colore della nostra livrea sarà associato al gran freddo di queste tre giornate e non alla robaccia immonda che si è mangiato quello sciocco sognatore!”
E così fece.
E così fu che, da allora, merito o colpa di questa saggia o astuta decisione, a questo si attribuisce il fatto che i merli hanno le penne nere: al riparo che cercò, in un comignolo, dal freddo di quegli ultimi tre giorni di Gennaio.
Giorni che da quel tempo sono chiamati, appunto, i Giorni della Merla.
E forse, piuttosto che in un altro modo, è davvero meglio che vengano chiamati così.

domenica 28 agosto 2011

GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA E L'ACQUA...SAN FRANCO DA ASSERGI PENSACI TU!

Le temperature elevate del mese di agosto e i maggiori consumi d'acqua dovuti alla presenza di molti turisti a Lucoli (molti in fuga dal caldo romano) pongono il consueto problema annuale della carenza d'acqua e dei suoi usi.
L'amministrazione comunale richiama gli utenti a non sprecare l’acqua e ad utilizzarla solo per fini igienico-sanitari e alimentari e cosa succede agli alberi del Giardino della Memoria che hanno bisogno di essere irrigati? Alberi giovani, alcuni piantati a radice nuda, che debbono radicare e che in questo periodo sono assetati più che mai.
I nostri soci sono stati messi alla prova sia con i turni di irrigazione settimanali (nonostante il periodo di vacanze) sia con il reperimento dell'acqua dalle fontane che scorrono aperte sul territorio, acqua che viene poi trasportata con strumenti ingegnosi.


La fontana della Beata Cristina e la piccola cisterna su carrello utilizzata per trasportare l'acqua a San Giovanni

Molti villeggianti di Pratolonaro hanno partecipato a queste corvèe, ci hanno aiutato, con grande sensibilità ed amore, li ringraziamo di cuore.
Nella speranza di poter approvvigionare d'acqua, in modo meno estemporaneo, le piante del giardino ...ci siamo rivolti anche a San Franco da Assergi l'eremita.
Lui era esperto delle questioni di Lucoli....l'ha frequentata per oltre venti anni e poi se ne è andato nei boschi.......per finire i suoi giorni ad Assergi.
Nato a Roio, tra il 1154 e il 1159, San Franco entrò nel monastero benedettino di San Giovanni Battista a Lucoli, dove rimase venti anni.
Ma perchè abbiamo chiesto l'intercessione proprio di San Franco per avere l'acqua per le piante da frutto del Giardino?
Fece l'eremita per gran parte della sua vita, cibandosi di quello che la terra offriva nei boschi presso Lucoli. In seguito cominciò a errare sulla catena centrale dell'Appennino abruzzese. Infine, visse sui monti di Assergi. In questo luogo fece miracolosamente scaturire l'acqua da una roccia e qui esiste ancora una fonte detta "l'acqua di san Franco", che i devoti bevono.
San Franco (come esperto) potrebbe aiutarci a trovare una soluzione per reperire l'acqua che necessita per il Giardino, visto che conosceva il luogo e senz'altro lo amava come noi.
San Franco di Assergi

La festa di questo Santo si celebra ad Assergi il 5 giugno: in questa data i devoti del luogo usano compiere pellegrinaggi fino al monte che prende il nome dal Santo. Essi ascendono in canto fino al luogo dove sgorga l'"acqua di San Franco" che secondo la tradizione locale ha virtù terapeutiche.
Per chi volesse saperne di più si consiglia il libro di Giustino Parisse, Giovanni Paolo II e l'Abruzzo. Documenti e testimonianze, Centro Stampa Graphitype, 2005.
Tra notizie storiche, di  culto, programmatiche e cercando di sdrammatizzare i problemi reali...speriamo che in modo più semplice e veloce il meteo ci aiuti dando tregua ai poveri alberi da frutto, in attesa che possa essere trovata una soluzione  tecnica, formale e definitiva per poter irrigare il Giardino della Memoria.

La Provincia dell'Aquila, Settore Ambiente ed Urbanistica ha elaborato un Piano di Azione Locale denominato: "L'uso della Risorsa Idrica nel territorio provinciale nell'ambito delle Politche energetiche, che scaturisce da un gruppo di lavoro a sua volta indicato con il nome di "Agenda 21". Il processo di Agenda 21, che coinvolge le Amministrazioni e le Autorità locali, attribuisce alle stesse un ruolo fondamentale nel passaggio ad un modello sostenibile di gestione delle risorse idriche locali. L'Amministrazione Provinciale dell'Aquila ha recepito il  Piano di Azione Locale prodotto ed imposterà ed attuerà progetti che integrino criteri di tutela, valorizzazione e riqualificazione della risorsa idrica, questo varrà anche per la macroarea "Valle dell'Aterno", il cui centro principale è il Comune dell'Aquila e nella quale rientra anche Lucoli. Sono state elaborate delle schede-proposta a fronte di alcune criticità rilevate sul teritorio relativamente alla rete idrica, consultabili sul sito della Provincia dell'Aquila.
http://www.provincia.laquila.it/Inside.aspx?PageID=393

domenica 21 agosto 2011

LETTERA APERTA ALLA COMUNITA' DI LUCOLI

La recinzione del Giardino della Memoria è stata danneggiata



Atto di vandalismo?
Il vandalismo è indicato come un disturbo del comportamento tipico dell'età adolescenziale, che porta i ragazzi a unirsi in branco e, per creare un diversivo alla vita monotona di tutti i giorni, devastare quello che incontrano sul loro cammino. Spesso ciò che spinge a questi atti è la noia e l'incapacità di gestire la solitudine, un modo per distrarsi dal senso di vuoto che oggigiorno accomuna molti giovani. I ragazzi si trovano in branco e vivono queste “missioni” come un diversivo.
E' dunque per questo motivo che sono state spaccate a pedate le assi della staccionata ed è stata tagliata con le cesoie la rete di recinzione del Giardino della Memoria dedicato alle vittime del terremoto del 2009?
Questo scritto vuole essere una lettera aperta alla Comunità lucolana, non solo alla componente rientrante nella categoria dei "giovani" spesso frettolosamente additata come responsabile di atti di danneggiamento dei beni comuni, ma anche a quella degli adulti, dei genitori, dei nonni: è indirizzata a tutti i componenti "pensanti" della società del territorio.
Il sito del Giardino della Memoria è da considerarsi come un BENE COMUNE, del quale tutti possono fruire e che quindi arricchisce tutti, se poi si considera che è stato realizzato con l'apporto di piccole donazioni che sono state effettuate da persone che hanno voluto pensare al territorio di Lucoli pur non conoscendolo (molti stranieri) ed hanno voluto regalare il loro interesse e sostegno per questo progetto simbolico, a maggior ragione riveste un particolare valore.
Quindi il memoriale e gli alberi da frutto sono la CASA DI TUTTI: una porzione di territorio  in cui vivere, crescere, gioire della bellezza della natura; il territorio è di ognuno di noi, ha bisogno di tutti, dell'intelligenza, delle idee e di azioni positive.
Gli atti di distruzione non esprimono azioni positive!
Se gli autori del vandalismo che ha danneggiato quanto faticosamente costruito gratuitamente da volontari sono stati dei ragazzi che vivono un'età di ribellione, di protesta, in cui nulla va bene, e sfogano la rabbia distruggendo ciò che ritengono non gli appartenga, a loro diciamo che è con la condivisione che si diventa realmente cittadini. A loro diciamo di "godersi la vita, innamorarsi, essere felici”, come diceva ai giovani il Giudice Caponnetto, ma diciamo anche che per essere felici occorre il “rispetto”, per se stessi innanzitutto, perché amare se stessi vuole dire avere fiducia anche nell’altro, che è specchio di sè e ci aiuta a vivere con un rapporto di scambio, per migliorarci insieme. Ancora, a loro ripetiamo le parole del Giudice Paolo Borsellino: "sono ottimista, perché so che voi giovani, quando sarete adulti, avrete maggiore forza di reagire di quanta ne abbiamo avuta io e la mia generazione", sono parole scritte da una persona, che sapeva di andare incontro alla morte, perché sapeva che il tritolo per lui era già arrivato a Palermo; aveva già chiamato il confessore e si era già fatto impartire la comunione, perché diceva: "Devo essere pronto in qualunque momento al grande passo" e probabilmente sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima domenica. (per leggere queste parole memorabili: http://www.globalocale.net/view.php?testo=GIUDICE.htm)
A questi possibili e non confessi ragazzi chiediamo anche di rispettare ciò che è stato dedicato alle vittime del terremoto, a chi avrebbe voluto continuare a vivere, forse in modo più costruttivo.... ed è stato invece stroncato in quella terribile notte del 6 aprile del 2009.
A questi possibili e non confessi ragazzi chiediamo ancora, di rispettate ciò che è stato costruito con amore e con la fatica ed il sacrificio di volontari, uomini, donne, ragazzi scout, sempre più rari ai nostri giorni, che compiono azioni per gli altri anche se non è conveniente perchè credono nella possibilità di poter contribuire ad una società migliore e partecipata.
Se i danneggiamenti non fossero, invece, opera dei "giovani ribelli" ma di possibili adulti, anch'essi inconfessati, che avessero voluto perpetrare un'azione di non condivisione dell'opera, manifestando in modo vigliacco il loro disprezzo, allora rivolgiamo agli Amministratori Istituzionali, ai rappresentanti della Comunità Parrocchiale, alle Famiglie di Lucoli una domanda:
se una Comunità di adulti danneggia se stessa e ciò che incarna i valori più pregnanti della vita sociale, quelli del rispetto e della giustizia, in quale modo si potrà intraprendere una reazione culturale, etica e religiosa, che coinvolga tutti, che abitui tutti a sentire la bellezza del profumo della libertà, che possa essere opposta all'olezzo del compromesso morale, che possa essere opposta all'indifferenza o al rancore verso chi non è allineato e cerca di portare nuove idee?
Crediamo che la libertà sia l'unico humus sul quale si possa sviluppare il vivere civile in qualunque terra.
Noi faremo la nostra parte: ricostruiremo, ripristineremo e miglioreremo quanto danneggiato, perchè sia armonioso per il bene comune di tutti, così come già fatto nell'altra circostanza di vandalismo del gennaio 2011 perpetrata a Colle di Lucoli all'indomani di un'iniziativa promossa dalla nostra Associazione, in collaborazione con un gruppo scout, per la pulizia della Frazione la cui responsabilità fu attribuita da parti autorevoli ad una "ragazzata".
Chi tra gli abitanti di Lucoli volesse unirsi a noi per riparare ciò che è stato danneggiato sarà fraternamente ben accettato.
Grazie.

sabato 20 agosto 2011

COLLE di LUCOLI RICORDA GIAMPIETRO SPONTA

Tratto da il Centro del 28 marzo 2009: "Sponta - l'automobilista killer resta senza nome. PESCARA. L’automobilista pirata che investì sulla riviera Nord l’oculista Giampietro Sponta, lasciandolo agonizzante sulla strada, è ancora un volto senza nome. L’oculista stava pedalando sulla sua bici da corsa in direzione Montesilvano per raggiungere i suoi amici, loro pure appassionati di bicicletta". Ad oggi nessun progresso nell'individuazione del colpevole, il delitto è rimasto impunito.
Giampietro Sponta

Giampietro, Marcello, Fabrizio, Beniamino ed Angelo
            
Giampietro, Marcello e Valter
Giampietro, Marcello e Valter
Giampietro, Marcello e Valter
Giampietro era di Lucoli ed ha passato la sua infanzia a Colle, molti anziani del paese ricordano il terribile "trio" composto da Giampietro, Marcello e Valter. Col tempo le loro vite si sono separate, ognuno per la sua strada professionale chi a Pescara, l'Aquila o Roma, ma l'amicizia è rimasta nel cuore ed è per questo che gli "amici del Colle" volevano da tanto tempo realizzare un atto simbolico che potesse ricordare, proprio nella Frazione, la vita di Giampietro, stroncata in un modo così ingiusto.
Giampietro
E' per questo motivo che il 16 agosto u.s. si è apposta una formella di ceramica, che raffigura una porzione di affresco dell'Abbazia di San Giovanni Battista, su un muro della sua casa di famiglia nell'Ara Iannini a Colle. Nella formella ceramica donata dagli "amici del Colle" è raffigurato San Giuseppe, che nell'affresco dell'Abbazia guarda Maria e Gesù bambino.
Abbazia di San Giovanni Battista a Lucoli - San Giuseppe e Madonna con bambino

Perchè si è scelto di ricordarlo con la figura di San Giuseppe? Perchè nel Vangelo di Matteo è definito un "Giusto", come i suoi tanti amici e colleghi  consideravano Giampietro e, perchè, nelle inumerevoli categorie che lo reputano loro speciale patrono viene invocato a protezione delle famiglie cristiane (quella da lui lasciata: moglie e due figli, madre e zii inconsolabili) e perchè si ricorre a lui per le malattie agli occhi, le stesse che lui ha curato in tanti anni di stimato esercizio della professione di oculista.


La Frazione del Colle è sempre desertificata a causa del terremoto e nonostante siano trascorsi due anni, i lavori di ricostruzione non decollano, ma il ricordo di chi l'ha abitata, vissuta ed amata è ben vivo e questa iniziativa ha voluto rivitalizzarlo e concretizzarlo in un'oggetto che ripropone l'arte antica di Lucoli e che vuole suscitare nell'osservatore tanti significati simbolici.

venerdì 19 agosto 2011

14 agosto 2011 una cena comune per immaginare il futuro..... contemplando i fiori di Lucoli

Sul piazzale dell'Abbazia di San Giovanni Battista abbiamo organizzato, in collaborazione con le Parrocchie di Lucoli, una cena gratuita per tutti quanti hanno voluto ritrovarsi, a due anni dal terremoto, per raccontarsi ed immaginare un ritorno alla normalità della vita nei vecchi borghi soprattutto in quello della Frazione di Colle, la più colpita dal terremoto dove abitano ad oggi solo due persone.
Immaginare è un verbo che lascia spazio al mondo della fantasia e dei sogni, al mondo che non c'è, che non c'è ancora, che forse ci sarà, che forse c'è già e noi non lo sappiamo.
Abbiamo voluto lanciare una sfida "immaginando" che la Comunità di Colle, dispersa per reali motivi logistici, disgregata e fiaccata anche dall'età dei "veterani" nativi del Paese, si potesse ritrovare alla luce della luna e delle stelle condividendo le pietanze cucinate dalle mani sapienti delle donne. Volevamo ri-sviluppare una relazionalità diffusa nel territorio e nella piccola Comunità, per ritrovarci in un luogo di riconoscimento antico e reciproco che non poteva essere purtroppo il Paese. Il rituale del cibo da cucinare e consumare in comune è stato l'elemento più importante, non avremmo potuto fare a meno del petto di pollo fritto cucinato da Angela, della torta al limone di Nunzia e della pasta e fagioli cucinata dai soci di NoiXLucoli e di tanti altri manicaretti. E' stata una gioia vedere la ricchezza delle pietanze donate e condivise e la voglia di tanti di servire a tavola gli anziani, la gente conosciuta ed anche le persone sconosciute provenienti dai condomini di Pratolonaro o da quelli delle Terrazze. Si è unito un gruppo di persone provenienti dal Trentino che molto ha apprezzato le pizze rustiche dai gusti più disparati. Abbiamo "immaginato" che ci fosse una Comunità e questa miracolosamente si è riaggregata, è bastato il passa parola tra i paesani ed il risultato è stato grande nella sua semplicità: un centinaio di persone sono intervenute.
Hanno fatto sfondo ai commensali le immagini del filmato il "Giardino sotto i nostri piedi" che ha proposto la bellezza della flora di Lucoli, ideato e realizzato da Roberto Soldati. Il link seguente le ripropone tutte nella loro bellezza.

In conclusione di serata è stato proposto un filmato sui lavori di costruzione del Giardino della Memoria, che ha documentato sei  mesi di vita della nostra Associazione ed il lavoro svolto da Gianni, Fabrizio, Luciano e Toni: che hanno speso a San Giovanni molte giornate al freddo invernale, progettando e realizzando con la fatica delle loro mani quello che oggi è un risultato concreto ed un dono per la Comunità.


sabato 6 agosto 2011

FOTO D'EPOCA. L'ABBAZIA DI SAN GIOVANNI BATTISTA NEL 1952.

Per gentile concessione di Gabriele Semplice pubblichiamo questa foto tratta dal suo archivio fotografico del territorio.
La parte inferiore di sinistra è quella dove è stato realizzato il Giardino della Memoria del sisma del 2009, che, come si vede, era popolata da Conifere e Cupressaceae.
Dei vecchi Cipressi ne rimangono solo due nella parte prospiciente l'Abbazia di San Giovanni.

mercoledì 3 agosto 2011

GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: La Pera Moscatella. P. Pyrus sativa.



In questo post parliamo del Pero Moscatello chiamato in Abruzzo "Moscarello".
"Pochi Peri godono di una maggiore celebrità del Pero Moscatello, e pochi presentano la quantità di modificazioni che lo diversificano e lo dividono in molte razze, le une differentissime in forma, in volume, ed in gusto, e le altre così poco distinte nella loro modificazione che appena si possono considerare come varietà. La più conosciuta fra queste ultime, e quella che merita maggiormente di esserlo, è la varietà che si è fatta figurare nel mezzo della tavola annessa, e che si distingue anche nel nome pel diminutivo proprio alla sua piccolezza. Essa si confonde sovente con un’altra razza che vi è inferiore, ma che ha tanti dei suoi caratteri che appena si può distinguere da chi non le gusta insieme: quindi essa riceve da molti il medesimo nome della prima: gl’intelligenti però la distinguono con quello di Giugnolina. Tutte le altre razze di Pere Moscate si distinguono abbastanza fra loro, e da queste due per non dar luogo ad equivoco; perciò noi non ne faremo parola per ora, e ci limiteremo a descrivere la vera Moscatellina, e a dare un cenno della sua compagna. L’albero della Moscatellina prende naturalmente una forma semi-piramidale. I suoi rami non si allargano lateralmente ma si innalzano ritti ed uniti. Essi sono muniti di nodi rari e distinti che rendono il loro fogliame chiaro e diradato. Le gemme fiorifere si aprono ciascuna in un gruppetto di fiori che prosperano nella massima parte ed allegano, sicchè queste pere si vedono quasi sempre a grappoli di tre, di quattro e di sei.Il frutto è picciolissimo e non sorpassa in volume una grossa nocciola; tondeggia alla cima, la quale è coronata da un calice persistente assai pronunziato, ingrossa un poco nel mezzo, e degrada insensibilmente verso il picciuolo all’inserzione, e del quale forma appena un poco di punta, dimodochè presenta una forma quasi orbicolare.La sua buccia è verdastra, coperta in gran parte di un rosso-bruno privo di spicco, e con una superficie liscia e senza lanugine. La polpa è bianca, fina, croccante, quasi priva di torzo, con i semi o mancanti o picciolissimi ed immaturi, e con un sugo dolce: essa esala un aromo grazioso che si sente insieme all’olfato ed al gusto, e che è conosciuto sotto il nome di moscato. Tale è la vera Pera Moscatellina. Essa matura dalla metà alla fine di Giugno, ed è contemporanea delle Pere di S. Giovanni e delle Bianchette, ma le supera tanto in bontà che non vi cade paragone. Tutti i Pomologi parlano della Pera Moscatellina. Si pretende che fosse coltivata dai Romani, e la maggior parte degli Scrittori la rapportano alle Pere superbe di Plinio, che sono descritte come picciolissime e precocissime: il Porta invece la vuole la Myrapia di questo naturalista così chiamata quasi unguentum redolentia".  Testo scritto da Giorgio GALESIO, Pomona Italiana ossia Trattato degli alberi fruttiferi (Pisa 1817-1839), edizione ipertestuale a cura di Massimo Angelini e Maria Chiara Basadonne, Ist. Marsano, Genova 2004
Testo trascritto da Graziella Picchi (Cagli, Pesaro Urbino). Tratto da http://www.pomonaitaliana.it/
L'illustrazione è tratta dall'esemplare conservato presso l'Ist. Marsano (Genova), vol. I: la tavola originale è intitolata Fiore di Pero Moscatellino (pagina 312) e accompagna l'articolo intitolato Pero Moscatellino (pagine 306-311).

Questa varietà è coltivata in tutto il Centro Italia, soprattutto nelle zone di media e alta collina, e qui ancora si può trovare in grandi piante singole. Nei territori oggi italiani è coltivata da lunghissimo tempo; per l’Alto Adige se ne ha notizia, sia per il commercio locale che per l’esportazione, fin dall’inizio dell’800 (Poell, 1831). Nel Congresso Pomologico dell’Esposizione di Treviso del settembre 1888 vennero raccomandate la Moscatellina e la Madama veronese o Moscatella che, scrisse Molon (1901, 1926), erano pere piccole e disomogenee, che comparivano in giugno nei mercati dell’alta Italia (erano le prime pere a comparire sui mercati d’Italia) ed erano quindi ricercate come primizie. Secondo Baldini e Scaramuzzi (1982) i biotipi più importanti erano coltivati in Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna e Campania.
La Moscatellina, caratterizzata dai frutti di piccole dimensioni (da quella di una nocciola fino a quella di una noce), era diffusa in tutti i paesi in cui si coltiva il pero (Tamaro, 1915). Nonostante il pregio della precocità, i frutti avevano una durata molto limitata, tanto che dovevano essere spedite almeno otto giorni prima della maturazione questo è senz'altro uno dei motivi che ha condotto all'abbandono della coltivazione di questa specie su scala industriale.  La varietà veniva comunque considerata molto produttiva e “di grande commercio” (Tamaro, 1915) ed era ricercatissima dai mercati locali e internazionali sia come primizia che per fabbricare conserve, mostarda, frutta sott’alcool e sidro.
L’albero è molto vigoroso, rustico e a portamento piuttosto espanso, produce in maniera costante e fiorisce precocemente. La sua fioritura è così abbondante che è adatta anche come pianta mellifera di grande pregio. I frutti sono di piccole dimensioni, frequentemente riuniti in mazzetti, piriformi, a peduncolo lungo, senza cavità peduncolare e calicina. La buccia è gialla con sfumature rosso scuro dalla parte del sole e numerose piccole lenticelle La polpa è bianca, molto zuccherina e profumata, con sapore di moscato, con torsolo piccolo. Matura la prima decade di agosto ed è da consumo immediato.Si trova menzionata numerose volte e da tempo immemorabile. Il suo nome viene dall’odore di moscato, ed è così dolce che viene chiamata anche Moscarella (le mosche sono attratte dal suo zucchero). Vengono anche dette ‘superbe’ (forse le stesse che citava Columella) perché pur piccole «vogliono essere le prime a comparire mature sulle tavole».
UTILIZZAZIONE ALIMENTARE
L’utilizzo alimentare di questa varietà di pera è la preparazione di una bevanda alcolica chiamata sidro. Le operazioni principali per la sua preparazione sono il lavaggio dei frutti, la cernita, la trinciatura (taglio a pezzi della frutta) e la pestatura. Il composto viene lasciato macerare per diverse ore e si torchia per ottenere il sidro puro, con il 6-7% di alcool che verra successivamente distillato.
NOTE
La pera da un punto di vista nutrizionale è un armonico complesso di sostanze nutrienti. E’ ricco di zuccheri naturali e semplici, specialmente di fruttosio, ma ideale per la dieta poiché l’apporto calorico è di circa 100 cal. Per questo motivo è consigliato anche ai diabetici o a chi vuole limitare l’apporto di calorie senza rinunciare al sapore dolce del frutto. Sono ricche di fibra (un frutto di dimensione media contiene 2,3 grammi di fibra grezza e 4 grammi di fibra dietetica), un elemento indispensabile nella dieta umana che contribuiscono a limitare il livello di zucchero nel sangue, aiutano il funzionamento dell’ apparato digerente, riducono il rischio di cancro abbassano il livello di colesterolo nel sangue. Altro elemento che troviamo nella pera è il potassio. Ne troviamo circa 210 mg in una pera di medie dimensioni ed è molto importante per la salute umana soprattutto per coloro che praticano sport per facilitare la contrazione muscolare.
Contiene infine la vitamina C, la vitamina antiossidante che regola il metabolismo cellulare e la ricostruzione dei tessuti, previene i danni da radicali liberi, mantiene la pelle giovane e levigata ed aumenta le difese immunitarie contro le più comuni infezioni
CURIOSITA'
Definite dall’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert: "frutti dei benestanti, che per la varietà, le differenti stagioni di maturazione, il ricco e raffinato sapore sono infinitamente superiori alle migliori mele che abbondano nei frutteti della gente comune, le pere si caratterizzano per una ricca e naturale variabilità delle numerose specie selvatiche (circa 20) presenti in Europa e in Asia".
Già i testi agronomici latini indicano un numero di pere superiore a quello delle mele. Catone ne cita 6, Plinio 35.
La superiorità del pero si mantiene nel Rinascimento.
Bartolomeo Bimbi (1648-1730), pittore naturalista vissuto alla corte di Cosimo III de’ Medici, ne raffigura 115 varietà, suddivise per mese di maturazione: giugno, luglio agosto, settembre, d’inverno.
B. Bimbi 1648 -1730  Pittore- Natura morta con Pere
L’epoca d’oro del frutto è tuttavia successivo quando in Francia e in Belgio si selezionano, coltivano e producono oltre mille varietà differenti.
Qualità unica della pera, alla varietà corrisponde la ricchezza delle forme. Il suo carattere migliore tuttavia è nel gusto e nell’aroma. Esso è particolarmente gradito anche per la difficoltà di gustarlo al meglio, poiché dopo la raccolta imbrunisce e deperisce e allo stesso tempo se raccolto in anticipo non manifesta appieno i suoi caratteri.
L’albero di pere ha un posto privilegiato nei giardini ed è molto presente nella letteratura e nell’arte.
Oggi, nel mercato globale le pere perdono posizione e la superficie dedicata a questi alberi da frutto in Italia negli ultimi venti anni si è ridotta del 40%. Di grande interesse sono i mercati locali con prodotti quali la pera Cocomerina con la polpa rossa, la pera di Monteleone, la pera Moscatella, la mela-pera, che tenta, con un compromesso, di conciliare la rivalità tra i due frutti.

RICETTA PERE MOSCATELLE SCIROPPATE
Ingredienti: 500 gr di pere sbucciate ( peso netto ), 50 gr di zucchero semolato, cannella, chiodi di garofano, scorza di limone.
Preparazione: le pere più indicate per essere sciroppate le pere moscatelle e le pere bergamotte.
Le pere piccole si lasciano intere, le grandi si dividono a metà o in quattro parti, si sbucciano e si mettono a cuocere a fuoco moderato con acqua e zucchero (500 gr di pere pulite, 125 gr di zucchero).
Quando sono tenere ma hanno ancora la loro forma, si levano dal fuoco, si aggiungono al succo 375 gr di zucchero, si “fa bollire un po’, quindi si versa sulle pere messe in una terrina.
Il giorno seguente si cola il succo, si aggiunge un poco di cannella, qualche chiodo di garofano, un po’ di scorza di limone e si mette al fuoco per far condensare, si aggiungono le pere e si fanno cuocere per 10 minuti.Si levano le pere e si dispongono nei vasi; se è necessario si fa condensare ancora un poco lo sciroppo e lo si versa ancora caldo sulle pere.

lunedì 1 agosto 2011

IL GIARDINO SOTTO I NOSTRI PIEDI. LA PROIEZIONE SULLE SPECIE BOTANICHE FOTOGRAFATE.

L'attività fotografica realizzata lo scorso giugno sulla piana di Campo Felice si concluderà con la proiezione di quanto fotografato.
Il progetto è stato pensato per far conoscere la notevole ricchezza botanica, le bellezze naturali del nostro territorio e in particolare il legame tra fiore e uomo. Domenica 14 agosto p.v., confidando nella presenza di molte persone presenti per le ferie di agosto, proietteremo il filmato realizzato dal cineasta Roberto Soldati con le foto realizzate dai "cacciatori" di fiori lo scorso giugno.
Il filmato è stato impostato e sarà commentato come un racconto che permetterà di apprezzare la biodiversità del territorio ed introdurrà le persone presenti nel mondo dei fiori e della microflora che vegetano a Lucoli, illustrandone molti aspetti.
Tutti sono invitati il 14 agosto 2011 dalle 21.00 presso l'Abbazia di San Giovanni Battista, l'evento si svolgerà sul piazzale antistante la Chiesa.
http://www.youtube.com/watch?v=aQSyiujJMso