venerdì 25 novembre 2011

“Laudate Eum in Chordis et Organo”. A proposito dell'Organo dell'Abbazia di San Giovanni Battista.

Come possiamo definire la musica in genere ed in special modo quella eseguita con un organo?

L'organo di Giovanni Farina
Due sono le definizioni filosofiche fondamentali che sono state date alla musica. La prima è quella che la considera come la rivelazione all'uomo di una realtà privilegiata e divina: rivelazione che può assumere o la forma della conoscenza, o quella del sentimento. La seconda è quella che la considera come una tecnica o un insieme di tecniche espressive, che concernono la sintassi dei suoni.
La dottrina della musica come scienza dell'armonia e dell'armonia come ordine divino del cosmo è nata coi Pitagorici i quali affermavano che la musica è armonia dei contrari e accordo dei discordanti. La funzione e i caratteri dell'armonia musicale sono gli stessi dell'armonia cosmica: la musica perciò è il mezzo attraverso il quale ci si eleva alla conoscenza di tale armonia. Platone pertanto includeva la musica al quarto posto fra le scienze propedeutiche (dopo l'aritmetica, la geometria e l'astronomia) e la considerava la più vicina alla dialettica e la più filosofica.
Nel Medioevo la musica fu inclusa nel novero delle arti liberali ritenute fondamentali, in questo periodo. Sant'Agostino espone il passaggio della musica dalla fase della sensibilità (in cui essa si occupa dei suoni) alla fase della ragione in cui diventa contemplazione dell'armonia divina. Anche oggi si fa frequentemente ricorso alla definizione della musica come espressione del sentimento o almeno la si presuppone come cosa ovvia e sicura. In Italia ha contribuito a rafforzarla la dottrina dell'arte di Croce, come espressione del sentimento; ma ovviamente, questa dottrina non è che la generalizzazione a tutto il dominio dell'arte della definizione romantica della musica.
L'invenzione dell'organo è frutto della scienza dei greci; esso trova ragion di vita ad Alessandria d'Egitto durante l'età ellenistica. Alla fine del III secolo a.C., tra gli uomini dotti di Alessandria, figurava un certo Ctesibio, meccanico di professione, individuabile oggi come ingegnere idraulico, motivato dallo spirito d'avventura tipico del suo tempo. Da ragazzo, garzone barbiere nella bottega paterna, inventò un apparecchio pneumatico per sollevare, abbassare e tenere inclinati gli specchi secondo le esigenze dell'arte della rasatura e dell'acconciatura. Questo meccanismo gli aprì le porte agli studi scientifici prima, e ad ulteriori scoperte poi, scoperte che lo resero fondatore della pneumatica. Le sue indagini sull'elasticità dell'aria e dell'acqua, che partono dal principio aristotelico che l'inspirazione dell'aria è trazione e l'espirazione è spinta l'illuminarono a costruire il prototipo della classica pompa aspirante-premente, che da duemila anni è modello d'infinite applicazioni meccaniche e tecniche e che, nella sua forma primordiale (tubo, cilindro, pistone a stantuffo, leva a mano), sopravvive tuttora per estrarre l'acqua dai pozzi di campagna.
I suoi primi tentativi pratici verso questa direzione lo portarono alla costruzione di un "albero sonoro" collocato nel tempio votivo dedicato alla regina Arsinoe, presso il delta del Nilo a Zefiron. Di questo strumento automatico si sa che emetteva modulanti suoni di tromba e cinguettio di uccelli a intervalli regolari, mediante un getto d'acqua che comprimeva l'aria racchiusa in un contenitore. Dall'automa sonoro all'organo, il passo fu assai breve: Ctesibio, con una riserva d'aria il cui flusso era alimentato da una pompa aspirante-premente e la cui pressione veniva equilibrata dal peso dell'acqua spostata in un'ingegnosa combinazione di vasi comunicanti, riuscì a far suonare un sistema di aulòi (gli antenati dell'oboe), superando le limitazioni del fiato umano. Di comune accordo si considera il 245 a.C. come la data di invenzione dell'organo anche se, per ovvi motivi, non può esser stabilita con certezza.
Oggi, discutendo sulle prime motivazioni e sui processi che fecero dell'organo lo strumento ufficiale della Chiesa di Roma, subito si direbbe che è apparso in concomitanza e a servizio della Liturgia, Maestra e Docente del divino.  Di fatto l'organo iniziò ad apparire in Chiesa quando nacque la "musica da chiesa".
Per tutto il Medioevo, l'organo trovò nella quiete dei monasteri, le condizioni ambientali e culturali favorevoli al suo sviluppo. Così facendo si assistette al progressivo ingresso dell’organo, all'interno dell'ambiente mistico dell'epoca, dove trovò ampio spazio per una futura e grandiosa crescita. Aveva principalmente una funzione di tipo segnaletico, ossia era utilizzato all'inizio o alla fine di un rito solenne, all'ostensione di reliquie, all'ingresso di  un'autorità importante, al termine di una processione, ecc. In qualsiasi circostanza solenne che ne richiedeva la presenza musicale.

Nel Quattrocento l'organo comincia a svolgere compiti più appropriati e particolari quali la risposta al canto piano (il gregoriano), agli Inni, ai Salmi durante la recita della Liturgia delle Ore e nella prassi dell'alternatim ossia l'alternanza fra il canto e il suono stesso dello strumento.
Nel Rinascimento l'organo è nel suo splendore: svolge sia la funzione segnaletica all'interno di qualsiasi celebrazione sacra solenne, sia partecipa attivamente alle funzioni religiose come risposta alla salmodia, al Magnificat principalmente nella recita dei Vespri, nella Messa e nelle sue parti fisse (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei); la prassi dell'alternatim si svolse anche nella polifonia, mettendo in musica o i versi dispari o quelli pari, e le parti mancanti venivano suonate al'organo.
E' proprio il 2 giugno del 1569 che Giovanni Farina da Guardiagrele, firmava l'atto di costruzione dell'Organo dell'Abbazia di San Giovanni Battista.
L'organo di San Giovanni risulta essere il più antico ancora esistente nella Regione Abruzzo, come certificato dall'Ispettore onorario per la tutela e la vigilanza degli organi antichi dell'Abruzzo, carica del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
E' per valorizzare e recuperare questo prezioso strumento che la nostra Associazione, la Soprintendenza e la Curia dell'Aquila si sono coinvolte.

Le foto realizzate durante l'ispezione dello strumento

Il Prof. Alberto Mammarella Ispettore della Soprintendenza


Le foto e lo studio durante l'ispezione dello strumento

Tutti ad ammirare l'organo....anche la Beata Cristina!
Nella Foto la Dottoressa Di Matteo in rappresentanza della Curia, la Dottoressa Stinziani della Soprintendenza, il Prof. Alberto Mammarella Ispettore Onorario in rappresentanza della Soprintendenza, Luca Peretti organista dell'Abbazia
Il testo dell'articolo è stato scritto da Luca Peretti e fa parte di uno studio prodotto per l'Università dell'Aquila, Facoltà di  Filosofia.

lunedì 21 novembre 2011

LA BEATA CRISTINA DI LUCOLI TRA AGIOGRAFIA E PRESENTE

Tutti a Lucoli conoscono la storia della vita della Beata Cristina che viene di seguito fedelmente riportata nella descrizione sintetica a cura di P. Bruno Silvestrini dell'Ordine di Sant'Agostino (O.S.A.).
Nacque a Colle di  Lucoli (L'Aquila) il 24 febbraio del 1480 e fino a 25 anni trascorse la vita in famiglia esercitandosi nella preghiera e nella penitenza. Entrata nel monastero agostiniano di Santa Lucia a L’Aquila, mutò il nome di Mattia in Cristina e coltivò fedelmente l'osservanza regolare, l'amore ai poveri e la pazienza nelle sue lunghe infermità. Contro la sua volontà fu eletta per diverse volte Abbadessa del suo monastero. Morì il 18 gennaio 1543. Il suo culto fu confermato da Gregorio XVI nel 1841.
Al secolo Mattia Ciccarelli, nacque da Domenico e Maria di Pericolo a Colle di Lucoli (L'Aquila), il 24 febbraio 1480, ultima di sei figli. Sin dalla più tenera età mostrò di possedere le virtù dell'obbedienza, dell'umiltà e della modestia, congiunte con l'amore per la preghiera che praticava per buona parte del giorno ritirata nell'angolo più riposto della sua casa e devotamente raccolta davanti a un'immagine della Madonna della Pietà. Alle preghiere univa costantemente mortificazioni e rigorosi digiuni, macerando così il suo corpo per cancellarne la bellezza, al fine di impedire di essere ammirata. A undici anni conobbe il b. Vincenzo da L'Aquila, che divenne il suo direttore spirituale e a cui ben presto confidò il suo intimo desiderio di consacrarsi interamente al Signore, abbracciando la vita religiosa. Nel giugno 1505 entrò, infatti, nel monastero di S. Lucia delle Agostiniane osservanti in L'Aquila, dove prese il velo assumendo il nome di Cristina. La grande pietà, la sottomissione più completa e l'assoluta umiltà di cui dava quotidianamente luminose prove, le meritarono in breve la venerazione di tutte le consorelle le quali, dopo non molti anni, la scelsero come loro badessa, carica cui fu eletta più volte, suo malgrado. Divenuta celebre per la sua santità, per le visioni avute e per i miracoli operati, Cristina era visitata continuamente da una gran folla di persone, dalle più modeste alle più importanti. Tra le varie estasi di cui il Signore volle degnarla, due restano veramente mirabili: quella avuta nella ricorrenza della festa del Corpus Domini, allorché fu trovata sollevata da terra per più di cinque palmi, mentre sul petto le risplendeva l'Ostia santa rinchiusa in una pisside d'oro (per questo la beata viene comunemente così raffigurata); e quella avuta in un venerdì santo e prolungatasi fino al giorno successivo, durante la quale provò, a suo dire, gran parte dei dolori della passione di nostro Signore. Cagionevole di salute e afflitta da più mali, Cristina morì il 18 gennaio 1543.
Soppresso il monastero agostiniano di S. Lucia il 12 ottobre 1908, le spoglie mortali della Beata furono trasferite nel monastero di S. Amico. Il culto, che già subito dopo la sua morte cominciò ad esserle prestato, fu solennemente confermato da Gregorio XVI nel 1841. La sua memoria liturgica ricorre il 18 gennaio.
Abbiamo voluto riprendere anche alcuni elementi della vita della Beata (fedelmente scritti nel testo volgare usato) dal libro di Ludovico Antonio Antinori: Vita della B. Cristina già nel secolo Mattia de' Ciccarelli di Lucoli - religiosa agostiniana nel monastero di S. Lucia dell'Aquila, in Roma,1740 (rist. San Giovanni in Persiceto-BO, 1980), pp. [s.n], per riattualizzarne la conoscenza storica, cercando di rileggere la sua vita con gli occhi dei contemporanei che vivono oggi la Frazione di Colle di Lucoli. Volutamente abbiamo ripreso il testo dell'Antinori in quelle parti in cui venivano descritti i luoghi che la storia ci ha consegnati: la Casa natale della Beata,  e la Chiesa, edificata ove si recava a pregare, quest'ultima, resa inagibile dal sisma del 2009 e quindi  oggi chiusa al culto.
Frontespizio del libro di Ludovico Antonio Antinori. Scritto nel 1740: due secoli dopo la morte della Beata
Cap.I. Patria, Genitori, Nascimento di Mattia: Puerizia, Educazione, Docilezza: Inchinazione alla Pietà. Concetto, che se ne fece.
"Men di cinque miglia lontana dalla Città dell'Aquila Capitale dell'Ulteriore Abbruzzo in Regno di Napoli, sorge in quindici Ville divisa la Terra di Lucoli sopra di alte ineguali colline, framezzate da valle angusta bagnata da un ruscello, e rivolta all'Occidente estivo. Non soggetta ad utile dominio di Baroni prima del 1530, dipendeva soltanto dal Governo dell'Aquila; nel Contado della quale situata, ed alla Comunità della quale unita, quali membro d'un corpo, immediatamente con quella a' Re di Napoli soggiaceva. Si reggeva nello spirituale, come oggi ancora si regge, in quattro delle sue ville, di là del rivo, dal Vescovo Aquilano, e nelle undici altre, di quà, dall'Abate Insulato di S. Giovanni di Collimento, una delle ville stesse, Prelato secolare dell'insigne Monasterio, Regolare un tempo, dotato fin dal 1077 dal Conte Odorisio.
Patria, Nascimento di Mattia
Da tal prelato, che circa il 1480, era Giovanbattista Gaglioffi nobile, e poi Vescovo Aquilano, vien provveduta dè Rettori dell'anime delle Chiese della Terra, e nell'altra ancora dentro la Città, in cui ànno i Lucolani la Parrocchia indistinta. In tale stato era Lucoli, qualor viveva in una delle due ville, chiamata il Colle, Domenico de' Ciccarelli. Era costui marito di Maria di Pericolo, e Padre di cinque figliuoli, Lionardo, Jacopo, Girolamo, Pasquale e Giovanna. Onesta Famiglia delle più ricche, e delle più commode della villa, agiata ne' beni di fortuna, doviziosa di campi e di armenti, e numerosa di Garzoncelli e di Pastori, che le rendevan servigio, quale appunto alla Famiglia facendiera dell'industrioso Giacobbe. Se ne vede ancor'adesso la casa, e si contradistingue dalle altre"...."Si riserbava a Domenico dall'Eterno Dio il favore che al vecchio Isai di Betleemo. L'ultima de' figliuoli esser dovea la trascelta nonmeno alle benedizioni del Cielo, che al decoro del Padre. Quindi è che dopo degli altri dati alla luce, divenuta di nuovo gravida Maria sua moglie, a lui partorì una Bambina nell'anno 1480; anno che fu, come renduto adorno da quella nascita, contrasegnato dallo storico Generale dell'ordine Agostiniano. Fra le memorie scritte finora di lei non resta quella del giorno, o del  mese, in cui nacque. Se giova il conghietturar dal nome, uso per altro più costantemente serbato nei villaggi, si può credere che avvenisse a 24 di Febbrajo; giacchè nel sacro fonte a lei s'impose quello di Mattia, inonor forse della festività dell'Apostolo, che si solenniza in tal giorno. Mattia fu chiamata nel suo Battesimo la Bambina, ed o per vezzo di sua scherzosa innocenza, o perche il più delle volte co' fanciulletti così far si vuole, veniva careggiata col nome impiccolito di Mattuccia; seguito in ciò il dialetto del Paese, e'l troppo comune abuso ne' diminuimenti de' nomi, rimproverato da qualche sensato scrittore"..."Non lungi dalla Villa di Colle, e conseguentemente dalla casa di Mattia, che è da quella parte, cioè verso l'oriente d'inverno, l'ultima della Villa stessa, era a quei tempi una piccola Cappella di quelle, che suole il contadino Volgo chiamar  Cone, con voce corrotta da Icona, o sia Immagine. Costa d'un muro, in cui l'Immagine è dipinta, ed a cui son laterali due basse mura sostenenti una volta in arco, che senz'altri o riparo, o porta, forma e la stanza e l'ingresso. Era in quella dipinta la Vergine Madre con Bambino Gesù fra le braccia. In quel ritratto fissò gli occhiun giorno Mattia, e vi si sentì destare a special divozione. Cominciò e proseguì a visitarla ogni giorno, con coroncina alla mano, raccolta, soletta per lopiù e con secretezza, finchè non fosse disturbata"..."Divenne pubblica la visita giornale di Mattia alla Cappelletta; e la Cappellette medesima si cominciò così a frequentare, seguendo ciascuno l'esempio di lei"..."mentre stette in Lucoli nè litigio occorse, nè rissa, che, potendo, senza venir implorata, s'adoperò a ridurlo a fine di pace; anzi così bene si portò in quest'impiego che non comparve a tempi suoi rissa o litigio essere avvenuto"....
..."Si licenziò allora Mattia dalla Patria, e da' Parenti, da quella Casa, nella quale era più da Religiosa che da Secolare vissuta, e con maggior tenerezza d'affetti da quelle Chiese, che tanto aveva frequentate, ma particolarissimamente dalla sua cara imagine della Madre della Pietà nell'Oratorietto rimoto. e dalla Cappelletta nella collina, rammentando con lagrime di dolcezza quanto a ciscuna di queste due ella doveva, come ritiri di quiete, e di pace, come luoghi eletti alle sue fervorose orazioni, e come quelli ne' quali Dio si era compiaciuto di favorirla di lumi, e di doni per ispecialissima grazia compartiti....Quanto alla Cappelletta ne inculcò la divozione a ciascuno, e la perseveranza, ne esagerò il merito e tanto accese gli animi, che partita lei non mancò, anzi s'accrebbe il concorso, e saccrebbe tanto, che da Cappelletta povera divenne per pie oblazioni di fedeli ben ricca, e ritenne il nome di Cappella della Beata Mattuccia Suor Cristina. Lo assentò nel 1596., qualora scriveva, Giovan Pietro Interverj, aggiungendo che inq uel tempo si riedificava in forma di Chiesa con titolo di S. Maria di Piedicolle, dal sito rispetto alla collina, e alla Villa. Ella è al giorno d'oggi doviziosa di fondi e di gregge, ampia di giro, e di fabbriche annesse, e dopo la Badia di San Giovanni la più cospicua Chiesa, e ben ufficiata in Lucoli"...
..."Finalmente pervenuto il giorno, in cui la colomba eletta corresse fra le spelonche sacrate al vero Sposo, partì con generoso Addio da tutte le cose che l'avevano rattenuta, e non allettata, da tutti i suoi, e fin da se stessa Mattia; e s'incamminò verso la città. Ella era allora nell'età sua di venticinque anni già compiti, e come d'età così di virtù provetta. Non si nota precisamente il mese, o il giorno dell'ingresso, ma è ben certo che siccome fà dopo la Pentecoste, accaduta in quell'anno 1505 agli 11 di Maggio, così non fu molto dopo di essa, onde creder possiamo probabilmente che avvenisse nel mese di Giugno".
Nella Comunità dei credenti di Lucoli, in molti, sono convinti che il sisma del 2009 abbia causato una sola vittima sul territorio proprio grazie alla Beata Cristina. Il suo culto sembra essere stato riattualizzato proprio dagli accadimenti calamitosi contemporanei, la gigantografia della sua immagine è stata collocata quasi come un monito, alle scosse di assestamento del sisma, sulle mura di alcune delle Frazioni di Lucoli. Ce n'è una anche nella parte posteriore di quella che fu la sua casa natale al Colle. Paese di anziani, già spopolato dalla vita ed ora annientato dal terremoto. Proprio in questa condizione di deserto urbano, con scarse manifestazioni di vita quotidiana, Colle, sembra favorire l'immaginazione verso i tempi che furono, ben cinque secoli indietro, e consentirci di rivedere la giovane Mattia e tutti i personaggi a lei contemporanei che vi vivevano, così ben descritti dall'Antinori quando, ad esempio, descrive le sue doti di preveggenza. La "tenerezza dei suoi affetti", come scriveva Antinori, era rivolta alla casa paterna ed al luogo ove era solita pregare, oggi Chiesa a lei dedicata, che avrebbe bisogno della sua forte attenzione.....di Beata,  le lesioni all'edificio sono gravi e gli ingenti danni subiti s'inseriscono in un contesto troppo ampio di rovina dei luoghi di culto dell'aquilano, che faticherà ad essere sanato, sia per mancanza di risorse economiche, sia per carenza di interesse da parte delle comunità.

Scheda dei Beni Culturali relativa  alla chiesa della Beata Cristina di Lucoli

domenica 13 novembre 2011

GROTTE SANTO STEFANO E LUCOLI. Foto ricordo di una gran bella giornata insieme.

Quando da un evento calamitoso nasce, d'impeto, la solidarietà, spetta poi agli uomini costruire relazioni di amicizia che durino nel tempo e sviluppino significati più ampi, che costruiscano una storia all'interno delle Comunità. E' questa storia che abbiamo cercato di scrivere, vivendola insieme, ieri.
La visita del 12 novembre u.s. ha fatto conoscere le bellezze di Lucoli ai soci della Pro Loco di Santo Stefano in modo più sereno dal 2009, ne hanno percepito le bellezze dei paesaggi, della natura, la storia interessante ed anche la voglia di fare degli operatori locali che li hanno accolti con degustazioni di prodotti di qualità e con amicizia.
Sono arrivati come sempre con doni generosi, abbiamo cercato di contraccambiare con una calorosa accoglienza ed organizzando un programma articolato di visita, anche alla Città dell'Aquila nel pomeriggio.
Il prossimo incontro sarà da loro a Grotte Santo Stefano (VT) ci faremo promotori dell'organizzazione di una gita per la Comunità di Lucoli.
Arrivo dei cinquanta soci all'Abbazia di San Giovanni. Mai a mani vuote!
Portano vino per il futuro pranzo degli anziani di Lucoli

Foto ricordo con i soci della Pro Loco Santo Stefano
All'interno dell'Abbazia di San Giovanni, visita guidata, per conoscerne la storia antichissima.
Nello sfondo l'affresco del "Santo Monaco" da noi riprodotto e donato per la sede della Pro Loco
Un momento di raccoglimento al Giardino della Memoria del sisma con la deposizione di fiori sotto ai nomi delle vittime
Targa ricordo donata dalla Pro Loco al Comune di Lucoli
Il nostro dono: dall'arte di Lucoli una riproduzione del "Santo Monaco" affrescato nell'Abbazia di San Giovanni
Visita al Poliambulatorio di Lucoli al quale la Pro Loco ha contribuito con il dono della Fiat Doblò per i Servizi Sociali.
Nella foto il Presidente e la Vice Presidente della Pro Loco Santo Stefano


Albero della Solidarietà. Specie Tilia Platyphyllos piantumato nel luglio 2009 insieme ai soci della Pro Loco Santo Stefano raffigurati nella foto. L'albero è accudito da NoiXLucoli Onlus ed in due anni si è ben sviluppato

giovedì 10 novembre 2011

SABATO 12 NOVEMBRE I SOCI DELLA PRO LOCO DI SANTO STEFANO IN VISITA A LUCOLI

Veduta di Grotte Santo Stefano (VT)
Grotte Santo Stefano è un paese che oggi è una Frazione di Viterbo, un tempo, prima del 2 gennaio del 1927 era un Comune della provincia di Roma, poi, con Mussolini, a partire dall’anno successivo, fu aggregato a Viterbo insieme a Bagnaia, San Martino al Cimino e Roccalvecce. Nel 1974 e 1985 i grottani (gruttani in dialetto), tentarono di rendere il paese un comune, distando 16 km da Viterbo ed avendo una popolazione di 3.800 abitanti, ma invano ed oggi resta ancora un quartiere decentrato del capoluogo della Tuscia.
Le origini del paese hanno inizio con la distruzione di Ferento avvenuta nel 1172 ad opera dei viterbesi e conseguente fuga degli abitanti arrivati in questo luogo per ripararsi in alcune grotte etrusche. Tali grotte erano ubicate nel pre-esistente territorio di Montecalvello e vicino al confine con la nativa Ferento.
Con il passare del tempo il Vescovo di Bagnoregio assegnò a questa comunità di contadini e pastori un parroco della parrocchia di Santo Stefano, dove fin dal 1202 erano custodite le reliquie delle chiese ferentane. Vicino alla zona delle antiche grotte venne eretta una piccola edicola in onore del Santo e da qui il nome di Grotte Santo Stefano. Quando il centro crebbe, i cittadini grottani vollero un proprio Santo Patrono ed il Vaticano con intercessione della Diocesi di Bagnoregio, ottenne le ossa di un martire cristiano al quale era stato dato il nome di Venerando che a tutt’oggi è Patrono del paese e si festeggia la prima domenica di settembre, mentre Santo Stefano è il Copatrono e si festeggia il 26 dicembre. Potete visitare il sito della Pro-Loco della cittadina, nel quale è indicata la storia e gli eventi che organizzano, come il Carnevale, la Sagra delle Fettuccine o la Festa del Santo Patrono Venerando.
La Proloco di Santo Stefano

L’Associazione è stata costituita nel giugno del 1998 dalla volontà di alcuni paesani stanchi di vedere il loro paese dimenticarsi delle sue origini, del suo passato, dei suoi avi. Numerosi, appartenenti ai diversi ceti sociali ed armati di spirito di sacrificio, hanno costituito il folto gruppo dei volontari che sono il motore dell’associazione, che persegue, senza fini di lucro, interessi di valenza di pubblica utilità sociale e con rilevanza di interesse pubblico. Ad oggi l'associazione si compone di circa 60 soci.
L'incontro con Lucoli è stato casuale, un "grottano" è parente acquisito di un lucolano di origine, molto attivo nella solidarietà e nel sociale e, all'indomani del sisma del 2009, si è subito generata quella carica magnetica attrattiva tra chi manifestava l'entusiasmo del volersi "donare" e chi aveva bisogno. Sono venuti di persona a rendersi conto della situazione di emergenza ed hanno voluto un progetto, una ipotesi concreta di aiuto che non fosse solo legata ad una donazione economica: doveva esserci un significato preciso. Approccio etico e veramente "per bene".
I nostri futuri soci (che non pensavano ancora a NoiXLucoli Onlus) si sono dati da fare, insieme al "Sindaco del terremoto" Luciano Giannone, per ancorare l'aiuto dei Grottani ad un progetto futuro, necessario e fattibile: quello del Poliambulatorio del quale già si aveva la promessa di una struttura dono dell'Associazione dei Costruttori della Lombardia.
Ma come contribuire? Cosa fornire di concreto ed utile da subito ed anche valido per il futuro?
Pensarono a donare un'auto, necesaria per predisporre un servizio di navetta per gli anziani che si fossero dovuti recare al Poliambulatorio, strumento particolarmente utile vista la parcellizazione in molte Frazioni del Territorio e le distanze da percorrere per persone non più autonome.
Da quel momento la Pro Loco si è trasformata in una "macchina da guerra", perfetta, ha organizzato, lavorato, raccolto fondi con ogni mezzo e ci ha veramente sbalorditi con lo slancio dei soci e la capacità di fare bene. Non spenderemo mai troppe parole per ringraziarli tutti: il valore di una Comunità dovrebbe essere misurato in base a quanto dà e non in base a quanto è in grado di ricevere, come ben diceva Einstein..... ed i Grottani di valore ne hanno dimostrato  molto!
Quella di Grotte Santo Stefano è stata la prima forma concreta di solidarietà arrivata a Lucoli, tutti gli altri sono arrivati dopo.
La locandina dell'evento di raccolta fondi per Lucoli
La serata di raccolta fondi a Grotte Santo Stefano con il Sindaco Luciano Giannone
La grande partecipazione popolare

Al termine della fantastica serata l'auto è stata consegnata, accompagnata dai fuochi pirotecnici, al Sindaco Giannone
Trascorsi più di due anni dal terremoto quaranta soci della Pro Loco di Santo Stefano verranno in visita a Lucoli, graditi ospiti dell'Amministrazione Comunale che offrirà ai convenuti un pranzo e della nostra Associazione che ha organizzato per loro un programma di degustazioni di prodotti tipici locali ed anche la visita della Città dell'Aquila.
Sarà un grande piacere mostrare loro i cambiamenti positivi intercorsi a Lucoli, rappresentati dal Poliambulatorio, dalla Struttura pastorale donata dalla Caritas, dalla messa in sicurezza dell'Abbazia di San Giovanni Battista (tolte le brutte travi ed i puntelli), dal Giardino della Memoria dedicato alle vittime del sisma. Purtroppo, saranno evidenti anche i timidi risultati di una ricostruzione dei borghi che stenta a partire.
Oramai i nostri legami personali sono consolidati, questa generosa Comunità ci è entrata nel cuore e mai la dimenticheremo, i suoi componenti saranno nostri fratelli nella bellissima terra di Lucoli.

sabato 5 novembre 2011

IL PALIOTTO DELLA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO. L'arte ceramica di Castelli annovera un manufatto artistico di eccellenza anche a Lucoli.

Francesco Antonio Saverio Grue (1686-1746) il "dottore maiolicaro" di Castelli durante il suo soggiono a Bussi (AQ) realizzò per il reverendo Angelo Petricone di Lucoli il rivestimento ceramico dell'altare della Chiesa di San Michele Arcangelo,  parzialmente conservato prima nei depositi del Museo Nazionale d'Abruzzo a l'Aquila ed oggi presso la sede della Soprintendenza per l'Abruzzo di Celano.
Laureatosi ad Urbino in filosofia e teologia, Francesco Antonio Saverio Grue è stato un personaggio di grande personalità sia per gli aspetti del carattere irascibile ed irruento, che lo portarono a capeggiare la rivolta del 1716 contro il Marchese Mendoza e a minacciare con la spada sguainata suo padre Carlo Antonio nella piazza di Castelli, sia per la varieta' delle esperienze compiute, giacché oltre a dipingere le maioliche con le sue invenzioni sempre molto originali, incise all'acquaforte paesaggi e vedute e compose poemetti e satire. Assai apprezzato dal re di Napoli Carlo di Borbone, l'artista svolse la sua attivita' nel paese natale, ad Urbino, a Bussi (dove fu governatore) e, per oltre un ventennio, a Roma, contribuendo a diffondere la tradizione pittorica di Castelli. La vita di questo artista è quasi  un romanzo potrebbe essere considerato un Masaniello di paese essendo un individuo anticonformista, dalla forte personalità e buona cultura, che assunse deliberatamente atteggiamenti estremi ed irrequeti.
La vita di questo magnifico artista e le sue opere sono state illustrate dalla Dottoressa Luciana Arbace, Soprintendente per  il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico per l'Abruzzo in un ricchissimo ed interessante libro, del quale presentiamo di seguito la copertina.
Il Paliotto di Lucoli, opera di grandissimo pregio, raffigura la vita di San Francesco Saverio, al quale l'autore era devoto e presenta anche dei sonetti inneggianti alla Vergine e fu eseguito nel 1713. La Dottoressa Arbace lo interpreta quasi come un ex voto al Santo Patrono Francesco Saverio per grazia ricevuta: per lo scampato pericolo di non essere dovuto andare in carcere o per la conquista di un incarico di potere quale fu quello del governatorato di Bussi.
Quest'opera realizzata per la chiesa di San Michele Arcangelo di Lucoli era nota agli storici già dal 1848 ed era collocata sul primo altare a sinistra (Angelo Leosini: Monumenti storici artistici della Città di L'Aquila e suoi contorni con le notizie di pittori, scultori, architetti ed artefici che rifiorirono, Aquila Perchiazzi 1848, p. 262). Il Paliotto attualmente si compone di trentatre elementi sciolti, oltre a diversi elementi che compongono  una cornice tuttora murata in una sala del Museo Nazionale D'Abruzzo. Nella configurazione originale prevedeva molte altre tessere oggi perdute è probabile che il depauperamento di quest'opera sia iniziato con il terremoto del 1915 a seguito del quale la Chiesa di San Michele Arcangelo fu distrutta. Anche i pezzi recuperati subirono molte vicissitudini e spostamenti: dalla Congregazione della Carità furono affidati al Museo Diocesano, poi furono esposti al Museo delle ceramiche di Castelli per tornare al Museo Nazionale dove rimasero custoditi in casse, il terremoto del 2009 li ha visti di nuovo in movimento verso Celano dove sono stati al centro di una mostra terminata a gennaio di quest'anno.
Ci domandiamo quanto la Comunità di Lucoli conosca di quest'opera d'arte che è stata ammirata nelle sue molteplici esposizioni da molti estimatori competenti e che viene reputata una delle opere più originali dell'artista, soprattutto per i fasci di fiori dipinti con particolare naturalismo e per i cartigli con gli inni a Cristo ed a Maria che "le sapienti obreggiature fanno sembrare sospinti dal vento". Francesco Antonio Saverio Grue aveva la principale capacità di saper rappresentare attraverso i suoi decori le storie in termini di racconto, come lo definisce la Arbace è un "cantastorie della maiolica, autore di composizioni dai mille dettagli e dalle tante sottolineature".
Sarebbe bello se i lucolani potessero acquisire l'orgoglio della cittadinanza di quest'opera visto che il pannello ceramico per diversi secoli ha fatto parte della tradizione locale sia di culto sia storico artistica.

La predica di San Francesco Saverio in India

Dedica inserita nel Paliotto: Franc.s Ant.s Xav. S Grue Phil.ae, et Sacrae Theol.ae Doctor Inventor, et Pinxit in Oppido Buxi An° D.i 1713 Procurante pro hac Vener.li Ecc.a Rev. Do Asmodum Domino Domno Angelo Petricone Luculensi.
Luciana Arbace, autore del libro dal quale sono state desunte le notizie sul Paliotto di Lucoli, è storico dell'arte già Direttore e Coordinatore presso la soprintendenza BAP - PSAE di Napoli e provincia è ora Soprintendente per l'Abruzzo, tra le sue riconosciute competenze quelle della ricerca nel settore della maiolica.
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