mercoledì 30 maggio 2012

LA CITTA' DI SASSUOLO COLPITA DAL SISMA ED IL SIGNIFICATO DEL GEMELLAGGIO CON IL COMUNE DI LUCOLI

I volontari della Protezione Civile di Sassuolo
La Città di Sassuolo ha patrocinato il nostro progetto del Memoriale per le vittime del sisma del 2009

Erano passate poche ora dal sisma che ha colpito la pianura padana emiliana e già l’assessore alla Protezione Civile della Regione Abruzzo, aveva allertato tutta la struttura emergenziale ed attivato la colonna mobile regionale. A disposizione, immediatamente, per la gestione dell’ emergenza: 80 volontari, 30 tende pneumatiche, 2 moduli bagno, 2 container abitativi per 12mq, 2 cucine mobili, 2 torri faro, 120 materassini gonfiabili, 250 coperte, 100 stufe elettriche.
Oltre ai mezzi e uomini di immediata disponibilità si sono previsti come operativi in poche ore ulteriori 300 volontari (anche gruppi cinofili) dotati di mezzi, un presidio medico avanzato, ambulanze, e ulteriori mezzi e materiali idonei a fronteggiare l’emergenza (cucine mobili, torri faro, gruppi elettrogeni, condizionatori, tende, celle frigorifere, tensostrutture e gazebo).
Questa la risposta della Regione Abruzzo e degli aquilani in particolare, per correre in aiuto degli emiliani. 
Nel 2009, a poche ore dalla tragedia del 6 aprile, la loro Protezione civile, i loro volontari, la loro gente, erano già a l'Aquila per prestare i primi soccorsi. Nei difficili mesi post-sisma, poi, è nato un legame profondo: l’Emilia Romagna ha gestito la tendopoli più grande, quella di piazza d’Armi, e ha contribuito ad allestire quelle di Villa Sant’Angelo e Sant’Eusanio Forconese. 

A Lucoli nel 2009, la Protezione Civile della Città di Sassuolo è accorsa portando aiuti alle tendopoli, abbiamo conosciuto i loro volontari al Campo di S. Menna.
Non molti sanno che dal 27 settembre del 2011 la Città di Sassuolo è ufficialmente gemellata con il Comune di Lucoli. La delibera comunale fu approvata all’unanimità, su proposta dell’Assessore alla sicurezza con delega alla Protezione Civile, Dott. Francesco Menani, nonchè Vice Sindaco della Città di Sassuolo.
La nostra Associazione, si è messa a disposizione della Città di Sassuolo, indirizzando una missiva al Sindaco Caselli, per dimostrare gratitudine per quanto avuto nel momento del bisogno e rendere, per quanto sarà possibile, dietro indicazioni dell'Amministrazione Comunale di Sassuolo, la solidarietà ricevuta. 
Riportiamo il testo che ha motivato la richiesta di gemellaggio con il Comune di Lucoli approvato a suo tempo dal Comune di Sassuolo:
"La relazione tra persone e la collaborazione tra Comunità che ha unito Sassuolo e Lucoli in occasione del terremoto è la testimonianza di cosa significa essere una nazione. Questo, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ha un grande significato – ha affermato il Sindaco Luca Caselli. Questo è il senso della patria, che nasce da una fratellanza e dalla solidarietà tra italiani in un momento di sofferenza umana, di bisogno, e dal valore espresso dai volontari. Questo è il valore necessario per fondare un gemellaggio, al di la dei programmi e dei progetti futuri”. 
Ci auguriamo che anche a livello di Istituzione locale si possa dimostrare in modo concreto una forma di sensibilità verso la Comunità di Sassuolo, convinti che non conti tanto la quantificazione del supporto, soprattutto per l'Amministrazione in difficoltà di un Comune del cratere, ma soprattutto lo spirito di iniziativa e la voglia di esserci per restituire la solidarietà a suo tempo ricevuta.



giovedì 24 maggio 2012

CHI CONOSCE LA STORIA DI AMEDEO PASTORELLI CHE FACEVA IL POSTINO A LUCOLI?

Parliamo degli anni 1850, da Amedeo Pastorelli che faceva il postino a Lucoli scaturì un'idea imprenditoriale vincente che ha trasformato il cognome ed il marchio PASTORELLI in uno dei più importanti di Chicago.

Amedeo facendo il postino si imbatteva in molti paesani che si recavano all'ufficio postale per ricevere o spedire generi alimentari. Ebbe l'idea geniale di immagazzinare alcuni di quei prodotti alimentari locali, soprattutto forme di formaggio pecorino, per ricercare acquirenti nella grande distribuzione. Conservava tutto in una cantina e cominciò a rivendere, dapprima in zone vicine. Amedeo ebbe quattro figlie e un figlio di nome Benedetto nato nel 1871. Il figlio Benedetto era ambizioso, amava i libri e l'apprendimento. Sognava le nuove terre lontane: l'America e le grandi opportunità che si aprirono alla fine del XIX secolo. Morto Amedeo Pastorelli, suo figlio iniziò a spedire, soprattutto formaggio pecorino degli armenti locali, in America dove gli immigrati non volevano altro che ritrovare i sapori e i gusti della loro terra. E' così che nacque l'import-export Pastorelli. Benedetto viaggiava in continuazione per approvvigionare il magazzino da casa sua verso l'America, dove concludeva gli affari. Benedetto ebbe due figli, Leandro e Mario, la moglie Aurora era insegnante di scuola, con l'approssimarsi dello scoppio della prima guerra mondiale si trasferirono tutti in America. Da questo momento iniziarono a sostituire i cibi prodotti in Italia con alcuni prodotti in America e così cominciarono a produrre il concentrato di pomodoro. Lo stabilimento di produzione nacque nel 1917 in California.

Nel 1924 tutta la famiglia Pastorelli era in California. La produzione e la distribuzione di concentrato di pomodoro in scatola e altri prodotti era agli inizi. L'olio d'oliva cominciava ad essere apprezzato dai consumatori americani e a Leandro, figlio di Benedetto, venne data la responsabilità di erigere un nuovo stabilimento di produzione di olio di oliva, il primo in America, a Lindsay, California. Fu una grande sfida per questo giovane. L'azienda ha continuamente progredito: Robert Pastorelli, figlio di Leandro, ha rappresentato la quarta generazione fino alla sua morte avvenuta il 25 gennaio, 2000. Oggi, suo figlio Richard Pastorelli continua l'attività di famiglia. Da Lucoli si sono originate e sviluppate cinque generazioni di imprenditori vincenti.


Dove si trova l'azienda: 901 W Lake Street. Chicago, IL 60607. Ha un fatturato di 390 milioni di Euro.


         Pastorelli Food Products, Inc.

Richard L. Pastorelli, Owner
162 N Sangamon St
Chicago, IL 60607-2210
Phone: (312) 666-2041
Fax: (312) 666-2041 call first
Web site: www.pastorelli.com
Pastorelli Food Products has been producing award winning authentic gourmet all natural products for over 75 years. If Mother Nature does not produce it, Pastorelli will not use it.
Products/Services: Pastorelli Italian Gourmet Organic Pasta Sauces
Certification: QAI
Export Regions: NE Asia & China   North America   SE Asia & India   
Export Type: Experienced Exporter

We thank the Pastorelli Company for being able to reconstruct reading your site a part of the history of Lucoli.
alcuni dei prodotti della Società Pastorelli



Pastorelli's Story a family from Lucoli (AQ)


It all started during the reunification of Italy about 1850. . . 
Nestled in the heart of the rugged Appennine Mountains in Central Italy, fifty miles Northeast of Rome, the Pastorelli family started a primitive but efficient food distribution business. 
Amedeo Pastorelli was the postmaster of the town of Lucoli, L’Aquila. Farmers, peasants, professionals, and others came to his small post office building to pick up mail and to make small shipments of home-produced food products. So wise, young Amedeo figured, "Why don’t I stock some of those products that the people in the outlying areas produce and perhaps I will find large buyers by accumulating stocks of cheese, olive oil, nuts, and other local products." 
In an old subterranean cellar, the now world famous Pecorino Romano cheese was stored for aging, rubbed occasionally with locally produced olive oil, mixed with small amounts of black ground pepper and domestically produced wine vinegar. The enterprise became very successful as the small sheep-raising families would produce only a dozen loaves of cheese per week, but instead of their curing it for six months, they could get supplies from Amedeo in payment of their cheese. They would take back up the mountain items such as olive oil, refilling their goat skin containers, which were weighed on a primitive scale and hauled away on the backs of their rugged mules. The local wines were filled into straw-covered glass demijohns, also strapped on the opposite side of the mule’s packs. The straw covering the demijohns would be soaked with water so that the wine remained cool during the trip. 
Amedeo had four daughters and one son named Benedetto born in 1871. He was raised in the environment of the primitive business activities. Young Benedetto was ambitious; he loved books and learning. He dreamed of far away new lands like America and the great opportunities open in the late nineteenth century. 
At the passing of Amedeo Pastorelli, his ambitious son started to ship some of the stored cheese to America where the immigrants longed for the flavors and tastes of their homeland. 
So the Pastorelli import-export business was born. Benedetto traveled between the supplies in his home warehouse and America, where he exchanged cheese, olive oil, salami, etc. for America’s manufactured products much in demand back home. 
The Pastorelli business thrived for years while his new school teacher bride started a family raising two sons, Leandro and Mario, who dreamed of joining their father in great business adventures. 
Soon European rivalries and intrigues became very worrisome and Aurora, the restless school teacher, felt that a war was about to begin, and she and her traveling husband would be separated for many years. So she packed her personal belongings, and with her two young sons, headed for distant America to join Benedetto, who by that time was establishing a productive food business. 
The next decade in America saw the replacement of some original Italian foods by American-produced copies. Tomato paste was one of these fine old world food products which was targeted for reproduction; so Benedetto Pastorelli, together with others willing to risk some capital, started to produce 6oz. tomato paste under the Contadina® Brand. The first location in upper New York State did not work out very well, so he headed for California. This venture began in 1917; and in 1919 Benedetto’s son Leandro, better known as Andy, visited the new San Jose, California plant being constructed, and the bug bit him very hard! 
By 1924 the whole Pastorelli family was in California. The production and distribution of canned tomato paste and other products was in its infancy. Since olive oil was now being accepted by the American public, Leandro was assigned the responsibility of erecting a new olive oil producing plant, the first in America, at Lindsay, California. It was a great challenge for this young man, and the reason he got the job was twofold: He could read Italian and Spanish blueprints and in his higher education he had been taught the use of the metric system. 
Thus, the first and finest olive oil was offered and readily accepted for its mild, nutty flavor; virgin in reality not in name only. But Benedetto Pastorelli, in his continuously reaching out for better relations between his beloved Italy and his new-found American business love, soon made a bid to purchase the old Garibaldi Company which handled high grade foreign products. He wired his son Leandro to return within ten days to take over the new acquisition in Chicago. 
This was in 1926 and since imported products were becoming quite expensive, Leandro concentrated on domestic production. Seeds of the Italian pepperoncini were brought in from Toscany and planted locally. Unfortunately the harvested crop was fiery hot, not mild like the Toscany peppers. San Marzano tomato seeds from the famous tomatoes grown on the southern exposure of Mt.Vesuvius were planted by Leandro’s farmer friends in Indiana. Surprisingly, they responded well to the soil and the climate, but again an obstacle. The tomato vines had to be poled up, hard and tedious work which local farmers refused to accept. The problem now became how to obtain the pectin, the solids, and the flavor of the crop and keep them on the ground. A canner friend at John Mitchell Company was intrigued and offered to help. More San Marzano seeds were produced and bred with local varieties, and after some intelligent guidance by Leandro Pastorelli, the fantastic Roma variety of tomatoes was born. 
Leandro wanted to keep the results as private as possible, so he sent a packet of the new hybrid seeds to Morocco. The owner of the land in Morocco was an Italian whom Leandro had met in Naples. Through his new brides recently received dowry, the owner took possession of a huge tract of virgin land in Morocco from the Rothchild family of which she was a member. This young bridegroom was enthusiastic about the new venture and in two seasons produced tomatoes, tomato paste and dehydrated tomatoes in sizeable quantities at surprisingly low costs. 
Other tomato products were packed under the Regina label, mostly from Italy and Spain, but supplies and prices were erratic. It became quite evident that the Pastorelli sources again would be aimed at California. 
Both the Pastorelli and Gangi families had sold their interest in the Contadina® Canning Company. As the war ended, two of the Gangi sons returned to civilian life. Their desire to reenter the canning industry was considered. After much planning the two families decided that a joint venture was logical. 
Before long the property, the used equipment, etc. were set up. The brand was naturally Regina which was now well-accepted with the trade. Financial and distribution arrangements were made and as the Gangi boys produced, the Pastorelli brothers sold and distributed all the usual standard products that the small plant could pack. 
Soon Leandro (Andy), again looking in the future, noticed that the war brides would not leave their newfound jobs, and prepared foods seemed to interest them. Why make sauces from tomato paste with the hours of kitchen work involved? So, again Leandro, with help from his sister Mary DiStefano and brother Mario, created prepared Italian Chef sauce, Fully-prepared Pizza Sauce, Spaghetti Sauce and a special sauce with wine under the Continental Brand.It all started during the reunification of Italy about 1850. . . Nestled in the heart of the rugged Appennine Mountains in Central Italy, fifty miles Northeast of Rome, the Pastorelli family started a primitive but efficient food distribution business. They were all immediate successes, offered only in consumer sized cans. 
Years later other national brands developed, but none with the high quality of the Pastorelli products. Demand increased and soon, because of the expansion of the pizza production industry, the foodservice sizes were born in No.10 tins. The motto was born, "If Mother Nature does not produce it, Papa Pastorelli will not use it." 
Only the best and purest ingredients go into our sauces. This means no fillers, no starches, and no preservatives. The hybrid tomatoes harvested at peak ripeness, crushed and canned within hours of harvest, assure us of our desired top quality. 
Other awards for Pastorelli products, all entered and judged in World Class competition, were received strictly on merits judged by the very discriminating Monde World Selection organization. They include Gold Medals in; Paris(1979), Vienna(1980), Amsterdam(1981), Rome(1995), Lisbon(1996) and Brussels(1997). 
Pastorelli Italian Chef Pizza Sauce was awarded the world renowned Monde Selection gold medal in 1979, 1980, 1995 and 1997. 
Pastorelli Italian Chef Spaghetti Sauce was awarded the Monde Selection gold medal in 1981.
The results of these gratifying experiences have been very rewarding to Pastorelli. Robert Pastorelli, Leandro’s son, represented the fourth generation until he passed January 25, 2000. Robert took after his father, a hard worker and very dedicated to running the family business. Today, his son Richard Pastorelli continues the family business. All are here to serve the expanding new industry like their ancestors. 

mercoledì 23 maggio 2012

GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: LA MELA STRIATA INVERNO POGGIO SANTA MARIA


Le tre specie piantumate nel Giardino della Memoria hanno origine da un ceppo presente a Poggio Santa Maria di Sassa  (AQ) e possono essere ricondotte alla varietà della mela Annurca. 
Come vedete dalla foto l'albero del giardino ha già fruttificato nel 2011. 
Uno degli alberi appartenenti a questa specie, è stato dedicato alla Cassa di Risparmio dell'Aquila e Provincia, che ci ha sostenuto nella realizzazione del progetto.
L'Annurca è definita la “regina delle mele”, soprattutto per la spiccata qualità organolettica dei suoi frutti, l'Annurca ha da sempre caratterizzato la melicoltura di molto del sud dell'Italia. La sua raffigurazione nei dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano ed in particolare nella Casa dei Cervi, testimonia l'antichissimo legame dell'Annurca con la "Campania felix". Luogo di origine sarebbe l'agro puteolano, come si desume dal “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio (Como 23 d.C. - Stabia 79 d.C.). Nei secoli successivi la mela annurca si sposta dal suo luogo di origine ed approda in terre dove le caratteristiche del frutto si esalteranno: nell’area aversana e nel “quadrilatero” al confine tra Sannio e Caserta, poi via via nel Nocerino, nell’Irno, nel Picentino e successivamente nell’Alto Casertano. Oramai in viaggio, arrivò anche in Abruzzo.
Risale al 1950 l’opuscolo ‘Annurche e Sergenti nei melai della Campania’: un lavoro pubblicato da Giuseppe Fiorito,  incentrato proprio sulla “regina delle mele”. Basta sfogliarlo per comprendere da subito che l’annurca non è una mela qualsiasi, ma un vero e proprio capolavoro, risultato della grande  cura mostrata nei confronti di questo frutto dagli agricoltori.
Maschera di Andromeda,  Ercolano, Casa dei Cervi, 45-79 d.C.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nella parte superiore si distinguono le mele Annurche
Proprio per la provenienza da Pozzuoli, sede degli Inferi, Plinio il Vecchio la chiama “Mala Orcula” in quanto prodotta intorno all'Orco (gli inferi). Anche Gian Battista della Porta (?1535 - Napoli 1615) nel “Suae Villae Pomarium”, nel descrivere le mele che si producono a Pozzuoli riferisce come queste siano volgarmente dette orcole. Da qui i nomi anorcola e annorcola utilizzati successivamente, fino a giungere al 1876 quando il nome “Annurca” compare ufficialmente nel Manuale di Arboricoltura di G.A. Pasquale. Descrizione del prodotto L'Annurca, anche nel mutante “Rossa del Sud”, è famosa per la polpa croccante e compatta, gradevolmente acidula e succosa, aromatica e profumata, di buone qualità gustative. Il frutto si presenta del tipico colore rosso con epidermide liscia, cerosa, mediamente rugginosa nella cavità peduncolare. Uno degli elementi di tipicità che certamente caratterizzano questa coltura è l'arrossamento a terra delle mele nei cosiddetti “melai”, un tempo coperti di strati di canapa detti “cannutoli” oggi sostituiti da altri materiali (aghi di pino, trucioli di legna, ecc.).
Le Proprietà:
La mela Annurca si presenta con delle peculiari caratteristiche estetiche ed organolettiche che contribuiscono fortemente a delinearne la tipicità. Il frutto è piccolo, con un peso medio di poco superiore ai 100 grammi. La forma è appiattita o rotondeggiante con epidermide rosso-striata, mentre la cavità peduncolare presenta una caratteristica area rugginosa. La polpa è di un colore bianco, di consistenza compatta, dolce e succosa, piacevolmente acidula e fortemente aromatica. La consistenza del frutto si mantiene quasi del tutto inalterata anche dopo mesi di conservazione. L’Annurca si presenta come un concentrato di vitamine B1, B2, PP, C, unitamente ad elementi minerali quali fosforo, ferro, manganese, zolfo e soprattutto potassio. Ad essa sono attribuite azioni positive a carico dell’apparato muscolare e nervino, effetti antireumatici, diuretici e dissetanti, una certa azione ipocolesterolemica e antimicrobica intestinale. Studi recenti hanno dimostrato, infatti, che la mela annurca è ricca di sostanze capaci di conferirle un elevato potere antiossidante. Per cui essa potrebbe avere un ruolo decisivo nella prevenzione del cancro. La ricchezza in fibra poi, la rende particolarmente adatta a ripulire le arterie dal colesterolo e quindi a prevenire le malattie cardiovascolari.
Curiosità:
L’Annurca, veniva coltivata principalmente in Campania, e comprendeva i frutti delle varietà Annurca e Annurca Rossa del Sud. La sua raccolta avveniva tra la seconda quindicina di settembre e la prima di ottobre; tempo in cui queste mele venivano deposte nel "melaro" per completare la loro maturazione. E, ciò, perché avendo tali mele il peduncolo corto e debole, se non raccolte anticipatamente sarebbero state soggette alla cala. Per questa ragione non si eseguiva il diradamento dei frutti per ottenere maggiore pezzatura, poiché il conseguente maggiore volume di esso avrebbe prodotto la rottura, anzi tempo, della maturazione, del peduncolo dal rametto con la cascola del frutto. La raccolta delle mele doveva essere eseguita a mano. Nella tradizione campana le mele venivano poste con accortezza entro speciali ceste denominate: "collette" o "connole" e avviate al "melaro", per completare colà la maturazione. Il "melaro" era un appezzamento di terreno preparato per tale esigenza. Scelta una località elevata con terreno che non avesse avuto un'alberatura fitta, veniva sistemata a "porche" larghe circa m. 1,20 e lunghe quanto lo consentiva l'appezzamento prescelto, con pendio verso due solchi laterali. Questi solchi, larghi circa cm. 40 e profondi 20, separano le "porche" tra loro, servivano a smaltire l'acqua piovana e consentivano alle donne addette al "melaro" di praticare le cure relative. Questo terreno, veniva coperto da uno strato spesso circa 2 cm. di canapuli, che resistevano bene alla pioggia senza fermentare, su cui venivano adagiate le mele, evitando così il contatto con il terreno. La deposizione delle mele sulle aiuole così preparate era fatta con due strati. Nel primo strato inferiore, a contatto con i canapuli, venivano poste le mele più arrossate e nel superiore quelle con la buccia in parte gialla che veniva rivolta alla luce. Così sistemate le mele venivano visitate successivamente dalla prima all'ultima aiuola asportando quelle di scarto e le mature che si mandavano al mercato, mentre si voltavano quelle con la parte gialla alla luce per farle  arrossire. Infine, quando le mele erano completamente arrossate, cioé verso dicembre, si raccoglievano in capanne. Queste, provvisorie e di limitata durata, erano sostituite con materiali vari di vegetali, con pareti facilmente spostabili per farvi passare aria e luce nelle belle giornate invernali. Il tetto con pendenza permetteva alla pioggia di bagnare le mele; il pavimento era fatto con le stesse norme del "melaro" e su di esso si accumulavano le mele a piramide con altezza di circa 80 cm. in uno o più cumuli.
La foto di un "melaro" e delle ragazze e dei bambini che se ne occupavano

Fonti: Pasquale Orlando “Marano di Napoli, vita socio-economico-religiosa”. 1993.
In parte tratto da: http://www.lucianopignataro.it/a/la-mela-annurca-storia-e-tipicita-del-frutto-mito-della-campania/16168/

mercoledì 16 maggio 2012

COLLE DI LUCOLI E LA MEMORIA DI PIETRO MARRELLI: "MUORE SOLO CHI NON LASCIA EREDITA' DI VIRTU', DI AFFETTI E DI AMMIRAZIONE"

L'Aquila targa in memoria di Pietro Marrelli
Su gentile concessione del redattore del sito "www.Paganica.it" pubblichiamo cinque lettere inedite del lucolano Pietro Marrelli.

Gli eventi storici vissuti in prima persona da Pietro Marrelli, eroe, insieme ai tanti altri aquilani di quel momento - furono guidati dall'ideale democratico e repubblicano. Parliamo di uomini che furono capaci di mettere da parte affetti familiari, egoismi di casta o professionali, e talvolta gli stessi propri ideali politici, pur di spezzare le secolari catene della soggezione italiana allo straniero, o quelle verso il prepotente di turno che, laico o clericale, osasse ancora tenere diviso e sottomesso il popolo italiano.
Le lettere scritte da Marrelli che proponiamo sono palpitanti e colpiscono il lettore, anche dopo più di cento anni, le sue parole rappresentano una piccola testimonianza dei progetti, delle rinunzie e delle aspirazioni, dei dolori e delle gioie fugaci, dei timori e delle attese, delle disillusioni e delle speranze di questi uomini, i quali, giovani e meno giovani, vivevano in una comune, compatta solidarietà d'intenti e di affetti. Il suo pensiero, non dissimile da quello di tanti illustri italiani del tempo,  era comune a quello di tutti quei popoli che in tempi diversi, in luoghi diversi, in modi diversi, ma come in una perenne indissolubile catena che accresce il numero degli anelli percorrendo il mondo nel tempo, desiderano il riscatto della libertà e della democrazia, forse più difficili da gestire, ma che permette a tutti di esprimere un volere e una volontà, e di raccogliersi intorno ad una realtà comune. 
Quest'uomo nacque a Colle di Lucoli, in un tempo in cui la vita umana, culturale e produttiva era tangibile. La sua memoria, la memoria che vince la morte è affidata, in un paese con due soli abitanti, ad un busto commemorativo ed anche, forse, a questo nostro testo, formato blog (ci auguriamo che qualcuno, soprattutto tra i giovani lucolani, possa leggere anche la copiosa letteratura tematica che riproponiamo nella bibliografia). 
Marrelli che, memore forse del pensiero di Ugo Foscolo, nella lettera del 20 ottobre 1859, indirizzata proprio all'amico fraterno Angelo Pellegrini per partecipargli la morte del comune amico Francesco Sorace, scrisse: "Ma egli non è morto. Muore veramente soltanto colui che non lascia eredità di virtù, di affetti e di ammirazione [..] il suo nome passerà di generazione in generazione. Vive e vivrà nel cuore e nella memoria dei buoni e di tutti quelli che avranno un palpito per i generosi fatti e per le nobili aspirazioni ed imprese". 
Con questo lavoro abbiamo voluto, nel 2012, anno confuso del post terremoto in Abruzzo ed a Lucoli, rivivificare per noi, oggi e, per i nostri figli e nipoti domani, nel rispetto di quella memoria che insegna ed educa, piccoli sprazzi del suo pensiero.  Dedichiamo in modo particolare questo lavoro di ricerca e trascrizione ai nostri soci Alfonso Mauro, Marcello, Domenico e Toni, che portano tutti il cognome Marrelli, forse discendenti da un capostipite che tanto ha fatto per l'Italia.

Le lettere di Marrelli che pubblichiamo furono scritte a Filippo De Filippis Delfico. 
Ritratto di Filippo De Filippis Delfico
Delfico nacque a Teramo il 23 marzo 1827, figlio del Conte di Longano, Gregorio De Filippis e di Marina Delfico; morirà a Montesilvano il 10 gennaio 1907. Già nel 1848 con il fratello Troiano, era stato uno degli animatori delle idee risorgimentali nel teramano. Riuscì a sfuggire all'arresto recandosi in Francia per rientrare in Abruzzo nel 1860. Filippo fu il principale referente di Pietro Marrelli per i preparativi e l'organizzazione del tentativo del 1867 di annettere Roma all'Italia.
Nelle lettere è citato Antonio Caretti, originario di Milano ed Aiutante Maggiore della Guardia Nazionale di Teramo. Fu ucciso nella battaglia di Mentana: il 3 novembre 1867. Federico Salomone, fu un colonnello garibaldino. Dopo il 1848 fu in esilio. Fu eletto deputato nei collegi di Napoli e di S. Demetrio ne' Vestini nella IXa legislatura (1865-1867). Fu di nuovo eletto nel collegio di S. Demetrio ne Vestini e nel collegio di Cittaducale nella Xa legislatura (1867-1870) e XIIIa (1876-1880), morì il 12 aprile 1884, riposa nel cimitero dell'Aquila. 
Gli originali di queste lettere risultano ufficialmente smarriti.

Mio caro Filippo,
Antonio Caretti - il prode e generoso avanzo dei Mille - lo strenuo soldato delle patrie battaglie, con un pugno di giovani ardenti è già entrato nel territorio pontificio. I compagni suoi di costà lo seguono con pari coraggio ed abnegazione. Fra poco saranno sotto le mura di Roma, prossima ad insorgere, come sono già insorte Viterbo ed altri luoghi delle province Romane. Garibaldi, il prigioniero di Alessandria, ha sempre fatto appello alla coraggiosa e robusta gioventù abruzzese; e per verità chi più di noi deve sentire il dovere di aiutare i vicini fratelli di Roma? L'aspirazione nazionale di conquistare la propria Capitale; e di liberarla dal servaggio e dalla codarda ira, abbia compimento per opera degli Abruzzesi a preferenza di qualunque altro italiano. Questo fatto formerebbe una pagina di storia gloriosa ed imperitura pel nostro Abruzzo, il quale - nelle attuali emergenze - dovrebbe unire un fascio tutte le volontà e tutti i mezzi di cui può disporre.
Un fraterno saluto.
Aff.mo
Pietro Marrelli

Mio caro Filippo,
Senti Vitelli, Inviami subito tutti i fucili preparati da Troiano, ma subito. Raduno danari - Da Aquila partono giovani - tutti armati - circa 700. Tutto va bene Giordani e Forti sono partiti ieri sera con forte colonna. - Caretti sarà certo nel campo a Nereto. Dovrei dirti mille cose, ma manca il tempo; a Tutti codesti amici un abbraccio fraterno.
Addio, amami, credimi.
Aquila, 17 ottobre 1867
Tuo
P. Marrelli

Caro Delfico,
poche parole all'ultima tua. Roma è insorta. Garibaldi è in Rieti, ed oggi forse passerà per qui. Abbiamo bisogno di armi, munizioni, e di denari. Invece di spedire al comitato centrale di Firenze i denari, perché non si spediscono qui, ove arrivano tutti i giovani dell'Abruzzo?
Spedisci la cassa di cui mi parli.
Ti abbraccio di cuore.
Aquila, 24 ottobre 1867
Tuo
P. Marrelli

Mio caro Filippo,
eccoti il ricevo delle somme inviatemi pei signori Caretti, Giordano e Forti, e per i cinque individui già partiti. Il denaro è tutt'ora presso di me, e non ho creduto mandarlo alla ventura. Come saprò ove si trovano i suddetti Caretti, Giordano e Forti, sarà mia cura far loro tenere tutto.
Scriverò intanto a qualche amico, che abbisognando, loro dei mezzi pecuniari, li fornisse per conto mio.
Ti avverto in ultimo che i cinque individui da te spediti vennero quasi nudi e scalzi. Come ciò sia in contraddizione a quello tu dicevi, non saprei dirtelo.
Salutami Troiano e gli altri amici.
Ti abbraccio di cuore.
Aquila, 27 ottobre 1867
Tuo
Pietro

Aquila, 9 novembre 1867
Mio caro Delfico,
La perdita del Valoroso soldato, dell'intemerato cittadino, Antonio Caretti, è stata grave. L'Italia ha perduto uno dei suoi più strenui figli; Teramo un amico affettuoso e solerte milite. La sua compagna ha perduto la metà della vita sua. Possa il sangue di tanto martire e di tanti altri accelerare il trionfo della giustizia e della libertà.
Federico Salomone è profondamente addolorato della morte del suo Aiutante Maggiore, ed ei non ha nulla dell'estinto patriota. Prenderò conto delle carte.
Tanto le L. 425, destinate per Caretti, quanto le L. 150 per i signori Giordani e altri , dietro dispaccio del sig. Pasquale Giordano di Rieti, 28 ott. ultimo, così concepito: Sono Scandriglia - Fratello ferito - spedito denaro mio e di Caretti - Giovanni Ferri - rieti - servitevi telegrafo. - Io rispondeva nello stesso giorno: Giovanni Ferri - dite Giordano posta oggi riceverà vaglia denaro ricevuto da Teramo. Ed infatti con due vaglia postale rimetteva ad esso Signor Ferri 425 per Caretti e 150 per Giordano ecc. Di questo invio non ebbi risposta nè da Ferri, nè da Giordano. so che quest'ultimo sia già tra voi. Prendetene conto.
Eccoti un vaglia postale di L. 300. Delle altre somme inviate te ne darò conto con altra mia.
Il sig. Vulpiani non ha relazione in Civitavecchia.
Ti stringo di cuore la mano e credimi sempre.
Aff.mo
Pietro Marrelli
 ***
Tutti a Lucoli conoscono la figura di Pietro Marrelli, che nacque a Colle, il 24 giugno 1799, da Pasquale, agiato proprietario terriero, e da Cristina Sponta. Compiuti all’Aquila gli studi inferiori, nel luglio 1820, dopo la concessione della costituzione napoletana, entrò con il grado di furiere nel corpo civile dei militi, destinato alla difesa delle province. Esauritasi la breve esperienza costituzionale, ritornò agli studi, conseguendo a Napoli nel 1823 la laurea in giurisprudenza. L’anno precedente aveva sposato Geltrude Luzi, da cui ebbe due figlie: Adelaide ed Emilia.
Parallelamente alla professione forense, che esercitò con successo per tutta la vita, si diede all’attività politica clandestina. Già nel 1830 fu ispiratore di un comitato segreto aquilano che, d’accordo con i rivoluzionari romagnoli, intendeva promuovere una vasta insurrezione nell’Italia centrale: l’intervento della polizia borbonica sventò il progetto. Marrelli ebbe comunque la casa perquisita e subì un lungo interrogatorio, al termine del quale fu inviato a Lucoli in regime di domicilio coatto (gennaio 1831). Rientrato poco dopo all’Aquila, riprese l’attività cospirativa.
All’inizio del 1833 contribuì alla preparazione di una rivolta che sarebbe dovuta scoppiare l’estate successiva in vari punti del Mezzogiorno. Colpito da ordine di arresto il 17 maggio 1833, riuscì dalla latitanza a mantenere i contatti con i liberali aquilani e a coordinarsi con P.S. Leopardi, membro della congrega centrale rivoluzionaria; ma intanto l’intervento poliziesco faceva fallire la cospirazione. Ritirato il mandato di arresto, nel marzo del 1834 il Marrelli fece ritorno all’Aquila.
Dopo alcuni anni di stasi Marrelli, definito dal Colapietra come «figura tanto minoritaria quanto carismatica», promosse, in collaborazione con Angelo Pellegrini, Giuseppe Cappa, Luigi Dragonetti e Luigi Falconi (fondatore della Giovine Italia all’Aquila), un nuovo moto, acquistando a proprie spese le armi necessarie e tenendo personalmente i contatti con i democratici napoletani. Fu un altro completo fallimento: la sera dell’8 sett. 1841 gli insorti (che non ebbero l’aiuto sperato dai paesi vicini) furono infatti sanguinosamente sconfitti dalla polizia nelle strade dell’Aquila. Le autorità borboniche risposero al tentativo rivoluzionario con una violenta azione repressiva, che condusse anche ad alcune condanne a morte.
Marrelli, che non aveva partecipato in prima persona agli scontri, fu detenuto per un breve periodo nelle carceri aquilane del Castello e successivamente rimesso in libertà dalla commissione militare per insufficienza  di prove. Si ritenne comunque opportuno mandarlo in domicilio coatto a Teramo, ove rimase fino al 1847, quando il locale intendente, onde prevenire disordini nella propria provincia, ne dispose il ritorno a L’Aquila. 
Nel marzo 1848, entrò a far parte di un comitato aquilano (composto da sette membri e presieduto dal barone G. Cappa) nato con l’obiettivo di assicurare, attraverso un’attiva propaganda, il sostegno dell’opinione pubblica all’ordinamento costituzionale da poco entrato in vigore e di condurre una serrata lotta agli uomini del vecchio sistema ancora operanti nella politica e nella magistratura. Lavorando di concerto con l’intendente M. d’Ayala, il comitato (sebbene non avesse un riconoscimento legale) ebbe in quel frangente un ruolo parimenti significativo nel mantenimento dell’ordine pubblico. Dopo i tragici fatti napoletani del 15 maggio 1848, Marrelli e Cappa diedero alle stampe a L’Aquila gli opuscoli Appello ai novelli collegi elettorali e Protesta della Provincia dell’Aquila per i fatti del 15 maggio, nei quali invitavano i cittadini a rieleggere i deputati appena esautorati e chiedevano con forza al governo l’annullamento degli atti incostituzionali compiuti dopo il 15 maggio e l’immediata riapertura della Camera, minacciando in caso contrario di appellarsi all’opinione pubblica europea. Il consolidamento della reazione borbonica costrinse però al silenzio i democratici abruzzesi.
Le indagini sull’attività del comitato aquilano, cominciate nel dicembre 1849, portarono immediatamente all’arresto di Pietro Marrelli, processato dalla Gran Corte criminale dell’Aquila, il 12 luglio 1851, fu condannato insieme con Cappa a 24 anni di reclusione «per avere provocato col mezzo di scritto stampato gli abitanti del Regno a cambiare il governo e perché colpevole di mandato nel costringere con violenza e minacce un magistrato dell’ordine amministrativo […] a non fare atti dipendenti dal suo ufficio» (Bruno, p. 27). Incarcerato a Napoli, fu trasferito a Procida nel febbraio 1852. Nell’ottobre successivo, accusato di proseguire l’attività cospirativa, venne rinchiuso nelle segrete del carcere duro di Castel Capuano. Tornato a Procida nel febbraio 1853, vi rimase fino all’agosto 1858, quando fu inviato a Nisida.
Il 27 dic. 1858 un decreto reale commutò la pena residua con l’esilio perpetuo e la deportazione in America: il 16 genn. 1859 Marrelli e altri 66 detenuti politici salparono da Nisida a bordo dei piroscafi «Fieramosca» e «Stromboli». Il 26 gennaio approdarono a Cadice, ove furono trasferiti su un bastimento statunitense. Il 6 marzo 1859 giunsero infine nella baia irlandese di Cork, grazie al lavorio diplomatico intessuto principalmente da Raffaele Settembrini, figlio di Luigi, compagno di viaggio del Marrelli.
In alcune pagine di un diario rimasto inedito – redatto con uno stile essenziale e asciutto, raramente riscontrabile nella memorialistica risorgimentale – Pietro Marrelli lasciò una preziosa descrizione dell’avventuroso viaggio.
Nei mesi successivi Marrelli soggiornò a Queenstown, Londra e Bristol. Durante il soggiorno londinese conobbe finalmente Mazzini e pubblicò in alcuni quotidiani locali vibranti articoli contro il governo borbonico. Tornò in Italia dopo l’armistizio di Villafranca, ma, giunto a Livorno, fu arrestato il 27 ag. 1859 su ordine di B. Ricasoli e condotto alle Murate di Firenze. Liberato due giorni dopo, dovette abbandonare la Toscana e si diresse a Genova.
Nel novembre 1859, in una lettera indirizzata all’amico A. Pellegrini, fissò con chiarezza i capisaldi della propria azione politica: nessuna collaborazione con il Piemonte sabaudo e neppure con il movimento garibaldino (se si fosse mostrato strumento di Vittorio Emanuele II), nessun arretramento fino all’instaurazione sull’intero territorio italiano della Repubblica democratica, alla fine del potere temporale dei papi e della stessa presenza del pontefice a Roma.
Dal luglio al novembre 1860  visse a Napoli, ove fu tra coloro che tentarono vanamente di impedire l’annessione del Regno meridionale al Piemonte. Rientrato all’Aquila (ove ospitò per alcuni giorni Mazzini e A. Mosto), non ebbe miglior fortuna, nonostante i caldi incoraggiamenti di G. Nicotera, nell’opera in favore dei candidati democratici alle elezioni politiche del 27 gennaio 1861.
Nell’estate 1861, aderendo all’iniziativa promossa da G. Garibaldi nel gennaio precedente, Marrelli diede vita all’Aquila a un comitato di provvedimento per Roma e Venezia; nei mesi seguenti più volte lamentò, nei contatti epistolari con F. Bellazzi e A. Saffi (rappresentanti rispettivamente dei comitati di Genova e Napoli), l’estrema difficoltà nel reperire fondi nella provincia aquilana, stretta nella morsa dei moderati e dei reazionari borbonici e papalini. I disastri di Sarnico e Aspromonte non piegarono comunque la determinazione del nostro avo, il quale ricevette nel gennaio 1864 da B. Cairoli, presidente del Comitato centrale unitario, la delega per gli Abruzzi al reperimento dei mezzi necessari alla sollevazione che dal Trentino si sarebbe dovuta estendere a vaste zone dell’Europa orientale. Quindi, nel maggio 1866, fu tra i principali artefici dell’arruolamento di un centinaio di volontari abruzzesi, che presero parte alla campagna garibaldina nelle montagne del Trentino. Nella primavera dell’anno successivo ebbe da F. Costa, esponente del fiorentino centro dell’emigrazione, l’incarico di raccogliere fondi in vista di una possibile azione garibaldina nello Stato pontificio: con questa attività diede così un contributo decisivo all’allestimento di gruppi di volontari abruzzesi ma, in piena sintonia con Mazzini, si preoccupò soprattutto che l’impresa avvenisse in una prospettiva, ideologica e strategica, autenticamente repubblicana. Dopo il disastro di Mentana, sebbene gravemente malato, trascorse alcuni giorni nel carcere dell’Aquila. Il 17 dicembre 1867 l’autorità giudiziaria lo prosciolse per inesistenza di reato.
Da allora, stanco e deluso, si estraniò completamente dall’attività politica fino alla morte, avvenuta all’Aquila il 7 giugno 1871.
Ancora oggi sui muri di alcune case di Colle di Lucoli è possibile individuare le sagome con il volto di Garibaldi
Fonti e Bibliografia:
Tra tutti si cita Francesco Di Gregorio, anch'egli lucolano di Colle, che aveva già pubblicato, tra le tante altre cose, per le Edizioni Colacchi dell'Aquila, una nuova edizione del Diario e Lettere alla Famiglia di Pietro Marrelli, con ampio apparato critico e interpretativo, L’Aquila 1988.
E. Bruno, P. M. e la partecipazione della Provincia aquilana al tentativo garibaldino del 1867, L’Aquila 1914 (in partic. alle pp. 105-207 numerosi estratti dalle Carte Marrelli, fra cui il Diario [gennaio-luglio 1859], lettere alla famiglia, corrispondenza da e con G. Garibaldi [1859-65], lettere di A. Mosto, A. Pellegrini, A. Mario, C. Corte, B. Cairoli, A. Lemmi e G. Mazzini); W. Capezzali, Le Carte Marrelli nella Biblioteca provinciale dell’Aquila, in P. M. e il Risorgimento. Nel bicentenario della nascita del patriota aquilano, L’Aquila 2002, pp. 41-44; L. Biondi, Il diario di P. M. tra letteratura e testimonianzaibid., pp. 9-17; R. Colapietra, Il carteggio di A. Pellegrini…ibid., pp. 45-70; P. M. Lettere politiche: 24 luglio 1861 - 13 maggio 1863, a cura di S. Liberatore, ibid., pp. 71-101; Ed. nazionale degli scritti editi ed inediti di G. MazziniIndici, II, a cura di G. Macchia, Imola 1973, ad nomenEd. nazionale degli scritti di G. Garibaldi, XIV, Epistolario, 8, a cura di S. La Salvia, Roma 1991, pp. 133, 232; S.A. Falasca, Il mazziniano P. M. e la spedizione garibaldina nell’Agro Romano, in Rass. stor. del Risorgimento, LIX (1972), pp. 44-84. Riferimenti al M. in: A. De Nino, Briciole letterarie, II, Lanciano 1885, p. 75; M. Oddo Bonafede, Storia popolare della città dell’Aquila degli Abruzzi dalla sua fondazione al 1888, Lanciano 1889, p. 274; N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, II, Napoli 1891, p. 161; L. Favaro, L’insurrezione aquilana del 1841, Roma 1907, passim; B. Costantini, I moti d’Abruzzo dal 1798 al 1860 e il clero, Pescara 1960, p. 53; R. Colapietra, Spiritualità, coscienza civile e mentalità collettiva nella storia dell’Aquila, L’Aquila 1984, ad ind.; A. Ventura, Città e paesi: L’Aquila, in L’Abruzzo nell’Ottocento, Pescara 1996, pp. 220-222; R. Colapietra, I ceti politici: un profilo, in Storia d’Italia (Einaudi), Le Regioni dall’Unità a oggiL’Abruzzo, a cura di M. Costantini - C. Felice, Torino 2000, p. 709. F. Zavalloni.

giovedì 10 maggio 2012

IL GIARDINO DELLA MEMORIA DI LUCOLI HA SEGNATO UN IMPORTANTE PRIMO ESEMPIO DI PROGETTO AMBIENTALE E CULTURALE

Leggiamo dalla stampa odierna:
"Frutteto del ricordo" a Onna 40 alberi per ricordare le vittime del sisma

"Frutteto del ricordo" a Onna 40 alberi per ricordare le vittime del sisma

Venerdì 11 maggio alle ore 18.30  in via delle Massale a Onna inaugurazione del frutteto del ricordo.
Si tratta di un frutteto con 40 alberi in memoria delle vittime del terremoto e in particolare di quelle di Onna.
Tutto nell'ambito di un “Luogo della memoria” con una biblioteca che contiene documenti sulla storia di Onna e una piccola mostra di oggetti della civiltà contadina. Appuntamento, per chi vuole partecipare, davanti alla chiesetta di legno  dopo la Santa messa delle ore 18. L'iniziativa è del circolo culturale Il Cespo".


Il nostro progetto, di un memoriale alberato per le vittime del sisma, elaborato con la collaborazione del Keren Kayemeth LeIsrael di Gerusalemme, presentato già dal 2009 al Comune di Lucoli e, inoltrato a febbraio del 2010, al Comune dell'Aquila, ha costituito un primo esempio culturale che viene riproposto, con nostra grande soddisfazione, in diverse modalità e realtà dell'Abruzzo.
Con il nostro progetto sostenibile abbiamo voluto diffondere un messaggio di speranza in un futuro migliore, senza però dimenticare di tramandare un sistema di valori antichi, quelli legati alla natura ed alla terra, che consentiva di sopravvivere al meglio sul territorio. E' per questo motivo che il progetto botanico predisposto da agronomi dell'Ordine di Roma e Provincia è stato centrato sulla coltivazione delle antiche piante fruttifere d'Abruzzo,  la maggior parte delle quali abbandonate dalle colture, alla riscoperta della sapienza agricola dei nonni, per non dimenticare da dove veniamo e chi siamo.
Molti sostenitori stranieri hanno creduto in questo progetto adottando gli alberi da frutto dai nomi evocativi: la mela zitella, la mela gelata, la limoncella e tante altre specie che non si trovano più nei mercati.
Il Giardino della Memoria è divenuto un "bene comune" di Lucoli, un'interessante esperienza di mutuo sostegno e lavoro, che ripercorre le abitudini costruttive minute della comunità di un tempo: i nostri soci (e non i soli, spesso troviamo nuove specie  piantumate da sconosciuti) si prendono cura delle piante lavorando insieme nel loro tempo libero. 
Il Giardino sta divenendo un luogo di bellezza naturale frequentato ed ammirato.
Siamo veramente contenti di questa nuova esperienza, condivisa con Onna, ideata forse dagli stessi uomini e donne della "fascia di mezzo", sospesi ed incerti, tra il tempo della terra e quello dei numeri (....dello "spread") che ricercano un diverso senso della vita, forse più vicino a quello in cui gli esseri umani, chini sulla terra a lavorare quasi tutto il giorno, stavano come al centro della natura e potevano assorbirne i ritmi: i cicli degli anni, delle stagioni, dei giorni e delle notti, dalla nascita alla morte ed in questo caso, anche della Memoria di chi non c'è più.

La "carta dei valori" del Giardino della Memoria
I nomi delle 309 vittime del sisma del 2009
Gli alberi degli antichi pomari
Ogni albero a Lucoli è "adottato" da sostenitori che vengono citati con una targa 

LUCOLI TOURISM AND ITS BASIC REFERENCES FOR OUR FOREIGN READERS

province of L'Aquila

Lucoli
Distance from provincial capital (Km): 16
Population: 978
Altitude: 956m
City Hall - telephone: 086273160
City Hall - Fax: 0862730790
Telephone of our Association - 00393489366586
Story
The country stands on the site once occupied by the Benedictine Abbey of S. John of Collimento, founded by Count Odorisio. The core is formed by the aggregation of many villas which were part of the county of L'Aquila. Later became a fief of the Colonna, and in 1610 by Marcantonio Palma. Pass' then under the Barberini. They were formerly famous for his marble quarries.
Nature, art, culture
Nestled in the valley of the river "Rio" the country is made ​​up of 17 villages. Among the monuments deserves the attention of the Parish of St. John the Baptist c. XII with sculptures depicting religious scenes, dating to 1500.
Sculpture of the main altar of the Abbey
Fresco of the Annunciation
The town is a starting point for many hikes in the surrounding mountains. The territory of Lucoli for lovers of botanical species is a true paradise.
Festivals and Events
June 24 Feast of St. John
August 10: Feast of St. Lorenzo

lunedì 7 maggio 2012

MONTORIO, TORNA A SUONARE UN ORGANO DEL '500: QUELLO DI GIOVANNI FARINA DA GUARDIAGRELE DELL'ABBAZIA DI SAN GIOVANNI E' ANCORA PIU' ANTICO

La pregevole cassa lignea dell'organo di Lucoli
Leggiamo sulla stampa regionale di oggi che l'organo di Montorio è tornato a rivivere: avvolto dal silenzio per oltre mezzo secolo, è tornato a suonare sabato 5 maggio u.s.
"Il prezioso strumento, custodito nella nobile collegiata di San Rocco, fatta edificare da Vittoria Camponeschi madre del Papa Paolo IV Carafa, grazie alle esperte mani dell’organista e clavicembalista abruzzese Alberto Mammarella, ha regalato sabato sera ad un’attenta platea un vero e proprio salto nel tempo. Opera di un anomino organaro napoletano, lo strumento fu portato nella chiesa nel luglio del 1636 ‹‹ma a giudicare dalla documentazione ritrovata e dalla lettura stilistica del manufatto››, secondo Lucia Arbace, soprintendente per i Beni Storici e Artistici dell’Abruzzo presente all’inaugurazione, ‹‹molti elementi suggeriscono di arretrare la datazione di qualche decennio, entro i confini del Cinquecento››".
Il restauro del pregevole bene è stato reso possibile grazie ai fondi dell’otto per mille donati alla Parrocchia. 
L'organo dell'Abbazia di San Giovanni Battista, costruito da Giovanni Farina da Guardiagrele, è più antico di quello di Montorio e, certamente, è datato 1569
Lo strumento di Lucoli, sebbene nel suo precario stato di conservazione e privo delle sole canne metalliche e lignee, non ha subito rimaneggiamenti che hanno deturpato o snaturato la sua struttura originale e la sua originale fisionomia. È questa una situazione assai rara da trovarsi che rende ancor più interessante il restauro dello strumento.
Al valore storico-artistico del manufatto, da molti riconosciuto, si deve aggiungere un valore puramente scientifico. Il restauro permetterà di acquisire informazioni preziosissime sull’organaria abruzzese cinquecentesca finora conosciuta solo attraverso lo studio dei documenti d’archivio ma priva di riscontri materiali.
La nostra Associazione si è coinvolta nel recupero di questo "bene comune" del territorio, impiegando lavoro e risorse dei suoi soci, anche per sensibilizzare gli Enti preposti, la Comunità del territorio e quella scientifica verso il reperimento dei fondi necessari, il tutto in una situazione post terremoto dei beni artistici a dir poco drammatica.
Il restauro dell'organo di Lucoli è importantissimo per molti motivi:
1. Innanzi tutto è uno strumento musicale di alto valore storico che non si può lasciare in rovina come è successo per altri beni presenti sul territorio; è una eredità che ci hanno lasciato i nostri antenati: ecclesiastici, ricchi e poveri contribuirono al massimo delle proprie possibilità per farlo costruire.
2. Lorgano di Giovanni Farina da Guardiagrele è un' opera artistica di valore unico (ed incalcolabile) presente a Lucoli.
3. L’originaria funzione e destinazione dello strumento sarebbe ripristinata: l’organo nasce e viene collocato in chiesa per arricchire le cerimonie liturgiche col suo suono a dar maggior lode a Dio. E questa sarà la prima delle funzioni che recupererà lo strumento col suo restauro integrale e permetterà di restituire alle cerimonie liturgiche che regolarmente si svolgono in Abbazia il giusto decoro e la corretta solennità.
4. Esistono una valenza culturale ed una sostenibilità del progetto, il restauro dello strumento permetterà anche di promuovere ed incentivare l’attività concertistica che avrà due fini: rivitalizzare il territorio con l’arrivo di pubblico dai centri viciniori e fornire agli organisti (soprattutto ai giovani) uno strumento dove poter studiare e perfezionarsi nella letteratura organistica italiana cinque-seicentesca. 
5. Per tutta la Comunità locale contribuire al restauro dell’organo vorrà dire anche entrare a titolo personale nella storia di Lucoli, visto che il restauro dello strumento del Giovanni Farina è un evento assolutamente unico e i nomi di tutti i donatori verranno incisi indelebilmente su una targa che rimarrà per sempre nell'Abbazia. 


L'organo di Giovanni Farina da Guardiagrele.
Cliccare sulla foto per ascoltare LA MUSICA DI UN ORGANO DEL 500
Siamo convinti che specialmente in momenti di crisi come l’attuale, le virtù civiche siano la linfa vitale di una società: ognuno può fare tanto per tutelare i propri beni comuni, contribuendo a migliorare le relazioni umane ed il patrimonio del territorio, costruendo in tale modo,  un futuro più partecipato.
Aiutateci a ridare la voce all'Organo dell'Abbazia di San Giovanni Battista donandoci il vostro 5x1000 o con donazioni dirette. Il progetto sarà realizzato sotto la direzione della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici dell’Abruzzo.

venerdì 4 maggio 2012

SABATO 5 MAGGIO ORE 16.00 APPUNTAMENTO AL GIARDINO DELLA MEMORIA CON IL VIVAISTA SEBASTIANI


Consueto appuntamento per la cura del frutteto del Giardino della Memoria.
Saranno piantumate nuove specie e controllati tutti gli alberi. Chi volesse unirsi a noi per lavorare o a solo scopo didattico sarà ben accetto.
Il lavoro comune sviluppa le radici di una Comunità


mercoledì 2 maggio 2012

GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: IL MELO ROMANELLA

Il Melo Romanella del Giardino della Memoria ha già fruttificato lo scorso anno
Riprendiamo la nostra attività di redazione delle schede botaniche degli "antichi pomari" del Giardino della Memoria anche in cosiderazione del fatto che abbiamo constatato che l'argomento interessa molti lettori del nostro blog.
Come più volte scritto, negli ultimi decenni si è perpetrato un fenomeno di impoverimento genetico delle varietà fruttifere, cerealicole e orticole coltivate.
Pensiamo che l''80% delle mele consumate in Italia appartengono a sole tre varietà e a livello mondiale la popolazione si nutre con sole 30 piante coltivate. Si tratta di un fenomeno di erosione genetica che investe tutte le colture agricole, a cominciare da quelle cerealicole, ma che è particolarmente vistoso nel settore della frutticoltura e orticoltura.
Già nel 1888, Teodoro Bonanni, nel suo prezioso libro "Le Antiche industrie della Provincia dell'Aquila", descriveva una situazione completamente diversa, le varietà di frutti coltivati erano decine e decine: solo per le mele si parlava di almeno una ventina di varietà.
Negli ultimi decenni si è assistito anche ad un abbandono pressoché completo della frutticoltura, ma nelle diverse contrade, di sovente in orti abbandonati, nei chiostri di antichi monasteri o in piccoli frutteti inselvatichiti, vegetano ancora numerose piante di frutta antica ed è propio in quei luoghi che il vivaista Sebastiani di S. Elia, fornitore delle specie antiche del Giardino della Memoria le va a ricercare.
E' in questa immagine di fondo che si inquadra il progetto botanico del Giardino della Memoria di Lucoli volto a seguire un processo di riscoperta e valorizzazione delle varietà autoctone locali. La nostra scommessa è quella di conferire una nuova funzione alle varietà autoctone a rischio di estinzione da noi piantumate, o meglio, una serie di funzioni, con implicazioni di carattere paesaggistico, etnobotanico, didattico, turistico, salutistico.
Perché a suo tempo furono abbandonate le antiche varietà autoctone di frutta? 
Di motivi ce ne sono tanti, ma uno è particolarmente evidente e cioè le nuove varietà ibride hanno reso di più: garantiscono una produzione maggiore, meno imperfetta. Ma la coltivazione della terra e la cultura delle tradizioni che ne deriva non può essere alimentata solo da motivazioni di massimizzazione economica, occorrerebbe dare una nuova funzione economica a vecchie varietà poco produttive ma dalla qualità spesso eccellente. Le piante fanno parte della nostra storia così come i monumenti, le opere d'arte: rappresentano una parte delle nostre tradizioni, della nostra cultura: rientrano nel  novero dei "beni comuni", verso la cui salvaguardia protende la nostra attività associativa. 
Nel chiuso delle valli montane o nell'intimità della campagna piena, i contadini hanno tramandato da una generazione all'altra una serie di semi, di piante e di animali. Quando ci si sposava, della dote spesso facevano parte le marze di fruttiferi o semi di cereali, legumi e ortaggi. Insomma, il materiale genetico o germoplasma, veniva scambiato tra i contadini come un dono, una promessa di buoni sapori.
Ci piacerebbe diffondere il messaggio e la consapevolezza che è meglio poter disporre di molti diversi sapori e colori, aromi e profili sensoriali. La diversità è un valore perché arricchisce la nostra scelta e fa rima con libertà.
Il Melo Romanella piantumato al Giardino della Memoria viene da un ceppo ritrovato a Scoppito (AQ).
Si tratta di una qualità simile alla Mela Rosa (chiamata anche: pianella, rosetta, durella, appietta). Una varietà-popolazione il cui biotipo tradizionale si è individuato per lo più nell'area pre-appeninica dei monti Sibillini.
Il frutto è medio-piccolo, irregolare, di forma appiattita asimmetrica, buccia liscia di medio spessore od anche spessa, di colore verde intenso soffuso o striato di colore rosso-vinoso (comunemente detto rosa). Il frutto ha un peduncolo molto corto e presenta una rugginosità localizzata nella zona peduncolare. Polpa di colore bianco traslucido, soda, croccante, di sapore zuccherino acidulo e profumata, molto serbevole. Le piante della Mela Romanella presentano un'ottima resistenza al freddo ed i frutti manifestano una buona resistenza alla ticchiolatura ed alle più comuni avversità biotiche. Per tale motivo le piante risultano idonee per una coltivazione a basso impatto ambientale. 
Oltre al consumo fresco, i frutti venivano utilizzati anche per cottura sotto brace o al forno o per confezionare vari tipi di dolci. Già dal tempo dei romani la Mela Rosa, poi chiamata Romanella, era conosciuta e molto ricercata, come affermato anche nelle satire oraziane di Quinto Orazio Flacco nel 65 a.C., grazie alla sua polpa acidula e zuccherina con un profumo intenso ed aromatico che permane in bocca.
Calendario di produzione: Il consumo avviene preferibilmente a cominciare dal tardo autunno ed anche dopo lunga conservazione, fino ad inizio primavera dell'anno successivo.