lunedì 22 aprile 2013

IL GIARDINO BOTANICO DELLA MEMORIA DI LUCOLI COME CUSTODE DEI "FRUTTI DIMENTICATI" E DELLA BIODIVERSITA'

Specie di antichi pomari in esposizione
Nell'ultimo secolo, in Italia, alcune specie di frutta come albicocco, ciliegio, pesco, pero, mandorlo e susino hanno registrato una perdita di varietà del 75%, con punte massime per albicocco e pero, dal tasso di sopravvivenza varietale di appena il 12%. Nel solo Sud Italia, tra il 1950 e il 1983, è stato riscontrato che delle 103 varietà locali mappate durante il primo sopralluogo, solo 28 erano ancora coltivate poco più di trent'anni dopo. Perfino la vite da vino si è ''impoverita'' nell'ultimo secolo: dalla ricostituzione dei vigneti dopo la diffusione della fillossera avvenuta a fine Ottocento, il numero dei vitigni, coltivati all'epoca in alcune migliaia (400 nella sola provincia di Torino), è sceso nel 2000 a circa 350, di cui 10 soltanto occupano il 45% della superficie vitata italiana.
A livello più generale, uno studio della FAO stima che tra il 1900 e il 2000 sia andato perduto il 75% della diversità delle colture. Inoltre, l'organizzazione delle Nazioni Unite prevede che entro il 2055, a causa del cambiamento climatico, scompariranno tra il 16 e il 22% dei parenti selvatici per colture importanti come arachidi, patate e fagioli. Sono alcuni dati che testimoniano l'importanza di tutelare la frutta e i prodotti agricoli della nostra storia, per salvaguardare la cultura italiana e al tempo stesso venire incontro all'esigenza, sempre più sentita, di mangiare cibi sani, privi di alterazioni e veleni. E' l'argomento del seminario ''Frutti del passato per un futuro sostenibile'' (allegata pubblicazione) organizzato dall'ISPRA, che si è tenuto il 19 aprile u.s. presso il ministero delle Politiche Agricole e Forestali. 
Al centro dell'incontro, possibilità e modalità di recupero delle colture perdute in una prospettiva futura. Per frutti del passato, antichi e dimenticati, si intendono quelli che negli ultimi 50 anni hanno conosciuto un lento e silenzioso abbandono, per l'affermazione della frutticoltura moderna o industriale. Si trattava di produzioni localizzate, selezionate in numerose varietà nel corso dei secoli; dovevano resistere a stress biotici causati da funghi, batteri, nematodi e insetti vari, perché non c'erano gli anticrittogamici, e a quelli abiotici dipendenti dalla disponibilità idrica e dalla qualità dell'acqua, dalla qualità della luce, dalla temperatura. 
La sottoutilizzazione delle colture porta anche un impoverimento culturale, tanto più in Italia, paese che per i prodotti di nicchia ha un ruolo importante, con oltre 200 produzioni certificate che rappresentano più del 20% del totale europeo. Le indicazioni geografiche sono una dimostrazione del legame tra territorio, cultura e agricoltura, ma va notato che la maggior parte della biodiversità coltivata e dei saperi tradizionali ad essa associati sono custoditi in una categoria di aziende in genere condotte da persone sopra i 65 anni (basti pensare ai titolari dell'Azienda agricola di S. Elia (AQ) che curano il nostro Giardino Botanico della Memoria). 
Finora, le attività di ''recupero'' delle specie hanno portato a valorizzarne diverse, in funzione di mercati particolari. 
L'ISPRA, che ha dato il patrocinio al Giardino di Lucoli, fornisce il suo contributo pubblicando una serie di quaderni dedicati a ''Frutti dimenticati e biodiversità recuperata. Il germoplasma frutticolo e viticolo delle agricolture tradizionali italiane''.




NoixLucoli Onlus ha impiantato un Giardino botanico della Memoria popolato di alberi da frutto di antiche varietà. E’ un opera adeguata, un monumento vivo e cambiante, un qualcosa di impermanente, mai uguale a ieri o a domani che somiglia perciò alla vita e che aiuta ad accettare ciò che è successo con il sisma del 2009, per quanto immensamente doloroso e terribile.

Il Giardino è un dono alla comunità attraverso le sue piante si è resa disponibile, immediatamente, come in un supermercato, una grande variabilità genetica che può contribuire a migliorare la qualità e la sanità di ciò che oggi mangiamo. Come già indicato le mele oggi in commercio sono riconducibili a tre o quattro varietà capostipiti, ciò anche per le susine, per le pere e così via: in gergo scientifico tale fenomeno viene definito erosione genetica ovvero riduzione della variabilità. E quando il corredo genetico è stretto, poco variabile, la vulnerabilità aumenta. Soprattutto davanti alle malattie. La nostra sicurezza, in tutti i sensi, dipende dalla variabilità genetica, dalla variabilità di specie e dalla variabilità di ecosistemi.
Di seguito elenchiamo le specie botaniche appartenenti alle antiche varietà presenti nel Giardino Botanico della Memoria di Lucoli.
 

domenica 21 aprile 2013

IL CILIEGIO (PRUNUS AVIUM) COME MESSAGGERO D'AMORE

Le testimonianze vegetali che accompagnano la vita degli uomini sono veramente interessanti e molto istruttivo è il libro del Prof. Aurelio Manzi: "Piante sacre e magiche d'Abruzzo".
Ci piace riprenderne parti del testo volendole collegare agli alberi del Giardino botanico della memoria di Lucoli, in modo particolare ai ciliegi che la nostra Associazione ha piantumato recentemente e che ora sono in fiore.
Al ciliegio veniva affidata, secondo una tradizione abruzzese, la proposta amorosa.
"Il giovane spasimante intenzionato a manifestare le sue buone proposte di  matrimonio verso la fanciulla amata, nei tempi andati, era costretto a ricorrere ad espedienti diversi, spesso anche fantasiosi, in considerazione delle difficoltà ad avvicinare la ragazza, oppure a veri e propri rituali codificati previsti per questa delicata evenienza.
A Tornareccio, secondo quanto riferito da G. Finamore, (Tradizioni popolari abruzzesi 1884 - Ristampa a cura di Adelmo Polla Editore, Cerchio, 1986) il focoso giovane sradicava un alberello di ciliegio (Prunus Avium) con i frutti ancora attaccati. Di notte lo trscinava presso l'abitazione dell'amata, dove rimaneva fino alla mattina seguente in attesa dell'esito delle sue avances.
Se la famiglia era consenziente, l'alberello veniva accettato e custodito amorevolmente, altrimenti sarebbe stato scagliato lontano dalla casa con disprezzo".

I fiori di ciliegio del Giardino Botanico della Memoria - Foto di G. Soldati
Uno dei nuovi alberi di cilegio piantumati in occasione del quarto anniversario del sisma del 2009 - Foto di G. Soldati
I ciliegi di Viale Regina della Pace in fiore - Foto di G. Soldati

venerdì 19 aprile 2013

TODD CAMBIO DI ORIGINI LUCOLANE HA CONTRIBUITO A REALIZZARE UNA RACCOLTA MUSICALE DI CANZONI DI EMIGRANTI ITALIANI NEGLI USA




 


Link to the blog that is intended to make available recordings made by Italian performers in the early 20th Century. The majority of these recordings were made in New York by Italians who had immigrated to the U.S. Despite the fact that these discs are literally a record of the history of Italian Americans, they have largely been ignored by record collectors and scholars. The hope is that by bringing some of these recordings into the light, we can uncover some of our history.

I'm very pleased to present the compilation, Paese Mio Bello, which I produced for the JSP label along with the help of Henry "Hank" Sapoznik. This is the first collection of it's kind, featuring 44 historic Italian-American recordings, 40 of which have been previously unreleased, at least since the original 78rpm records were issued. The selections were recorded between 1915 and 1939 and vary from traditional rural folk recordings to elegant divas singing the popular music of 1920's and 30's Italian-America. The discs have been expertly transferred and mastered by Adrian Cosentini.
The 2 CD set is available for purchase for $22. To order online and pay via PayPal, just click the link on the right. If you would like to order via US mail, please contact me at italian78s@gmail.com .

This work has been made by the contribution of Todd Cambio a guitar maker, record collector and musician with an interest in Italian music from the early 20th Century.
Todd Cambio was in Lucoli last year and wrote this worlds for our blog:
I am visiting Lucoli and L'Aquila from the United States to discover the history of my great grandparents, who immigrated from here in the early 1900's.  Part of my trip has been to obtain documents pertaining to my great grandparent's, primarily their birth certificates, the other part of my trip is to see the land where part of my family came from and to hopefully understand more about what their lives were like.  From the beginning of our trip in Rome, I have been blown away by the friendship and hospitality extended to my family and I.
Our friend Fabrizio picked us up in Rome and we made the trip to Lucoli. Our first stop was to the municipality, where I had the chance to meet and thank some of the people who have helped to uncover my family history.  Next we stopped at the shop of a local cheese maker, where we ate fresh mozarella made that morning.  The cheese was incredible, still warm and squeaky on the teeth, a quality which we use to judge the freshness in my home Wisconsin (a region of America known for its cheese)........
Todd Cambio in Lucoli

martedì 16 aprile 2013

E' D'OBBLIGO L'ESCURSIONE NOTTURNA A CAMPOFELICE PER OSSERVARE LE LIRIDI

Arrivano le prime stelle cadenti dell’anno, le Liridi. Il maltempo del mese scorso ha purtroppo rovinato a molti l’osservazione della cometa Pan-Starrs, nascosta per quasi tutto il tempo da immancabili nuvole.
Ma le Liridi promettono un eccellente spettacolo, con picchi fino a 20 meteore ogni ora. La pioggia meteorica raggiungerà il massimo durante il fine settimana (tra venerdì e la notte tra domenica e lunedì) ma già a partire da oggi 16 aprile sarà possibile avvistare qualche meteora transitare in avanscoperta e fino al 25 qualcun’altra ritardataria.
Pioggia di meteore
Saranno osservabili da tutto il territorio nazionale, isole comprese,guardando a est verso la costellazione della Lira (da cui prendono il nome), facilmente individuabile perché vi brilla Vega, la stella bianca più luminosa in quella porzione di cielo. L’orario favorisce i nottambuli: dal 19 al 22 il momento migliore è dopo le tre di notte, cioè appena tramontata la Luna, il cui bagliore disturba le osservazioni. Nel 2012 in zone particolarmente buie ne sono state viste anche otto ogni quarto d’ora e nel 1982 le cronache riportano una pioggia di 300 meteore occorsa in pochi minuti.
Ma nessun timore che precipiti sulle nostre teste qualsiasi cosa o che succeda un evento simile all’esplosione del meteorite sugli Urali dello scorso febbraio, che ha suscitato tanto allarmismo. 
Lo sciame delle Liridi è generato da particelle molto, molto più piccole (grandi al massimo qualche centimetro) lasciate nello spazio vicino alla Terra dai transiti della cometa Thatcher, che avvengono ogni 415 anni (l’ultima volta, Vittorio Emanuele II veniva incoronato primo Re d’Italia).
Inoltre il fenomeno è conosciuto sin dall’antichità: documentato dai cinesi già 2700 anni fa, si ritiene sia il primo sciame meteorico di cui si hanno notizie storiche.
Se volete un souvenir della serata, armatevi invece di macchina fotografica, con cavalletto e obiettivo a grandangolo (da 20 mm in giù) per coprire quanto più campo visivo possibile. Con pose da 15 minuti, diaframma non tanto aperto e sensibilità ISO 100 (per non saturare l’immagine) è probabile riuscire a catturare la scia di qualche bolide mentre sfreccia sulla volta celeste. Attenzione alle batterie (che si scaricano rapidamente in questa modalità) e alla condensa sul vetro dell’obiettivo.
Si possono anche realizzare filmati con altri mezzi, tenendo l’inquadratura fissa e poi estrapolare gli istanti o i fotogrammi dove compaiono le stelle cadenti. In questo caso, però, la qualità delle immagini non sarà elevata, data la media luminosità delle meteore, paragonabile alle stelle dell’Orsa Maggiore.
Campofelice foto di Roberto Soldati

venerdì 12 aprile 2013

Alcuni cenni di storia del territorio di Lucoli.

Ricostruzione d'immaginazione del Castello di Collimento realizzata da Roberto Soldati.

Con questo testo vogliamo trattare del territorio di Lucoli e Campo Felice soprattutto negli anni compresi tra il 1100 ed il 1200. Territorio che oggi viene definito come compreso nell'AREA OMOGENEA DELLA NEVE.
L'aspetto che predomina, nell'osservare la conformazione storica del Comune di Lucoli, è senz'altro la reminiscenza di una tipologia insediativa caratterizzata sin dalle origini da abitati di dimensioni minime (i cosiddetti vicus) sparsi all'interno di un territorio comune, lontano dai confini della città romana.
Le molteplici frazioni che costituiscono il Comune di Lucoli derivano, infatti, da un insediamento che al tempo dei romani veniva identificato come pagus, una sorta di circoscrizione di tipo rurale, talvolta di origini preromane, accentrata attorno a luoghi di culto pagani. Non vi erano sostanziali differenze o gerarchie fra i diversi borghi, anche se in uno di essi risiedeva il Magister, patrizio rappresentante del governo romano.
Alcuni degli oneri di tale figura, come ad esempio quello della manutenzione delle strade, furono conservati anche dopo l‟assorbimento di tali organizzazioni in vere e proprie città. Nel caso dell'Abruzzo e, in particolare, nell'attuale ‟area omogenea della Neve", la tipologia insediativa diffusa fu ulteriormente rafforzata dalle invasioni gotiche e longobarde, che portavano con sé la tradizione del "gau" tedesco, una sorta di contea che ebbe una diffusione talmente ampia da divenire, fra IX e X secolo, l'unità amministrativa dell'impero carolingio. Non si hanno troppe notizie di carattere amministrativo sui vicus romani dell'area di Lucoli, ma fu una forma di governo locale senz'altro tramandata nelle dinastie che si succedettero ad alterne vicende, per investitura o eredità, sotto l'egida dell'impero, del papato e dei vari regni. Persino i longobardi, che distrussero ogni centro della provincia romana, in realtà mantennero la struttura amministrativa nelle loro gastaldie e piccoli feudi.
I primi documenti scritti che ricordano il territorio di Lucoli fanno riferimento ad alcuni possedimenti dell'abbazia di Farfa e sono datati oltre l'anno mille: il Chronicon Farfense (1062-1099) e una bolla di Alessandro III del 1178. In compenso, si ha notizia nel IX secolo della costituzione della contea di Collimento, proprio durante l'avvento dell'impero di Carlo Magno, quando i castaldi della provincia Valeria furono elevati a titolo di Conti. La contea dei Marsi ebbe origine a metà dell'ottocento e, in qualità di feudo maggiore, si liberò della dipendenza dal duca di Spoleto (Barbato-Del Bufalo 1978, 16). Nel 926 Ugo d'Arles scese in Italia a cingersi della corona, il conte Berardo il Francisco ottenne dal re l'investitura comitale del paese dei Marsi, dando inizio a una dinastia di conti che perdurò circa tre secoli. 
I successori si divisero il feudo in tre contadi (quello della Marsica, quello amiterno-reatino con Forcona e quello di Valva), in seguito suddivisi ancora in tante piccole signorie prima dell'arrivo dei Normanni (Arpea 1964, 23).
Dopo che i figli del conte Berardo il Francico si divisero il feudo in tre contadi, il processo di suddivisione che ne conseguì diede origine alla costituzione, a Lucoli, della contea di Collimento (Barbato-Del Bufalo 1978, 121).
Il sistema di suddivisione in contadi favorì il perpetuarsi in tutto il comprensorio del governo di un signore locale. Laddove le popolazioni si erano dovute fortificare contro le usurpazioni dei barbari e dei prepotenti locali, si erano venuti a formare dei veri e propri "castra", che consentirono l'infeudamento medievale e l'infittirsi della rete difensiva generata dalle primitive torri di avvistamento isolate.
Sono stati condotti degli studi sul Castello di Collimento edificato intorno al 1100 dal conte Odorisio (appartenente ad un ramo della famiglia dei conti dei Marsi) che possono darci delle informazioni interessanti sulla vita del tempo.
In quei tempi l'area di Lucoli ha avuto un vissuto storico piuttosto interessante, era governata da due importanti centri di potere: il "Castellum Colomonti" e l’abbazia benedettina di San Giovanni Battista. 
Lo scoglio roccioso che si protende in direzione nord sul torrente Rio, poco fuori le case dell’attuale Frazione di Collimento è stato identificato, almeno in parte, con Columente, noto dalle fonti farfensi come residenza di ben 79 fittuari (1). In questo luogo, che nella toponomastica attuale viene indicato come "il castello", vennero rinvenuti frammenti ceramici e tracce evidenti di lavoro umano rappresentate dalla spianatura della roccia calcarea naturale e da una serie di sei o sette buche di palo. Questo tipo di ritrovamenti si possono riferire al periodo di vita della curtis e convivono con resti, anche consistenti, di epoca più antica. E' stato ritrovato un muro in opera "poligonale", che deve essere stato rilevante, che circonda il lato est dell’altura, di questo manufatto si parlò nel convegno "Sistemi fortificati preromani lungo la dorsale appenninica abruzzese", Chieti, 11 Aprile 199. (2).
Composizione fotografica di Roberto Soldati

L'insediamento nella valle lucolana del conte Odorisio determinò senza dubbio il costituirsi di un centro di potere in qualche modo antagonista ai possedimenti farfensi. La posizione della valle si caratterizzava come area di frontiera, al confine con zone di maggiore centralità sia politica che geografica, ma l’insediamento di un potere a base locale come quello dei Collimentani fu senza dubbio un evento non circoscritto ma collegabile a dinamiche storiche di più ampio respiro. 
Nella scelta di quel luogo per la costruzione del castello giocarono senza dubbio una molteplicità di fattori. La valle di Lucoli offriva, infatti, quei vantaggi che probabilmente erano già stati apprezzati dagli antichi frequentatori di Colle Munito e di Collimento: una struttura morfologica stretta e allungata, ben difendibile attraverso due sole entrate naturali, a valle e a monte, e la possibilità di rimanere al tempo stesso collegati, tramite brevi tratti di sentieri montani e di mezza costa, ai territori circostanti. In quegli anni si verificarono le prime scorrerie dei Normanni che costrinsero i feudatari a costruire castelli per difendersi. La valle, inoltre, era strategicamente importante per il controllo che comunque esercitava sui pascoli di Campo Felice oltre che per un avviato sfruttamento silvo-pastorale, beni di cui godevano evidentemente le terre della curtis farfense e che per questo erano stati per lungo tempo al centro di così tante dispute. 
Il conte Odorisio volle, poi, stabilire un potere personale in un’area limitata ma economicamente ben avviata e in cui da anni il controllo e l’influenza dei grandi monasteri erano messe costantemente in discussione. Cercò quindi di impiantare un centro di potere alternativo attraverso una condotta politica sufficientemente accorta: in sostanza "capì che una qualsiasi politica di potenza non poteva in quel momento contrapporsi alla politica religioso-monastica, ma doveva passare esclusivamente per essa" (3). Il conte Odorisio fondò così ex novo l'abbazia di San Giovanni Battista, attuando una pratica che si diffondeva nel tempo: le signorie rurali attuarono una duplice politica nei confronti del potere monastico, da un lato si adoperarono per non entrarci in conflitto, continuando la pratica delle donazioni, dall’altro escogitarono il modo di non perdere il controllo sui territori tramite la fondazione di nuove abbazie, istituendo cioè nuove comunità religiose indipendenti dalle grandi abbazie e dallo stesso potere dei vescovi.
Veduta aerea della Frazione di Collimento - Foto di Roberto Soldati
Per quel che riguarda la fase della costruzione del castello le fonti sono sostanzialmente concordi nel definire il 1077 come terminus ante quem. Dalla donazione di Odorisio si evince infatti l’esistenza del castello e di tutte le sue pertinenze, compresi i vari servi e dipendenti. Nonostante questa documentazione storica l’aspetto che più ha colpito gli studiosi relativamente al sito del 'castello' è l’assenza di strutture medievali visibili. Non è stato possibile eseguire letture stratigrafiche degli elevati così come non è stato possibile delineare anche solo uno schizzo del suo profilo o dei corpi di fabbrica di cui fosse composto. Anche per la totale mancanza, nella documentazione cartacea, del benché minimo accenno all’aspetto del castello, per non citare la totale assenza di fonti iconografiche anche tarde. Il controllo del territorio risultò sostanzialmente di vita breve e travagliata. Il fallimento è da intendersi nell’ottica laica del controllo di lunga durata del Lucolano. È probabile che, ad una tale precarietà del potere, facesse da specchio una relativa modestia delle strutture castellane, di cui infatti, in superficie, non rimangono tracce tangibili. A questa considerazione vanno aggiunti altri due fattori: la possibilità che le strutture medievali forse non eccessivamente monumentali siano state smontate e riutilizzate in epoche successive come cave di materiali per il borgo sottostante; e che le ridotte dimensioni del castello di Odorisio (per altro confermate dalle dimensioni dello sperone roccioso) si riferiscano piuttosto ad un ridotto difensivo fisicamente staccato dall’insediamento vero e proprio. 
Purtroppo il paese attuale, che fino alla metà del secolo scorso conservava intatte molte delle sue vie e abitazioni in pietra a vista, come molti nella valle di Lucoli e in generale nei territori circostanti, ha subito pesanti restauri e nuove costruzioni a partire dagli anni sessanta del secolo scorso che ne hanno obliterato irrimediabilmente l’aspetto originario.
È difficile seguire le sorti della discendenza di Odorisio attraverso la scarsa documentazione rimasta, sebbene il documento del 1077 citi esplicitamente dei figli. Le varie ricostruzioni della genealogia dei Collimentani non sempre sembrano coincidere con le parentele espresse in alcuni documenti (4). Sebbene sia chiaro che Collimento darà il nome a tutti i futuri discendenti del conte per moltissime generazioni, è ragionevole comunque ipotizzare che i suoi diretti eredi quasi sicuramente non risiedessero più nel castello, sebbene continuassero ad esercitare una sorta di patronato sull’abbazia di San Giovanni. Nel 1126 infatti un certo Teodino Sancti Bictorini forse al tempo conte di Amiterno, presenziò alla donazione di un mulino sito in località Adunale a pro del monastero di Collimento da parte del presbitero Pagano e suo fratello Gualtiero. L’abbazia dunque continuava ad espandere i suoi possedimenti.
Fra il 1158-1168, risulta che Colimenti e Luci (Lucoli) sono per metà posseduti da un certo Benegnata figlio di Garsenio, feudatario di Gentile Vetulo. I Collimentani invece sembrano essersi ritagliati altre sfere di influenza se Todinus de Colimento possiede Ocre con altri feudi e Berardus de Colimento, suo consanguineo, possiede Stiffe, Rocca Cedici e Barile. Dopo la distruzione di Amiterno e di Forcona da parte di Federico II, il Castello di Lucoli con la sua contea e la sua abbazia fu considerato il più importante tra quelli soggetti allo Stato Pontificio (Murri 1983, 10; Chiappini 1941, 42. Nel 1229 I fiscalismi eccessivi indussero il popolo di Amiterno e di Forcona a fare ricorso al papa Gregorio IX in richiesta d‟aiuto. Il Pontefice, commosso, esortò gli oppressi a riunirsi e a fondare una città indipendente «ad locum Acculae» (Rivera G. 1906, 232-233 n. 411; Barbato-Del Bufalo 1978, 21). Con essa, pur rimanendo soggetti ai tributi imposti dal Conte di nomina regia (prestazioni feudali destinate al conte e “collette” destinate al Re), i piccoli comuni potevano dipendere da un Comune maggiore conservando un limitato potere politicoamministrativo, consistente nella libera elezione del podestà e dei consiglieri e nella facoltà di assumere provvedimenti di carattere economico e religioso (Murri 1983, 11).
Più avanti il podestà si chiamò Sindaco e i sottoposti furono detti maestri, giudici, massari, baiuli.
Nel 1581 Lucoli e le sue ville furono vendute alla famiglia Colonna di Roma. Il primo feudatario fu Marzio Colonna, duca di Zagarolo, che ebbe nove figli da Giulia Sciarra Colonna dei Signori di Palestrina e morì nel 1607. Il primogenito Pierfrancesco nel 1610 dovette vendere la proprietà al napoletano Marcantonio Palma, duca di S. Elia, per via dei debiti del baronato del padre. Ma più tardi la riacquisì suo figlio Pompeo. Intorno al 1635 Pompeo Colonna, figlio di Pierfrancesco, riacquisì il feudo che era stato alienato da suo padre. Il ramo dei Colonnesi di Zagarolo si estinse e i beni di Lucoli furono reincamerati dal Regia Corte (Murri 1972, 27-28). Messi all'asta dalla R. Corte per l'estinzione della stirpe, i beni devoluti da Pompeo Colonna di Gallicano e Duca di Zagarolo furono acquisiti per 200.000 ducati da Maffeo Barberini di Sciarra, principe di Palestrina, con atto siglato dal notaio Matteo Angelo Sparano e da Mons. Attilio Marcellini procuratore speciale del Principe Barberini, poi ratificato dal re Filippo IV con privilegio datato 5 maggio 1663 (Arpea 1999, 118).
Così, nel 1663 il principe Maffeo Barberini entrò ufficialmente in possesso dei compartimenti acquisiti, tra i quali figuravano:
  • Lucoli (con 14 ville di Lucoli e 5 di Roio) 
  • Cicolano (con 12 ville) 
  • Tornimparte (con diverse ville, Rocca Santo Stefano e Sassa) 
  • Roccadimezzo (con Roccadicambio e Terranera) 
  • Fontavignone, Fosse, Sant'Eusanio e Casentino (Arpea 1964, 158). 
Dal 1663 i Barberini governarono il feudo oltre un secolo e mezzo, anche per conto del Regno degli Asburgo (dopo il 1807, abolito il feudalesimo, rimasero pacifici possessori dei beni burgensatici in Rocca di Mezzo) (Arpea 1964, 104; Cifani 1982, 98). 1806, agosto
Prima restaurazione borbonica. La riorganizzazione territoriale messa in atto dalla prima restaurazione borbonica abolì i poteri feudali e impose un nuovo ordine amministrativo sui centri dell'Altopiano e di tutto l'Abruzzo. Prima dell'abolizione dei feudi, l'ultimo procuratore dei Principi Barberini fu Alessandro de Sanctis di Terranera, in carica dal 2 febbraio 1796 (Arpea 1999, 120).
Quando nel 1806 furono aboliti i poteri feudali e la prima restaurazione borbonica impose una riorganizzazione del territorio, la città dell'Aquila si vide organizzata in quattro Distretti, a loro volta divisi in circondari. L'Altipiano fu suddiviso fra il circondario di San Demetrio (comprendente le Rocche) e il circondario di Celano (a cui fecero capo Ovindoli, San Potito e Santa Iona), ma a Lucoli si continuò a valorizzare la caratteristica dell'insediamento diffuso, mediante il rafforzamento della sua qualità di villaggi sparsi (denominati appunto “Ville”), piuttosto che di Comune (ad oggi sembra non essere cambiato nulla.....). Bisogna ammettere, tuttavia, che, nonostante la spinta riorganizzativa del periodo napoleonico, l'attuale "area della Neve" fu mantenuta ancora in condizioni di pessima accessibilità per meglio assicurare la difesa del Regno, con il solo asse di attraversamento della via Alba-Amiterno. Una nuova strada carrabile attraversante le Rocche per congiungere L'Aquila alla Marsica fu decretata dal governo Murat nel 1814, ma rimase incompiuta fino al 1855.
Dalla fine dell'Ottocento, la costruzione delle nuove arterie carrabili fu ultimata nel secondo dopoguerra, accompagnata sempre da grandi ristrettezze e difficoltà logistiche.
Nel 1927 con decreto del 9 luglio 1927 il Comune dell'Aquila, che abbracciava un'area di 144 kmq, fu esteso con l'aggregazione totale o parziale dei territori dei Comuni vicini di: Arischia, Bagno, Camarda, Lucoli, Paganica, Preturo, Roio Piano, Sassa e della frazione San Vittorino del Comune di Pizzoli (Merlo 1942). Lucoli fu aggregato quindi all'Aquila come frazione e perse la sua autonomia comunale. 
Lucoli ritornò ad essere Comune autonomo nel 1947.


L'articolo è liberamente tratto dal volume "Ricostruzione dei territori" scritto da un gruppo di ricerca della Sapienza edito da Alinea Editore - Firenze.
Bibliografia:
(1) Riferimento elenco di servi e fittuari di Farfa costituisce il primo documento in cui compaiono toponimi del Lucolano, Ch. Farf., I, Rif. 265.
(2) Il circuito in opera 'poligonale' è stato censito nel 1966 da La Regina e Di Marco, E. MATTIOCCO, Sistemi fortificati preromani lungo la dorsale appenninica abruzzese, in Insediamenti fortificati in area centro-italica, Atti del convegno, Chieti, 11 Aprile 1991, a cura di R. PAPI, Pescara 1995, p. 39. Simonetta Segenni interpretò la cinta di Collimento come di epoca romana, come sostruzione per un santuario o per una villa.
(3) Clementi a proposito del conte di Penne Bernardo e della fondazione della Badia di Picciano, caso che analogo a quello lucolano, CLEMENTI 1996, p. 57.
(4) CHIAPPINI 1952 (nota 3), pp. 12-14, RIVERA 1902 (nota 3), p. 4 e A. SENNIS, Potere centrale e forze locali in un territorio di frontiera: la Marsica tra i secoli VII e XII, in Bullettino dell’Istituito Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano, Roma, 1994.

martedì 9 aprile 2013

Nessun architetto potrà mai fare una cosa bella e piena di armonia come un albero, così diceva il grande Pier Luigi Nervi.

Le piante, la flora di un territorio, assommano nel tempo significati che vanno ben oltre gli aspetti più prettamente naturalistici connessi alle varie discipline che confluiscono nella botanica, ecologia e biogeografia. Alle piante si legano e collegano la storia, le tradizioni ed i ricordi degli uomini.
E' per tale motivo che nel ricordo del quarto anniversario del sisma del 2009 la nostra Associazione ha voluto piantumare, con il sostegno della BNL Gruppo Paribas, Filiale di Bazzano, cinquanta nuovi alberi nell'area circostante all'Abbazia di San Giovanni Battista.
Gli alberi, con la loro straordinaria forza vitale, radicati nel profondo della terra e nel contempo protesi verso il cielo, rappresentano per l'uomo un senso già ricco di contenuti simbolici ed evocativi, abbiamo voluto aggiungerne un altro: la memoria delle vittime del sisma del 2009. 
Nonostante la modernità dei tempi c'è un gesto vecchio di millenni che lega l'uomo all'albero, attraverso un impalpabile vincolo sacrale, eterno ed inscindibile che vogliamo far resistere.
La targa ricordo per il quarto anniversario del sisma con il nome della specie piantumata

Albero di ciliegio selvatico nel periodo di fioritura ne sono stati piantumati 15 attorno all'Abbazia di San Giovanni Battista di Lucoli

I bambini della Scuola Pietro Marrelli di Lucoli (AQ) hanno partecipato alla commemorazione dell'anniversario del sisma presso l'Abbazia di San Giovanni

L'inaugurazione della targa posta vicino ai nuovi alberi presso il Giardino della Memoria
L'omelia di sua Eccellenza il Vescovo Ausiliare di L’Aquila Giovanni D’Ercole durante la messa commemorativa delle vittime del sisma del 2009
E' stata realizzata una cerimonia semplice, quasi francescana, alla presenza della comunità, di molti convenuti dalla vicina Città di L'Aquila, dei parenti di alcune vittime del sisma, del Vescovo Ausiliare Giovanni D'Ercole, del Corpo forestale dello Stato, dei rappresentanti della BNL Gruppo Paribas, della Dottoressa Beti Piotto dell'ISPRA.
La pioggia ed il freddo con temperatura di 6° non ci hanno mai lasciati, forse gli unici ad essere pienamente contenti sono stati proprio.........gli alberi!

martedì 2 aprile 2013

CELEBRAZIONE DEL QUARTO ANNIVERSARIO DEL SISMA DEL 2009: LUCOLI, 5 APRILE 2013. PRESSO IL GIARDINO DELLA MEMORIA.


Trasposizione fantastica del panorama di Lucoli con la ricostruzione del castello di Collimento
 



Nessun architetto potrà mai fare una cosa bella e piena di armonia come un albero, così diceva il grande Pier Luigi Nervi. 
E’ vero: gli alberi sono belli e la bellezza fa bene al cuore. Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo. Come noi, gli alberi sono ancorati alla terra e, come noi, guardano al cielo perché cercano la luce. Gli alberi ci somigliano.
Il piantare alberi è una delle passioni dei nostri soci, convinti ambientalisti e profondamente legati alla volontà di salvaguardare la natura.
E' per questo motivo che per il quarto anniversario del sisma d'Abruzzo abbiamo piantumato 50 nuovi alberi nel sito dell'Abbazia di San Giovanni Battista a Lucoli.
La nostra Associazione un anno dopo il sisma d’Abruzzo del 2009, per non dimenticare e per ricominciare una vita migliore nell’armonia con la natura, ha realizzato il progetto del Giardino della Memoria dedicandolo alle 309 vittime del terremoto.
Il principio ispiratore dell’iniziativa voleva tenere insieme passato, presente e futuro da legare all’identità di un territorio che, in quel momento era stato ferito nelle sicurezze e nelle coscienze dal sisma:  abbiamo voluto ripartire dalla memoria delle persone legandola agli alberi.
Gli elementi di un territorio e gli effetti del tempo, siano essi fisici o culturali, sono la storia ed il presente di un luogo ed è per questo che NoiXLucoli Onlus ha piantumato un frutteto e l’ha trasformato in un Giardino botanico (ricco di cultivar autoctoni di frutta antica). Il progetto voleva anche arricchire il sito ove sorge l’Abbazia di San Giovanni Battista, il cuore spirituale del territorio, per non lasciarla nella solitudine dei gravi danni subiti dal sisma, che la rendono ancora inagibile nel chiostro, volendo richiamare visitatori e focalizzare l’attenzione su di essa e ciò al fine di sperare in un reperimento di fondi per il suo restauro.
Il giardino è stato un dono alla comunità e da tre anni viene costantemente curato dai soci di NoiXLucoli: oggi rappresenta un interessante esperimento botanico di mantenimento della biodiversità locale e dell'Abruzzo.
Fino a non tanti anni fa, si conservava vicino casa tanta varietà di frutta e verdura, oggi si direbbe che si manteneva tanta biodiversità. Per le comunità di poco più di cinquant’anni fa il bosco e l’agricoltura erano come dispense all’aperto: se ne ricavavano infinite risorse. E proprio per mantenere inalterata tale ricchezza nel periodo italico e in quello romano c’erano boschi sacri, detti lucus, la cui conservazione veniva tutelata con il vincolo della sacralità. Si istituivano in questo modo ambienti capaci di rigenerare, in un’atmosfera idilliaca esente da minacce, una grande varietà di beni che comunque poi “uscivano” (si pensi ai semi oppure agli animali) e si rendevano presto fruibili alle comunità. Come scrive giustamente il Prof. Aurelio Manzi, grandissimo conoscitore dell’Abruzzo, erano vere e proprie riserve naturali ante-litteram. E la coscienza “ambientalista” degli abruzzesi di 2.000, ma anche di 3.000, anni fa doveva essere forte e molto diffusa perché di boschi sacri ce n’erano molti e, in alcuni casi, lo hanno lasciato detto nei toponimi: Lucoli, Luco dei Marsi, Monte Luco, I Lucchi (presso l’Oppidum Lucus dei marrucini). Quindi, a Lucoli, c’era quasi sicuramente una “banca” di tesori naturali e della gente che tutelava il bosco in quanto generatore di beni alimentari.
Perché costituire un Giardino della Memoria con alberi da frutto appartenenti alle antiche varietà? 
Sicuramente c’è di mezzo il nostro sentimento, una puntina di nostalgia nel voler recuperare sapori che ci riportano all’infanzia, ma c’è dell’altro. Attraverso i 64 alberi piantumati nel Giardino, si è resa disponibile, immediatamente, come in un supermercato, una grande variabilità genetica che può essere utile a migliorare la qualità e la sanità di ciò che oggi mangiamo. La semplificazione alimentare è un fatto “moderno” intensamente negativo. Alla fine dell’ 800 le varietà di frumento coltivate in Italia erano 400, un secolo dopo solo 8 varietà di frumento erano quelle maggiormente seminate. E’ una semplificazione cieca ed irresponsabile. Su 30.000 specie vegetali commestibili se me coltivano solo 150.
L’industrializzazione dell’agricoltura ha prodotto beni alimentari “ingegnierizzati” che rispondono solo e unicamente alle necessità dell’industria e del commercio: pezzature uniformi, colore attraente, alta conservabilità.  Alla gente non importa che la frutta non sappia di niente, per insaporirla ci sono tanti modi. 

Ad esempio, le varietà di mela oggi in commercio sono riconducibili a tre o quattro capostipiti (nel Giardino della Memoria ce ne sono ben 12 differenti varietà): in gergo scientifico tale fenomeno viene definito erosione genetica ovvero riduzione della variabilità. E quando il corredo genetico è stretto, poco variabile, la vulnerabilità aumenta. Soprattutto davanti alle malattie delle piante. Le varietà antiche locali, poco appariscenti ed in alcuni casi anche poco produttive ma spesso saporite, profumate, ricche di vitamine, resistenti alle malattie, sono minacciate ma, ci sono iniziative come la nostra che, vogliono rispondere alla necessità urgente di mantenere elevata la variabilità dei caratteri genetici, cercando di porre un freno alla loro estinzione.
Tenere in vita un Giardino come quello di Lucoli serve a conservare la memoria culturale di un’agricoltura che fu ed a conservare la diversità genetica racchiusa in ogni pianta. La diversità che c’è nella “mela zitella”, in quella a “cipolla” o nella “mela gelata” ed in tante altre presenti in questo Giardino rappresentano una ricchezza.
Continuando a perseguire il nostro desiderio positivo di rinascita testimoniato concretamente dagli alberi, a quattro anni dal sisma, abbiamo voluto piantumarne degli altri, di altre specie, questa volta da fiore e li abbiamo collocati, come in una cornice floreale colorata, attorno al sito del Giardino della Memoria ed all’Abbazia di San Giovanni Battista.
Sono stati piantumati dei ciliegi selvatici (Prunus Avium) e degli alberi di Giuda (Cercis Siliquasrum) i colori dei loro fiori sono compresi nelle gradazioni del rosa, le bacche estive dei ciliegi forniranno in estate cibo all’avifauna locale.
Questo arricchimento botanico è stato reso possibile dal sostegno fornitoci dall’Istituto BNL Gruppo Paribas e, in modo particolare dalla sua Filiale di Bazzano (AQ), che ha donato alla nostra Associazione 50 bellissimi alberi.
Il 5 aprile 2013 alle ore 15.30 il nuovo "parco" sarà inaugurato alla presenza di Sua Eccellenza Mons. Giovanni D’Ercole Vescovo ausiliare dell’Aquila, si allega il programma dell'iniziativa.