mercoledì 31 luglio 2013

CINEMA SOTTO LE STELLE A LUCOLI


Il Comune di Lucoli ospiterà in quattro Frazioni diverse, nei giorni 3, 4, 9 e 10 agosto (orario 19 - 23.30), la rassegna cinematografica Calici di-vini 2013 - realizzata dalla Pro Loco. 

Bella l'idea di stimolare, invogliare, i possibili spettatori che non frequentano più il grande schermo (magari perché anziani e non vivono più nei borghi perché terremotati) a tornare nelle piazze all'aperto e a ripristinare così vecchie consuetudini. 
Qualche tempo fa le piazzette di Lucoli, nelle sere d'estate venivano adibite a sala cinematografica e permettevano di condividere, fosse anche per una sera, uno stile di vita, un cielo stellato e uno schermo tenuto da corde. I film nelle piazze erano dei veri e propri Cinema Paradiso. Il primo "ssst!" partiva subito quando qualche ritardatario muovendo la sedia si sedeva rumorosamente, magari litigando sottovoce con i vicini per il posto da raggiungere. Le atmosfere magiche create da qualche insetto che girava dispettosamente davanti all'obiettivo del proiettore e rompeva la concentrazione degli spettatori sul film proiettato, le coppiette che si appartavano verso il fondo dove il buio era più profondo e vivevano in un altro film. Sembra sia trascorso più di un secolo invece era solo meno di dieci anni fa, ora, i teloni sotto le stelle vanno malinconicamente a sparire. 
Eppure c'è bisogno di vedersi e di stare insieme, anche solo seguendo le immagini di un film, non pensando alle case da ricostruire ed alla vita scompaginata nel 2009 dal terremoto.
Il "sogno" del cinema nelle piazze ha radici lontane ed obiettivi di aggregazione e culturali è una iniziativa azzeccata per la comunità lucolana, con la speranza che sia fruita non solo dai villeggianti ma, soprattutto, dai tanti anziani "scollati" dalle loro vecchie case e trapiantati nei M.A.P. 
Ci complimentiamo con questo progetto che, nel campo del volontariato turistico, ricerca la cultura.
In alcuni casi, forse in molti, accade con troppa facilità che si pensi alle Pro Loco come ad associazioni di “manovali del volontariato”. 
In questa attività si nota la volontà di riprendere a "coltivare" (cultura deriva dal verbo latino colere=coltivare) quell’insieme di conoscenze e pratiche tradizionali (ricordiamo che il cinema all'aperto è legato alle feste di paese) per metterle a disposizione sia delle generazioni nuove che delle persone che occasionalmente o motivatamente vengono a contatto con Lucoli (quindi comunità locale, ospiti, turisti, ecc…).
Non è attività di poco conto questa, perché il tempo che i volontari spendono a fare in modo che queste “coltivazioni umane” vengano perseguire, tutelate, salvaguardate, è un capitale che gratuitamente viene fornito al paese tutto ed al territorio.


IL PROGRAMMA

sabato 3 agosto 2013 - Lucoli Alto
ore 19:00 Degustazione dei vini dell'Azienda Mapei, dei formaggi del Caseificio di Campofelice, dei salumi De Paulis, sott'olio e gelatine Oleum.

ore 21.00 film: Il segreto di Santa Vittoria (1969)


domenica 4 agosto 2013 - S. Menna
ore 19:00 Degustazione dei vini dell'Azienda Feudo Antico, dei formaggi del Caseificio di Campofelice, dei salumi De Paulis, sott'olio e gelatine Oleum.

ore 21.00 Il profumo del mosto selvatico (1995)


venerdì 9 agosto 2013 - Collimento
ore 19:00 Degustazione dei vini dell'Azienda Valle Reale, dei formaggi del Caseificio di Campofelice, dei salumi De Paulis, sott'olio e gelatine Oleum. Presente l'Azienda Papaoli con zafferano di Navelli.
ore 21.00 Un'ottima annata (2006)


sabato 10 agosto 2013 - Casavecchia

ore 19:00 Degustazione dei vini e olio dell'Azienda Marina Palusci, dei formaggi del Caseificio di Campofelice, dei salumi De Paulis, presente l'Azienda Papaoli con zafferano di Navelli.

ore 21.00 French Kiss (1995)


Per tutti i film in programma l'ingresso è gratuito, pertanto si consiglia la prenotazione.

martedì 30 luglio 2013

Nella SEDUTA DEL 30 LUGLIO 2013 della Regione Abruzzo è all’ordine del giorno il seguente punto: “Progetto di legge n. 38/2009: Modifica alla L.R. 7.3.2000, n. 23 - Parco naturale regionale "Sirente Velino"- Revisione confini e delimitazione zone (Iscritto senza relazione ai sensi dell'art. 70, comma 3 del Regolamento)”.

Aggiornamento


Il Presidente del Consiglio Regionale Nazario Pagano ha disposto il rinvio della proposta di legge di ri-perimetrazione del Parco Sirente Velino per approfondirne le questioni procedurali. 30 luglio 2013.
MANCA LA CULTURA PER GESTIRE IL PARCO SIRENTE VELINO LINKARE SULL'INTERVISTA





Nella seduta odierna dei lavori della Regione Abruzzo è inserito all'ordine del giorno il punto relativo alla revisione dei confini del Parco Regionale Sirente Velino in un'area confinante con il territorio di Lucoli.
Il Comune di Rocca di Cambio, richiese, infatti, ad inizio legislazione, la riduzione di una quota di circa 4.000 ettari del suo territorio rientranti nella giurisdizione del Parco, ai fini di un ampliamento degli impianti sciistici.
La  nostra Associazione, aderente alla Federazione Nazionale Pro Natura, condivide l'appello veicolato attraverso gli organi di stampa ed indirizzato agli Organi deliberativi Regionali, volto a promuovere la ridefinizione del ruolo dei Parchi regionali iniziando proprio da quello del Sirente Velino, vogliamo inoltre riaffermare il valore naturalistico dell'Altopiano di Campo Felice il cui territorio peculiare va protetto e tenuto al centro di ogni politica attuale e futura del territorio.
Veduta di un'area compresa nella richiesta di svincolo occupata oggi dai parcheggi 

Veduta di un'area compresa nella richiesta di svincolo, foto scattata durante i lavori di costruzione della galleria di Serralunga.
Le scale mobili sono un rifiuto ferroso che stazionano nel luogo da diversi anni e nessuno le smaltisce

Veduta aerea della porzione di territorio interessata dalla richiesta di svincolo (parte a sud dei parcheggi territorio di Rocca di Cambio)

martedì 23 luglio 2013

IL RESTAURO DEL PORTICATO DELL'ABBAZIA DI SAN GIOVANNI BATTISTA DI LUCOLI

Il Porticato come appare oggi
Tratto da il Centro: "Oltre quattromila firme raccolte per l'Abbazia di San Giovanni, a Lucoli, che risulta al 56esimo posto della classifica stilata dal FAI, il fondo per la tutela dell'ambiente, nell'ambito della sesta edizione di «I luoghi del cuore».

L'Abbazia di San Giovanni è risultata tra i luoghi di interesse culturale più votati in Abruzzo, insieme alla torre di avvistamento di Rosciano, alla biblioteca e archivio storico Ciccarone di Vasto, alla località Valle Fucero, piccola Svizzera, di Tagliacozzo e al convento di San Pasquale di Atessa.

L'antico edificio di Lucoli risale al 1077, ma nel corso dei secoli ha subìto importanti trasformazioni. Oggi si presenta così: un porticato, un convento e un chiostro, attraverso cui si raggiunge la chiesa. L'abbazia ha subìto gravi danni durante il sisma del 2009; la stima per il restauro dell'edificio è pari a circa 9 milioni di euro. E proprio per far tornare al suo antico splendore il gioiello architettonico di Lucoli, sono state raccolte 4.310 firme. Lanciata lo scorso maggio, la sesta edizione del censimento «I luoghi del cuore» promossa dal Fai, ha visto la partecipazione di un milione di persone, dall'Italia e dall'estero. La campagna promozionale chiedeva di segnalare luoghi da tutelare o, semplicemente, da non dimenticare.
E, in Abruzzo, un posto di primo piano è stato riservato all'abbazia di Lucoli, semidistrutta dal sisma, per il suo fascino mistico e architettonico. In quasi 5mila hanno chiesto, segnalandola tra i luoghi da tutelare, che il complesso monastico venga al più presto ristrutturato".

La nostra Associazione, dopo aver raccolto le firme per segnalare al FAI l'Abbazia di Lucoli, intende proseguire nella lenta tessitura della tela di rivitalizzazione dell'interesse pubblico verso questo bene comune del territorio. Lo faremo scrivendo delle brevi monografie. 
In questo testo trattiamo del restauro del Porticato di ingresso.
Uno degli aspetti fondamentali nella ricostruzione della storia dell'Abbazia di San Giovanni Battista è costituito dal restauro del suo Porticato.
Il Porticato infatti, pose da subito, ai restauratori, il problema della giustificazione dell'asimmetricità del suo ritmo compositivo che imponeva una ricerca prodromica al restauro stesso. 
Il prospetto anteriore dell'Abbazia è composto di un porticato a tre archi di cui quelli laterali a sesto acuto e terminanti, all'estremo est, con una parasta svoltante, mentre in quello a ovest la stessa risulta mancante e con la muratura indefinita. Questa è la parte che da su uno slargo, ove, in origine, era posta una fontana, ora non più esistente. Dal Porticato (lato destro) si apre la porta di accesso al Chiostro ed ex Convento che si trova al di sotto della quota d'ingresso tanto da presentarsi con una scalinata a scendere, per accedere al porticato inferiore, e una gradinata a salire, per accedere alle celle dei monaci site nel piano superiore. 
Tutto l'impianto claustrale è stato composto in più ere e con materiale ritrovato sul luogo, con errori di ricomposizione architettonica e stilistica che sono stati evidenziati dal restauro.
Foto tratta dal libro di Renzo Mancini: San giovanni Battista di Lucoli. Ed. Japadre 2001.
Il Porticato, prospetto nord, fu costruito nella prima metà del 1800, precisamente nel 1837. 
Una lapide posta sul cervello dell'arco centrale ne ricorda l'evento:" I.D.N. Hanc templi frontem divo Jo, Bapt, Dicat cives benem lucui pub. Pec. Ex. Fundam erexerunt anno rep. Salutis MDCCCXXXVII". 
Un'altra lapide, posta sopra a questa, contiene lo stemma abbaziale, compreso da un bastone pastorale a due lettere, L e A (LUCULANA ABATIA)
Sul lato sinistro della Chiesa, prospetto est, è presente un'apparecchiatura lapidea poco squadrata. Questa parte della facciata risulta "offesa" dalla presenza di uno sperone di contenimento delle spinte delle volte interne ed appesantito dalla presenza di un muro di controspina del terreno di riporto naturale della collina sovrastante che, per la sua eccezionale pendenza, tendeva a scorrere e soffocare l'edificio, che risultava alla vista basso e tozzo. L'Abbazia aveva bisogno di una maggiore prospettiva ambientale ed è per questo motivo, che durante il restauro, fu asportato parte del terreno ampliando lo slargo laterale. 
Oggi la parte collinare, in parziale frana, andrebbe contenuta con un muro di pietre a giusto corollario dello slargo che apre la vista del campanile cinquecentesco.
Dalla vista del prospetto abaziale si comprende la differenziazione e il distacco stilistico e tecnologico del porticato dal complesso vero e proprio della Chiesa, infatti nella parte superiore e retrostante di questa è presente la copertura del tetto a "capanna" (a sole due falde) mentre dal muro del prospetto originale si vede il "castello" della navata centrale sopraelevata rispetto alle navatelle laterali e con bruttissime finestre rettangolari di produzione relativamente moderna. Questa problematica è determinata dalla successione dei periodi di costruzione delle due strutture: la sopraelevazione delle navate della Chiesa e l'apposizione del nuovo prospetto costruito nel 1837.
Veduta  odierna, dall'alto, delle coperture del tetto dell'Abbazia. Foto Roberto Soldati.
La realtà storica del monumento ebbe un'altra testimonianza importante dal rinvenimento, sulla parte interna del porticato, precisamente nel tratto di muratura comprendente l'arco centrale con quello di sinistra, di una colonna integrata totalmente nell'ambito della muratura a dimostrazione di una precedente realtà architettonica inglobata, nell'ottocento, nel "nuovo" porticato.

 
Un ipotetico esempio di come potesse essere l'impianto originale del Porticato, a seguito dei rinvenimenti descritti, potrebbe essere rappresentato dalla struttura di S. Panfilo di Tornimparte così come si presenta attualmente.
Molte furono le testimonianze storiche reperite in merito ai lavori di ammodernamento e manutenzione dell'Abbazia fino agli inizi del 1800, per le cronache recenti, invece, sembrava non esserci più stata la volontà di documentarne la vita sino all'assurdità di non conoscere quanto accaduto dopo la costruzione del portico: quindi, dal 1837 in poi. Molti documenti custoditi nell'Abbazia, infatti, furono trafugati da tale data.
Il restauro del portico consistette essenzialmente nel rifacimento degli intonaci della facciata interna, ponendo cura nella differenziazione degli intonaci di prospetto, lasciando sotto quadro la rivalutazione di alcuni tratti di muratura a faccia vista con pietra squadrata a dimostrazione dell'avvenuta variazione storica della stessa facciata. Valutando lo stato degli intonaci esterni e considerando la possibilità di reperire segni architettonici che potevano giustificare tali asimmetrie, furono eseguite al tempo del restauro, delle ricerche di cantiere sul muro, eseguendo una rete di saggi, con la certezza che, se presente qualcosa, questa sarebbe venuta alla luce.
Infatti, nella parte superiore della struttura, sul lato sinistro, si rinvenne un lacerto di affresco del tutto simile, per produzione e stile, a quelli interni, mentre, fatto importante, poco distante dal portale di accesso, sul lato sinistro, venne alla luce un tratto di arco, forse un altro portale, se non un arcosolio, dipinto a fresco e contenente un volto meraviglioso di Madonna della stessa mano dell'autore dell'altare di sinistra in contromuro dedicato alla Madonna del Rosario. 
Foto del lacerto di affresco forse attribuibile ad Andrea Delitio - foto Gianni Soldati

La colonna inglobata fu liberata e valorizzata, si ritenne che poteva essere il frutto di una "rapina" nella vicina zona amiternina. Nella sistemazione dell'intonaco e della muratura nella zona di accesso al Chiostro vicino al portico, si rinvenne un arco tamponato, eseguito con muratura a faccia vista, che ripropose il problema degli accessi all'Abbazia e della loro collocazione, problema tutt'ora non risolto e, che, rivelava una strana inconsistenza raziocinante, considerando l'attacco di un arco alla quota del pavimento attuale.
Tratto da: "San Giovanni Battista di Lucoli (Storia, Cronologia, Restauro)" di Renzo Mancini - Japadre editore 2001. Con contributi di Giovanna Di Matteo.

lunedì 15 luglio 2013

WWF E ANIMALISTI ITALIANI VINCONO DI NUOVO AL TAR SULLA CACCIA.

COMUNICATO STAMPA WWF DEL 13 LUGLIO 2013
Sentenza storica del TAR L'Aquila su caccia, orso e tutela della salute pubblica.
"Il Tribunale Amministrativo Regionale di L'Aquila giovedì 1 luglio ha pubblicato una straordinaria sentenza su caccia, orso, conservazione delle specie e tutela della salute umana. E' una vittoria per KO quella che WWF e Animalisti Italiani ONLUS hanno ottenuto nei confronti della Regione Abruzzo sul ricorso presentato lo scorso anno contro il calendario venatorio 2012-2013 e ora deciso nel merito.

Il T.A.R., con commenti molto duri, ha censurato l'operato della Regione Abruzzo praticamente su tutte le sue scelte venatorie. Particolare rilevanza acquista il giudizio sulla tutela dell'Orso bruno. Il relativo paragrafo della sentenza si conclude con una frase inequivocabile “Da quanto sopra consegue quindi l’accoglimento della censura sulla mancata protezione dell’orso marsicano nell’intero areale di distribuzione individuato nell’accordo PATOM.”.
Dichiara Michele Pezone, legale delle due associazioni “Assieme ad Augusto De Sanctis, membro per il WWF della Consulta Venatoria regionale, abbiamo predisposto un ricorso a largo spettro su tutti i punti del calendario venatorio 2012-2013. Infatti, erano evidenti le gravissime lacune conoscitive da parte degli uffici regionali che avrebbero dovuto suggerire un atteggiamento molto più cauto da parte dell'ente nella redazione del Calendario al fine di garantire la conservazione della fauna. I giudici hanno riconosciuto la validità delle nostre ragioni. In primo luogo il T.A.R. ha chiarito che la Regione Abruzzo, al contrario di quanto sostenuto dalla Giunta, da anni non ha un regolare Piano Faunistico Venatorio, fatto che impedisce il corretto svolgimento della pratica venatoria. Inoltre, il periodo di caccia per quasi tutte le specie (tra queste Frullino, Codone, Mestolone, Canapiglia, Combattente, Germano reale, Alzavola, Fischione, Folaga, Gallinella d’acqua, Quaglia, Beccaccia, Tortora, Allodola), è stato ampliato a dismisura senza tener conto del parere contrario dell'Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione dell'Ambiente. La regione ha altresì illegittimamente concesso la pre-apertura per alcune specie e l'addestramento cani in un periodo non idoneo. Non ha assoggettato come avrebbe dovuto il calendario venatorio a Valutazione di Incidenza Ambientale e non ha individuato nelle aree S.I.C./Z.P.S. i principali punti di migrazione in cui vietare la caccia. Ha varato il calendario venatorio ben oltre il 15 giugno, data stabilita dalla legge, a pochi giorni dall'avvio della stagione venatoria, rendendo così più difficile per le associazioni esercitare in tempo l'opposizione a tali scelte. Ha sub-delegato alle province la possibilità di allungare a febbraio la stagione venatoria violando così le normative che impongono una gestione coordinata del prelievo; ha reso possibile illegittimamente l'uso delle munizioni di piombo e, infine, ed è forse l'aspetto più grave, il T.A.R. ha evidenziato che la Regione Abruzzo ha mancato di tutelare la sua specie simbolo, l'Orso bruno marsicano, evitando di normare in maniera più stringente l'attività venatoria nelle aree di maggiore presenza della specie”.
Dichiara Dante Caserta, presidente f.f. del WWF Italia “Si tratta dell'ennesima vittoria giudiziaria ottenuta sul tema della caccia in Abruzzo. In questi anni abbiamo avuto ben due pronunciamenti favorevoli della Corte Costituzionale, di cui una, recentissima, che ha finalmente abolito il famigerato comparto unico, e una decina di sentenze e sospensive tra T.A.R. e Consiglio di Stato, tutte vinte. Purtroppo devo constatare che solo grazie al nostro sforzo l'attività venatoria viene ricondotta nel solco della legalità nonostante i ricorsi siano stati sempre preceduti da lettere, diffide e appelli pubblici, rimasti tutti inascoltati. Ora la Regione Abruzzo, anche in vista dell'ormai prossima decisione sulla nuova stagione venatoria, è completamente al tappeto tenuto conto che il T.A.R., entrando nel merito proprio per indicare la strada per il futuro, ha censurato praticamente l'intero contenuto del calendario venatorio 2012-2013. La parte più sconsolante della sentenza è quella relativa alla mancata tutela dell'orso perché arriva in un momento così difficile per la specie. Da un lato si ripetono sterili proclami da parte della Regione sulla necessità di tutelare la specie e dall'altro il severo giudizio del T.A.R. chiarisce che gli sforzi per la conservazione possono essere vanificati anche dalle scelte filo-venatorie dell'assessorato regionale e dello stesso tavolo tecnico che doveva essere costituito per tutelare la specie e non certo per favorire i cacciatori. Inoltre, voglio evidenziare l'incredibile caso dell'uso delle munizioni di piombo, i cui frammenti sono dannosi per l'uomo e per gli animali protetti in caso di ingestione. I proiettili al piombo sono stati reintrodotti con un tratto di penna sulla delibera di approvazione del calendario da parte della Giunta Regionale, contravvenendo, e cito le stesse parole del TAR, con una simile superficialità ad un profilo prescrittivo altamente delicato, che involge la (mancata) tutela della salute pubblica prima ancora delle specie protette.Ritengo che ormai sia indifferibile una completa inversione nella direzione di marcia di un assessorato che ha scommesso, sbagliando, sulla deriva filo-venatoria promossa dai suoi uffici”.
Dichiara Alex Caporale, vicepresidente degli Animalisti Italiani ONLUS “E' evidente che solo le associazioni ambientaliste stanno combattendo strenuamente la lotta per la sopravvivenza dell'importantissimo patrimonio faunistico abruzzese. Con noi abbiamo la stragrande maggioranza della popolazione che è stanca di vedere morire uccelli e mammiferi. Decine di migliaia di animali sono stati uccisi grazie a provvedimenti che si sono rivelati del tutto illegittimi e per questo coinvolgeremo presto la Corte dei Conti, visto che la fauna è patrimonio indisponibile dello Stato. Gli eventuali responsabili devono pagare direttamente per scelte totalmente difformi rispetto al dettato delle norme italiane e comunitarie poste a tutela della fauna”.



Campo Felice: PROVE CLASSICHE SU QUAGLIE PER RAZZE DA FERMA - CIRCUITO PROVE ENCI PIANURA E MONTAGNA - 6 luglio 2013.

6 luglio 2013 Campo Felice - Prove su quaglia per razze da ferma
 
6 luglio 2013 Campo Felice - Prove su quaglia per razze da ferma, si possono vedere le autovetture sul manto erboso nella prima e nell'ultima foto.
Cogliamo l'opportunità del comunicato stampa del WWF per scrivere in merito alla gara cinofila svoltasi a Campo Felice lo scorso 6 luglio. 
La competizione riguardava PROVE CLASSICHE SU QUAGLIE PER RAZZE DA FERMA  (CIRCUITO PROVE ENCI PIANURA E MONTAGNA). L'evento al di là dell'aspetto competitivo è finalizzato ad allenare i cani, la caccia alle quaglie (quelle selvatiche) è un'ottima scuola, questo genere di pratica consente infatti, di sviluppare l’olfatto affinandolo, ma anche di regalare maggiore forma al cane che dopo i mesi di chiusura della caccia potrebbe essersi fatto maggiormente pigro.
Giugno e Luglio sono i mesi di maggiore nidificazione delle quaglie, anche se non mancano eccezioni. Infatti, è possibile trovare “covate” già a fine maggio e ancora agli inizi di settembre. Lo stesso maschio si accoppia con più femmine e la stessa femmina si accoppia con più maschi, le quaglie poligame. Gli organizzatori della competizione di Campo Felice lanciano animali di allevamento, ma ci chiediamo, in ottica animalista, se la data prescelta fosse realmente giusta per non disturbare il ciclo riproduttivo di questo animale e di tanti altri che vivono nell'area e ci chiediamo anche se gli organizzatori fossero in possesso di tutti i regolari permessi (procedimento di "VIA") per realizzare l'evento in un Habitat Prioritario.
Magari qualche lettore del nostro blog potrà fornirci risposte.
La Quaglia è inclusa nella Lista Rossa italiana tra le specie minacciate “a minor rischio”. Sono necessarie misure di conservazione che coinvolgano i territori di nidificazione europei, in cui i fattori responsabili del declino numerico sono da ricercare principalmente nei cambiamenti avvenuti in campo agricolo. Sarebbero auspicabili azioni tra cui il mantenimento e la promozione di pratiche agricole tradizionali a basso impatto, in cui non siano praticati lo sfalcio o la mietitura nei periodi di nidificazione e di cova, unite al mantenimento di aree incolte ai margini dei campi e alla tutela delle siepi e dei filari. La pressione venatoria, enorme su questa specie, dovrebbe essere ridotta e maggiormente regolamentata, insieme all’introduzione di specie alloctone come la Quaglia giapponese e la Quaglia delle piogge. Le due specie esotiche interferiscono negativamente con la Quaglia, e bisognerebbe evitare ogni ulteriore liberazione di individui in natura (Tucker & Heath, 1994; Vigorita et al., 2003a).

LA SENTENZA INTEGRALE:

The ONeill Irish family visiting Lucoli for the forth time since 2007.

Over the past 3 days my husband and I have been visiting Lucoli Village, in Abruzzo, for the forth time since we first visited with a group of Irish friends in 2007. We have wanted to bring our children to this Village to show them the beauty and hospitality of this region since that first visit, when we had such a magical time. As I walked through the lower Village it is had to describe the feeling of sadness and loss for a beautiful village that is now uninhabitable. As I stop at each water font for my 2 year old grandson to delight in the water, I think of all the people who lived in this Village and visited these fonts as part of their daily lives. The piazzas are empty, where there should be sounds coming from all the houses. I don't know what the future holds for this village.
We visited the memorial garden nearby where 309 native heritage varieties of fruit trees are planted, in memory of each victim of the 2009 earthquake which devasted the region. The surrounding view from this site is magnificent and so typical of the area.  We also visited the community health clinic nearby, which was completed in 2011. A fundraiser held in Galway City, and supported by so many Galway musicians made a financial contribution to the Lucoli Mayor for this clinic and this is noted by a beautiful plaque at the door along with the list of other contributors.
Irish friends in Galway send best wishes to the inhabitants of Lucoli for the future. 
My extended family have had a wonderful few days here and we hope to return again soon. 
Sean and Karen ONeill, Ardrahan, County Galway, Ireland.
The license plate of the Medical Center who remember the names of all those who have contributed twith heir solidarity

Karen and Sean ONeill
Sean ONeill on a visit to the Garden of Remembrance of Lucoli reminiscent of the 309 victims 
of the Abruzzo earthquake.

lunedì 8 luglio 2013

IL SAMBUCO, IL SACRO ALBERO DEL CONFINE E NON SOLO.......... STORIE DI ALBERI.

Prima dell'uso delle macchine in agricoltura, i campi erano delimitati da siepi e da alberelli che ne segnavano il confine. Di solito le piante prescelte per delimitare il confine eranoil melo cotogno (Cydonia oblonga), specialmente nelle aree collinari e costiere, il maggiociondolo (Cytisus laburnum) nella valle Subequana e il sambuco (Sambucus nigra) utilizzato in un contesto territoriale ben più ampio.
La scelta di queste specie era legata in primo luogo alle dimensioni ridotte, infatti si tratta di specie per lo più arbustive o alberelli, di conseguenza occupavano poco terreno e producevano un'ombra esigua e se tagliati e rinascevano con nuovi getti. Varrone, nel De Re Rustica, consiglia vivamente di sistemare lungo i confini dei campi gli alberi, affinchè i limiti prediali risultassero inequivocabili e così potessero essere evitate le continue liti tra vicini.
Il Sambuco, grazie alle sue caratteristiche di pianta nitrofila e ruderale e l'estrema facilità di riproduzione per talea, veniva impiegato per realizzare siepi vive, specialmente presso gli abitati e le stalle; inoltre veniv apiantato a ridosso degli ovili o nei pollai allo scopo di fornire ombra agli animali.

Il Sambuco del piazzale davanti l'Abbazia di San Giovanni Battista
L'uso del Sambuco come pianta di confine, in un certo senso ne decreta l'intoccabilità, rafforzata e supportata dal vincolo di sacralità come avveniva nel periodo romano e nelle epoche precedenti per i termini ed i cippi di confine.
Nel periodo medioevale l'umile Sambuco divenne simbolo di vigilanza forse in conseguenza del suo utilizzo nei campi.
Maria Concetta Nicolai (1981) avanza una tesi alquanto suggestiva sul sambuco e sul suo ruolo di sacra pianta di confine. C'è una radice linguistica comune tra il fitonomo sambuco con quella del popolo dei Sabelli, dal quale sono derivate altre popolazioni italiche ed in particolare quelle dei Sabini e dei Sanniti, che occuparono parte dei territori abruzzesi. Studi glottologici hanno dimostrato che i Sanniti, Sabelli e Sabini derivano dal nome del radicale sabus (sambus), lo stesso del nome sambuco, che poi si scinde in samb-radicale e ucus suffisso proprio dei terminid i piante e frutti in quanto questi sarebbero sta popoli detti "coltivatori di sambuco".  Il sambuco, comunque, è specie considerata sacra dalle proprietà magiche tra diverse genti europee, in particolare tra i Germani ed alcune popolazioni slave. A fano Adriano alle falde del Gran Sasso, era in uso portare in tasca o, comunque, addosso una foglia di sambuco poichè si confidava nei suoi poteri magici capaci di contrastare il malocchio (Tammaro, 1984). A Paganica, il legno della pianta non poteva essere bruciato, poichè cosi facendo le galline avrebbero perso la capacità di deporre le uova. A Basciano, in provincia di Teramo, un rametto dell'alberello posto sotto il guanciale curava le gnannure, ossia il gonfiore delle ghiandole linfatiche.
All'albero di sambuco si rivolgevano anche le madri per far guarire i propri figli dalle pericolose febbri malariche. A Cupello, riferisce la Massetti, (1993), le donne conducevano i  malati di febbre terzana presso l'albero verso cui rivolgevano la seguente frase magica: "bonggiorne, signore sambuche, la terzane attè l'adduche, te l'adduche e tte la lasse, me la ripiglie quande arepasse", ossia "buongiorno signor sambuco, ti porto la febbre terzana, te la porto e te la lascio, me la riprendo quando ripasso". Ovviamente, la donna fuggiva senza voltarsi indietro con l'impegno per gli anni futuri di evitare l'albero a cui sperava di aver lasciato la febbre.
L'alta considerazione in cui veniva tenuta la specie è da ricollegare anche e soprattutto alle sue molteplici proprietà. Nella medicina popolare, le diverse parti della pianta, fiori, frutti, foglie e corteccia, trovano impieghi molteplici per la loro azione diuretica, purgante, emolliente, antispasmodica, antigottosa, ecc. Fino a qualche decennio addietro, in alcuni comuni montani abruzzesi venivano attivamente raccolti i fiori della pianta allo scopo di rifornire le industrie farmaceutiche che ne facevano richiesta.
Anche il legno della pianta trovava in Abruzzo impieghi più disparati, sia per la realizzazione dei giochi per bambini, nello specifico ciarbottane e schioppi, che per diversi manufatti tra cui i gioghi per i buoi per la particolare qualità di questo legno che si caratterizza per la proverbiale leggerezza e, nel contempo, per una straordinaria resistenza. Secondo la tradizione locale, le artistiche e straordinarie porte rinascimentali della chiesa di San Biagio di Taranta Peligna sono state realizzate proprio con il legno del sambuco, anche le porte della Chiesa di Santa Maria in Cellis a Carsoli.
I frutti del sambuco tra le popolazioni abruzzesi, venivano comsumati in maniera del tutto sporadica, quantunque è probabile che le genti preistoriche dell'accampamento venuto alla luce nell'area di Paludi di Celano se ne cibassero regolarmente come testimoniano i reperti archeobotanici ivi rinvenuti. A Capitignano,sui Monti della Laga, con i neri frutti del sambuco, veniva colorato un vino ottenuto dalla fermentazione delle mele selvatiche.
Si ringrazia il Professor Aurelio Manzi, autore del testo, per il permesso di pubblicazione.

lunedì 1 luglio 2013

IL CATASTO PRE ONCIARIO (1627) ED ONCIARIO (1753) DELLE VILLE DI SPOGNA, COLLE, CASAVECCHIA, PRATA, S. LORENZO, SANTA CROCE

Il  Catasto Pre Onciario del 1627 delle "Ville di Spogna, Colle, Casavecchia, Prata, S. Lorenzo"
Prima della redazione del catasto onciario, le università (comuni) del Regno di Napoli adottavano due metodi di esazione fiscale: esse, come si diceva, vivevano a gabella oppure a battaglione. Con il sistema delle gabelle il prelievo fiscale consisteva esclusivamente in dazi che gravavano sui consumi. Con il sistema a battaglione, invece, veniva fatto l'apprezzo dei beni stabili di proprietà dei cittadini e dei redditi derivanti dalle loro attività, che, una volta detratti i pesi, vale a dire gli oneri finanziari ai quali erano assoggettati (censi, interessi, ecc.) erano sottoposti a prelievo fiscale.
Il CATASTO ONCIARIO fu ordinato da Carlo III di Borbone con dispaccio del 4 ottobre 1740 e regolato da una serie di disposizioni emanate dalla Regia Camera della Sommaria tra il 1741 ed il 1742. L'esigenza di razionalizzare il prelievo fiscale attraverso la redazione di un catasto si inscrive nella nuova temperie culturale dell'età dei lumi ed è avvertita un po' dovunque: basti pensare al catasto teresiano della Lombardia ed a quello leopoldino della Toscana, coevi all'onciario napoletano.
I lavori preparatori del catasto incontrarono le resistenze dei maggiorenti locali, che furono più forti nelle università abituate a vivere a gabella, dove i proprietari erano più restii a fare le rivele dei propri beni.
L'ultima prammatica sui catasti del 28 settembre 1742 ordinava che i catasti fossero approntati entro quattro mesi. Più di dieci anni dopo, tuttavia, la redazione del catasto in molti comuni non era stata ancora completata. Il re, pertanto, nel maggio del 1753, emanò una nuova prammatica che prevedeva l'invio di commissari nelle università inadempienti per portare a termine i lavori: ciò spiega perché la maggior parte dei catasti onciari sia stata redatta tra il 1753 ed il 1754. Ciò nonostane, non dovunque si arrivò al completamento del catasto: alla fine il sovrano fu costretto a cedere e ad accettare il principio che i comuni potessero scegliere a loro arbitrio se vivere a gabella oppure se fare il catasto.
La denominazione di questo catasto deriva da oncia, che era una moneta di conto, non reale, in base alla quale si calcolavano i redditi e le relative imposte.
Nel 1749, Carlo III fece coniare una nuova moneta denominata oncia napoletana, del valore di sei ducati, che, tuttavia, ebbe scarsa diffusione, in quanto si continuarono ad usare il ducato ed i suoi sottomultipli: il carlino, che era la decima parte di un ducato, la grana, che era la centesima parte, ed il cavallo, che era la millesima parte.
1 ONCIA Napoletana = 6 Ducati
1 DUCATO = 10 CARLINI
1DUCATO = 100 GRANE
1 DUCATO = 1000 CAVALLI
c’è da distinguere che:
Oncia per reddito imponibile equivaleva a 3 Carlini
Oncia per redditi animali equivaleva a 6 Carlini.
I "capo fuochi", cioè i capi famiglia, venivano tassati per (il loro lavoro) Industria pari a 12 once,
così tutti i componenti del nucleo famigliare se maschi da 18 anni in su per 12 once e da 14 a 18 anni per metà tassa d’industria pari a 6 once.
Non pagavano tasse sull’industria (di fatto sul lavoro) i maschi "DECREPITI " oltre i 75 anni.
Le imposte previste dall'onciario erano di tre tipi:
  • il testatico, che gravava sui capi famiglia, ad eccezione di coloro che avevano compiuto i sessant'anni, ed era uguale per tutti (in genere ammontava ad un ducato per fuoco); 
  • l'imposta sui redditi da lavoro - sull'industria - che gravava sui soli maschi a partire dall'età di quattordici anni (dai quattordici ai diciott'anni si pagava la metà), che era calcolata in base al reddito presuntivo previsto per i vari mestieri e non in base al reddito reale;
  • l'imposta sui beni, che gravava sugli immobili (case, terreni, mulini, frantoi, ecc.) sul bestiame e sui capitali dati in prestito ad interesse.
I proprietari sono divisi per categorie: i cittadini, le vedove e le vergini in capillis (vale a dire le nubili che non avevano preso i voti religiosi), i forastieri abitanti, i forastieri non abitanti bonatenenti (coloro che possedevano beni nel comune senza risiedervi), gli ecclesiastici secolari tanto cittadini che forestieri, le chiese e i luoghi pii, sia locali che forestieri.
Nell'ambito di ogni categoria i contribuenti venivano elencati in ordine alfabetico per nome e non per cognome.
Frazione di Casavecchia elenco dei Capi famiglia, in ordine alfabetico e per nome proprio
Il catasto forniva dettagliate informazioni sui beni dei contribuenti: delle abitazioni è descritta la tipologia, l'ubicazione, spesso anche la grandezza ("casa palaziata", "comprensorio di case di vani, soprani e sottani"); dei terreni sono indicati i confini, l'estensione e la natura delle colture; vi è quindi la descrizione degli eventuali capi di bestiame.
Frazione di S. Croce di Lucoli catasto Onciario (1753) descrizione dei beni della Curia
All'elenco dei beni era aggiunto quello dei pesi, costituiti, in genere, dal pagamento di censi e canoni agli enti ecclesiastici e al feudatario e da interessi su capitali presi in prestito. Il catasto forniva anche dettagliate informazioni sui nuclei familiari, indicando, per ciascuno di essi, il numero dei componenti, la loro età, l'attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia.
Dal testatico e dall'imposta sul lavoro erano, esonerati coloro che vivevano more nobilium, cioè di rendita, o che esercitavano professioni liberali.
Ringraziamo Fernando Rossi per la preziosa attività di ricerca bibliografica e storica che svolge a favore delle Comunità locali.