sabato 31 agosto 2013

1° SETTEMBRE 2013 PREAPERTURA CACCIA IN ABRUZZO

foto ANSA
Anche per quest’anno, anticipata l’apertura ordinaria per la caccia in Abruzzo: il Wwf insorge e minaccia l’esposto in Procura. Forti rischi per la tortora: “Colpito il periodo di nidificazione”.
Inizio ordinario al 15 settembre (terza settimana del mese), ma anche quest’anno la stagione venatoria verrà anticipata al primo in 16 regioni, tra queste anche l’Abruzzo.
Coinvolte 13 specie di animali, volatili e non, ma per gli animalisti è la tortora a correre il rischio più forte.
Le norme consentono in casi limitati e specifici e in presenza di condizioni favorevoli, un anticipo rispetto a quanto fissato dalla legge 157/92. “A guardare i calendari venatori delle regioni sembrerebbe che la fauna goda di ottima salute”, critica Dante Caserta, presidente del WWF Italia, "in realtà la cosiddetta preapertura impatta principalmente sulla tortora, che a livello europeo è in stato di conservazione sfavorevole perché in costante declino numerico e che in questo periodo è ancora nella fase di nidificazione".
Caso particolare, quello della Regione Abruzzo, che aprirà in anticipo pur in assenza dell’obbligatorio Piano Faunistico Venatorio, “E questo”, aggiunge Caserta, “nonostante abbia perso 5 ricorsi al Tar negli ultimi 5 anni, oltre a un ricorso al Consiglio di Stato e a due ricorsi alla Corte Costituzionale.
"In quest’ultimo caso", sottolinea l’ambientalista, "il Wwf sta valutando un esposto alla Magistratura ordinaria per inottemperanza rispetto a provvedimenti giudiziari, visto che l’ennesimo ricorso al Tar pare ormai senza prospettive di provocare un reale cambiamento".
L’ultima novità a riguardo è del 28 agosto, “data in cui”, conclude Caserta, “il Consiglio regionale ha approvato una complessa modifica della legge regionale sulla caccia, peraltro già modificata proprio un anno fa in cui si aumentano illegittimamente e senza limiti tempi, luoghi modi di caccia”.
La nostra Associazione aderente alla Federazione Nazionale Pro Natura si associa alle dichiarazioni espresse dal WWF.
Per saperne di più:

mercoledì 28 agosto 2013

DAL 1876 AL 1918 SONO EMIGRATI 14 MILIONI D’ITALIANI. TRACCE DELLA GENTE DI LUCOLI PER LE STRADE DEL MONDO.


Museo di Ellis Island i volti degli emigrati
Dal 1876 alla Grande Guerra gli espatri sono stati oltre 14 milioni. Nei primi dieci anni la maggioranza partì verso l’Europa, dal 1886 prevalsero le Americhe, soprattutto quella meridionale (Argentina e Brasile) dove si diresse il 23% degli emigrati italiani: nel 1905 a Buenos Aires risiedevano già 250 mila italiani; nella città di San Paolo su 260 mila abitanti circa metà (112.000) erano italiani. Alla predominanza iniziale dell’Argentina fa seguito la crescente rilevanza del Brasile, dove la fine della schiavitù (1888) ebbe un ruolo importante.
All’inizio del XX secolo, a causa delle crisi economiche locali, il movimento decresce progressivamente al Sud e aumenta nel Nord America. L’emigrazione di lavoro negli USA si intensifica, infatti, a partire dal 1870. Nel 1881 entrarono negli USA 11 mila italiani. Dopo il 1885 la media del decennio fino al 1895 fu di 35 mila entrate l’anno. Nel decennio 1896-1905 la media annua fu di 130 mila entrate (nel 1901 superano, per la prima volta, le 100 mila unità; nel 1905 raggiungono le 300 mila e toccano l’apice di 376 mila nel 1913).
Dopo il 1901, anno in cui espatriarono mediamente 500.000 italiani, quattro partenze su dieci si diressero verso gli Stati Uniti. Qui, gli emigrati si concentrarono nelle zone attigue agli sbarchi (New York, Boston, Philadelphia e New Orleans) e poi si dirigevano verso grandi centri industriali e ferroviari come Chicago e San Francisco nell’Ovest. La presenza italiana rimase particolarmente numerosa negli stati della costa (New York, New Jersey, Pennsylvania, Rhode Island, Massachusetts). Lo sviluppo delle Little Italies privilegiò soprattutto i mestieri funzionali allo stesso insediamento come negozi, ristoranti, panifici, pizzerie.
L'emigrazione è un mestiere che gli abruzzesi hanno praticato per secoli: prima, quando l'economia della regione era basata sulla pastorizia, con la forma del duro pendolarismo stagionale della Transumanza verso i pascoli pugliesi; poi, con il lavoro di manovalanza a Roma; infine con la partenza che, diretta verso le terre d'oltreoceano e il Nordeuropa, assunse forme definitive in una corsa che, quanto ad espatri, ha coinvolto oltre un milione e 300 mila corregionali che, con i loro discendenti, ora formano il grande polmone culturale degli abruzzesi all’estero. 
Ellis Island migranti da rifocillare
Vorremmo fotografare, inserite nello scenario storico, piccole tracce di persone originarie di Lucoli per ricordarle a distanza di decenni dal trauma emigratorio. Non vogliamo far dimenticare ai giovani di oggi, che questi esodi migratori, questa emorragia di abruzzesi dispersi nei paesi lontani, sono stati il risultato di una grande violenza storica: ancora vivo nella memoria di alcune famiglie lucolane. Anche a distanza di quattro generazioni, il significato ed i risvolti di quella che fu definita "un'emigrazione a mandrie, deliberata, di chi si vide morire la terra tra le mani'' (Massimo Lelj) sono importanti nella storia di una famiglia per formare i figli: perché non dimentichino che ciò che oggi hanno è anche il frutto di tanta sofferenza.
Partenze, speranze, illusioni e inganni, gli "agenti d’emigrazione" furono grandi attori in questa tragedia: «Il Regno di Napoli è finito. Il regno di queste genti senza speranza non è di questa terra. L’altro mondo è l’America, che ha per i contadini una doppia natura. È terra dove si va a lavorare, dove si suda e si fatica, dove il poco danaro è risparmiato con mille stenti e privazioni, dove qualche volta si muore e nessuno più si ricorda; ma nello stesso tempo è, senza contraddizione, il paradiso, la terra promessa del regno» (Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli).
Spinti dalla miseria e dalla speranza di un futuro migliore, ma vittime dell’ignoranza e dell’analfabetismo, molti emigrati italiani sono stati facili prede di sfruttatori, «la cui propaganda – con le parole dello scalabriniano Pietro Maldotti che al porto di Genova opera per sventare le trame degli agenti d’emigrazione – è implacabile e irrefrenabilmente scandalosa tanto da promettere ricchezze straordinarie e fortune colossali a quanti si dirigono in America, dove le strade sono coperte d’oro e si mangia a sazietà».
Chissà se Cesare Soldati, Beniamino Giannone, Giulio Pietrogiacomo e Paolo Falasca i cui nomi compaiono in documenti di imbarco per l'America nell'anno 1913 erano stati attratti dalle stesse chimere, forse no, perché alcuni di loro ritornarono presto a casa, tranne Cesare che morì nel 1920 a Pittsburgh.
La gente di Lucoli abituata a vivere dentro un ambiente di montagna, era temprata a svolgere lavori bracciantili quasi sempre realizzati in condizioni estremamente difficili, dimostrava una disponibilità singolare a rischiare, a spingersi verso e oltre i limiti. Si trattava di una sorta di filo rosso che collegava ad esempio le esperienze dei pesanti lavori nelle paludi laziali, la vita ingrata dei pastori, il lavoro nelle miniere (si pensi al disastro di Marcinelle), la scelta di luoghi lontanissimi come le Americhe. I nostri parenti hanno vissuto delle avventure esistenziali, fatte di vite vendute ma anche di sfide orgogliose nei confronti dell’ignoto.
Cesare Soldati, Beniamino Giannone, Giulio Pietrogiacomo e Paolo Falasca del Colle fecero un viaggio transoceanico partendo dal porto di Napoli arrivando ad Amburgo e ripartendo il 6 giugno 1913 alla volta di New York proprio verso il famoso porto di Ellis Island.
Foglio di registrazione di arrivo del 6 giugno 1913 di Cesare Soldati, Beniamino Giannone, Giulio Pietrogiacomo e Paolo Falasca
Il viaggio del migrante non era semplice. Nel porto di partenza venivano sottoposti a visita medica e i loro bagagli "bonificati". Le compagnie di navigazione hanno utilizzato il trasporto dei migranti come volano per il passaggio della marina da una fase pre-industriale a una moderna. Il grande traffico verso il Nord America fu realizzato soprattutto dalle compagnie straniere, più organizzate e tecnologicamente avanzate. Naturalmente, al trasporto dei migranti erano assegnate le carrette del mare, con in media più di venti anni di navigazione. Possiamo definirli piroscafi in disarmo, chiamati “vascelli della morte”, che non potevano contenere più di 700 persone, ma ne caricavano più di 1.000, che partivano senza la certezza di arrivare a destinazione. La gente in genere veniva stivata in terza classe, in condizioni pietose e prive di igiene. In fondo non si trattava che di “tonnellata umana”, così come veniva chiamato il carico umano degli emigranti che «accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto tra le gambe e il pezzo di pane fra i piedi, mangiavano il loro pasto come i poverelli alle porte dei conventi. È un avvilimento dal lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi che cosa sia una coperta di piroscafo sballottato dal mare, sulla quale si rovesciavano tutte le immondizie volontarie e involontarie di quelle popolazioni viaggianti» (Teodorico Rosati, ispettore sanitario sulle navi degli emigranti,1908). Per dormire, «l’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci; i più vi vomitano; tutti, in una maniera o nell’altra, l’hanno ridotto, dopo qualche giorno, in una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente».(Teodorico Rosati, ispettore sanitario sulle navi degli emigranti, 1908).
In tali condizioni, contrarre una malattia era frequente basti dire che le navi per emigranti, per tutto l’Ottocento, mancavano di infermerie, ambulatori e farmacie, tanto che, tra il 1897 e il 1899, più dell’1% degli arrivati a New York venne respinto in Italia perché ridotto in cattivo stato dai disagi e dalle sofferenze del viaggio. 
Le persone di cui parliamo arrivarono ad Ellis Island e ricevettero la visita medica, una volta superata entrarono nella grande sala di registrazione, per espletare quelle attività formali che ci hanno permesso, oggi, di ritrovare le loro tracce. Chi non passava la visita veniva messo in quarantena nell’ospedale locale, al termine della quale ricevevano il nulla osta per entrare negli Stati Uniti, tranne nel caso di infermità particolari (zoppi, gobbi, menomati, con malattie degli occhi o della pelle o con difetti psichici), per le quali erano costretti a tornare in patria. Le donne sole, anche se fidanzate, non potevano essere ammesse e dovevano celebrare un matrimonio a Ellis Island. I minorenni soli dovevano trovare i garanti e gli orfani dovevano essere adottati, altrimenti venivano respinti.
Nel 1931, Edoardo Corsi, nominato direttore di Ellis Island dove lui stesso era sbarcato nel 1907, affermava: «Le nostre leggi sul rimpatrio sono inesorabili e in molti casi disumane, particolarmente quando si riferiscono a uomini e donne dal comportamento onesto il cui unico crimine consiste nel fatto che hanno osato entrare nella terra promessa senza conformarsi alla legge. Ho visto centinaia di persone del genere costrette a ritornare nei paesi di provenienza, senza soldi e a volte senza giacche sulle spalle. Ho visto famiglie separate, che non si erano mai riunite: madri separate dai loro figli, mariti dalle loro mogli, e nessuno negli Stati Uniti, nemmeno il Presidente in persona, poteva evitarlo».
Anche Ferdinando Soldati (registrato come Ferdinand), fratello di Cesare fece lo stesso percorso viaggiando sul mitico Lusitania (transatlantico che fu affondato da un altrettanto mitico U20, U-boot, durante la prima guerra mondiale), si recò in America, sei mesi dopo la partenza dei compaesani del Colle, per visitare il suo congiunto che lavorava come carpentiere.
L'elenco degli imbarcati sul Lusitania ed il nome di Ferdinando Soldati
L'immagine del Lusitania transatlantico britannico in servizio agli inizi del XX secolo, di proprietà della Cunard Line  fu affondato nel 1915 dal sommergibile tedesco U-20.

Dichiarazione del Capitano del Lusitania attestante le condizioni fisiche degli emigranti che vengono definiti con il termine di "alieni" (stranieri)


La dichiarazione del comandante tradotta: "Giuro con sincerità di aver incaricato il chirurgo della nave di realizzare un esame fisico e orale di ciascuno di tutti gli alieni (stranieri) riportati nelle liste di imbarco. Dalla relazione di detto chirurgo e dalla mia indagine, credo che nessuno di tali alieni sia un idiota o un imbecille, o persona debole di mente, o pazzo, o che possa essere un probabile pericolo pubblico, o sia affetto da tubercolosi o affetto da malattia contagiosa, ripugnante o pericolosa, o che sia persona condannata, o che abbia ammesso di aver commesso un crimine o un altro reato di depravazione morale, o sia un poligamo o che abbia ammesso una convinzione nella pratica della poligamia, o che sia un anarchico, o una prostituta, oppure una donna o una ragazza che abbia ammesso di recarsi negli Stati Uniti ai fini di prostituirsi o per qualsiasi altro scopo immorale. Dichiaro che in base al meglio delle mie conoscenze le informazioni contenute nelle Lists of Manifests e relative a ciascuno di detti alieni sono giuste e vere a tutti gli effetti". 

Ferdinando Soldati, ritornò negli Stati Uniti nel 1920 per porgere l'ultimo saluto al fratello Cesare sepolto nel cimitero di Pittsburgh, Cesare morì il 2 settembre del 1920 per un incidente automobilistico, stava tornando a casa viaggiando sulla piattaforma di un camion, il cui conducente ubriaco causò il ribaltamento del mezzo.
Cesare Soldati, fratello di Pietro e Ferdinando -Credits: archivio fotografico famiglia Soldati
Ferdinando Soldati ritratto nel cimitero di Pittsburgh al cospetto della tomba di Cesare Soldati - Credits: archivio fotografico famiglia Soldati
Quanto riportato nel presente post è tratto dai ricordi di famiglia, dalla documentazione del Museo Nazionale dell'Emigrazione Italiana e dal sito http://www.ellisisland.org ove sono stati censiti tutti gli emigranti sbarcati ad Ellis Island, (New York).
Si suggerisce la visita al Museo dell’Emigrazione Nino Di Paolo a Cansano. Il Museo dell’Emigrazione sorge a Cansano, in provincia dell’Aquila. La struttura è stata aperta nel 2004 per iniziativa del generale Nino Di Paolo, che da tempo coltivava il progetto, anticipato dalla pubblicazione di un libro (Emigrazione: da Ellis Island ai giorni nostri, Edizioni del Paguro, 2001) e dall’organizzazione di una mostra. L’idea gli era stata ispirata da una visita a Ellis Island, nella baia di New York, dove erano sbarcati i suoi nonni. 

sabato 24 agosto 2013

LA DEVOZIONE ALLA BEATA CRISTINA DA LUCOLI LA MEMORIA DI UNA COMUNITA'

16 agosto 2013 - La Reliquia della Beata Cristina da Lucoli nell'Abbazia di San Giovanni Battista
Ingresso della Reliquia nell'Abbazia


La devozione odierna della Comunità locale


Foto d'epoca: la Reliquia della Beata Cristina a Luconi negli anni 50/60. Per gentile concessione di: Gabriele Semplice e Roberto Soldati.

 
Chiediamo ai lettori del nostro blog un aiuto per identificare i nomi delle persone raffigurate al fine di poter arricchire il lavoro che la nostra Associazione sta svolgendo per la predisposizione di un archivio virtuale della Comunità locale.

domenica 11 agosto 2013

16 AGOSTO 2013: LA RELIQUIA DELLA BEATA CRISTINA RITORNERA' NEL PAESE DI LUCOLI CHE LE DETTE I NATALI.

La parola reliquia, dal latino “reliquiae”, resto, residuo, traccia, secondo il dizionario indica, “ciò che rimane di qualcosa o di qualcuno, del corpo, delle vesti o degli oggetti, appartenuti ad un santo o ad un beato come qualcosa di estremamente prezioso”.
Il culto delle reliquie, anche se non esclusivo della religione cristiana, trova in questa la sua massima espressione. E’ una questione molto controversa nell'ambito della stessa religione fra una parte dei fedeli che si dichiara apertamente a favore e continua tuttora a praticarlo ed un’altra che vede nel culto delle reliquie una sorta di feticismo bigotto che difficilmente trova spazio in questa nostra società dove tutto passa attraverso la logica e la ragione. Chi venera le reliquie è spesso considerato un ingenuo “credulone”, soprattutto quando parliamo di quelle “impossibili” o “fantastiche”, o accusato di attribuire alle reliquie un valore maggiore del messaggio religioso in sé. E’ tuttavia innegabile che per un collettivo molto grande di credenti, la loro venerazione, è una componente importante della loro fede ed espressione della stessa. In ogni caso, la storia ci insegna che il culto delle reliquie non ha mai fatto distinzioni fra ricchi e poveri, nobili o plebei, anche se le motivazioni non necessariamente coincidevano.
La reliquia della Beata Cristina ritornerà a Lucoli, nell'Abbazia di San Giovanni Battista il 16 agosto 2013.


Abbiamo già scritto, nelle pagine di questo blog, della sua storia e dell'importanza della sua devozione per la comunità locale. 
La Beata appartiene alla famiglia della santità agostiniana: era una monaca che visse nel tempo in cui fatti mistici e rapimenti d’estasi caratterizzavano la santità dell’epoca. 
La prima biografia sulla sua vicenda terrena venne scritta da un nobile aquilano, Giampietro Interverj, intorno al 1595, 52 anni dopo la morte di Cristina. Ma quest’opera manoscritta divenne irreperibile. Ne comparve un’altra a Colonia, in Germania, stampata in latino e firmata da Cornelius Curtius, un dotto agostiniano belga, storico dell’ordine a cui apparteneva.
Il suo nome, al secolo, era Mattia e nacque nel 1480 (probabilmente il 24 febbraio, giorno dedicato a San Mattia) a Colle di Lucoli. Si scrisse di lei che non era attratta dai normali giochi di quell’età (noci, bambole…), spesso si soffermava sulle immagini sacre: «Se ne vedeva qualcuna in mano ad altri, eccola subito a salutarla col sorriso degli occhi; se la teneva tra le sue mani, la ricopriva di baci incessanti», questo si legge nella biografia di Cornelius Curtius. Trascorreva il tempo a pregare in casa, in una stanza appartata, dove il padre aveva posto un’immagine della Vergine Maria con il Cristo. Molto bella d’aspetto, non vantava tale sua dote, respingendo ogni eleganza nel vestire. La bellezza a lei sembrava un ostacolo per il suo avvicinamento a Dio: non voleva insomma piacere agli altri per piacere soltanto al Signore, perciò brigò tanto per diventare più brutta: non si lavava, digiunava e lavorava come le serve, ma con risultati negativi, perciò chiese l’intercessione della Madonna «ed allora una bruttezza repentina sfigurò Mattia, al punto che l’avresti detta tratta fuori dal sepolcro, pallida come un cadavere». Aveva 25 anni quando si fece monaca. Nel 1505 prese perciò il nome di Cristina per essere più in affinità con il suo Sposo e ricevette l’abito monacale dell’ordine di Sant’Agostino.  Morì il 18 gennaio del 1543 all’età di 63 anni. La sua salma, per richiesta popolare, fu esposta al pubblico e da allora iniziò un lungo elenco di miracoli e grazie post mortem: "cura una piaga di un legnaiolo, guarisce da due ferite mortali un ufficiale giudiziario, rende la vista ad un cieco, raddrizza uno storpio, guarisce un domenicano alla gamba e all'omero, risana un femore ad un francescano e libera una monaca da una terribile emicrania". Conclude Cornelius Curtius: «Aggiungerei altri casi, se non fossero tali da poter arrecare noia al lettore, per la somiglianza che hanno tra loro. Sono sufficientemente valide queste testimonianze, che dimostrano che Cristina vive tra i celesti vita immortale, non immemore dei mortali».





Ma qual'è il senso del suo culto nella Lucoli di oggi?

La devozione nei confronti della Beata Cristina, trattando il concetto in modo laico, rientra anche nei temi dell'identità dei luoghi, della tradizione e della memoria, è nell'“anima di Lucoli come luogo” è nel sentimento del territorio, nella sua “storicità”. Il suo culto rappresenta una forma di affettività ed uno dei legami complessi, controversi, mutevoli che si sono stabiliti a Lucoli. 
Il "luogo" Lucoli è tale soltanto perché vi sono delle persone, degli individui che lo considerano il loro luogo, perché delle persone o dei gruppi lo abitano, lo popolano, lo vivono, lo modificano interagendo con esso. Il luogo è anche le immagini di esso ereditate ed il culto della Beata si è tramandato in modo forte fino alle odierne generazioni che potremmo forse delimitare con i quarantenni. 
Sarebbe interessante capire quanto di questo vissuto sia presente nelle nuove generazioni, quanto sia reale il rischio di perdita di questa memoria, causato dall'arrivo di nuovi modelli, dall'erosione della consapevolezza delle radici. 
La Lucoli di oggi non è più il paese del passato. 
Il «paese presepe» (l’immagine è ricorrente nella letteratura meridionale e meridionalistica) come luogo antropologico, anche se non come spazio abitativo, è scomparso per sempre. Si è frantumato in mille schegge. È esploso. Con il terremoto del 2009 poi, si è aperto, si è scomposto e chissà se si ricomporrà.....
La sintomaticità forte si percepisce nell'inverno quando i luoghi come Lucoli annaspano tra la vita e la morte, tra passività e azione, tra delusione e speranza. Diventando un "non luogo" che a nostro parere va invece rifondato, riguardato, riguadagnato. 
Analogamente, anche il senso di appartenenza (oltre che della memoria), sia di quelli che sono rimasti, sia di quelli che sono partiti è profondamente mutato, ma la devozione alla Beata Cristina è presente, tanto da alimentare la consapevolezza che se a Lucoli c'è stata una sola vittima per il sisma del 2009 è stato grazie a Lei che veglia sull'intera comunità e sulle case, tanto che non ne sono crollate, come invece è accaduto all'Aquila ad Onna o a Roio ad esempio. Il terremoto ha accelerato l’opera di desacralizzazione dei luoghi come Lucoli, li ha portati a dissolversi come centri e come punto di riferimento, come reticoli di relazioni e di storie anche perché li ha privati della loro gente, ma non c'è riuscito con il culto della Beata Cristina la cui immagine in formato gigante fu fatta affiggere dal Parroco sulle mura delle case danneggiate dal sisma per vegliarle e proteggerle anche dopo la forte scossa del 6 aprile. 
I borghi delle Frazioni di Lucoli stentano ad essere ricostruiti e sarà per questo motivo che dal Colle, dai componenti del Comitato che si occupava di organizzare ogni anno la festa in memoria della Beata e dalla Parrocchia è partita l'idea del pellegrinaggio delle sue reliquie verso i luoghi natali?
La Beata Cristina ritornerà a Lucoli per la terza volta, in 80 anni circa, ed il corteo con la sua reliquia stazionerà per qualche minuto nella Frazione del Colle di fronte alla casa ove nacque, in quella tra le Frazioni di Lucoli che è stata maggiormente danneggiata dal terremoto e dove impera il silenzio.



Con l'attenzione dei cronisti, con rispetto e devozione, abbiamo voluto scrivere dell'evento spirituale che si realizzerà a Lucoli e vogliamo concludere questo testo pubblicando il sonetto che Michele Palumbo dedicò alla Beata, per leggerlo insieme quasi come una preghiera.

PER LA BEATA CRISTINA
Ecco la gloria della patria nostra
Ecco Cristina di virtude esempio
Eccola sull'altar del nostro tempio
Quanta pietà negli occhi suoi dimostra!
L'ostia sacrata che nel petto mostra
Io miro, e di stupor sacro già m'empio:
Dinanzi a Lei anche il superbo e l'empio
Dal soverchio splendor vinto si prostra.
Con le spine di Cristo incoronata
Fu allor, che per pietà del suo Fattore,
Ebbe la faccia il sole scolorata.
Così serbando immacolato il core
Imparò dalla Madre addolorata
Che col patir s'ottiene il sommo amore.

Michele Palumbo, nacque a Lucoli Alto l'8 aprile del 1811, scrisse questo sonetto ed altre opere per la Beata Cristina da Lucoli. 
I versi che testimoniano la sua devozione a Cristina furono raccolti da Francesco Di Gregorio nel libro: "Memorie Poetiche" edito da L.U. Japadre (AQ). Il Palumbo, negli ultimi anni della sua vita, malato e ritiratosi a vivere nell'Abbazia di San Giovanni Battista, rivolgeva le sue preghiere non solo a Dio ed a Maria ma anche ai Santi per trovare pace al suo cuore e per mostrarli ed additarli come esempi di bontà, di carità e di pietà cristiana. 

Foto dei ricordi della comunità di Lucoli: la reliquia della Beata Cristina viene portata per le vie del paese
Bibliografia:
ANTINORI, A., Vita della Beata Cristina da L’Aquila, Roma 1740; Sacra Rituum Congregatione. Aquilana super approbatione cultus praestiti B. Christinae a Lucolis, Romae 1839; CREMONA, C., La b. C. de L’Aquila, agostiniana, Roma 1943; DURANTE, M., La stella di Lucoli. Breve vita della b. C. da Lucoli, L'Aquila 1943; FALCIONI, D., OSA. Beata Cristina da L’Aquila, beata, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1950, 915; CURTIS, C., OSA., Vita della Beata Cristina da L’Aquila. L'Operetta fu stampata a Colonia nel 1636, L'Aquila 1991; ID., Beatae Christianae vita. Testo latino - traduzione a fronte. A cura di Antonio Cordeschi, L'Aquila 1993.

mercoledì 7 agosto 2013

11 agosto 2013 a Lucoli Alto ed a Vado Lucoli: IL 7° MERCATO ARTIGIANALE DI MEZZ'AGOSTO.

Veduta aerea della Chiesa di San Michele - Lucoli (AQ)

La civiltà "più pienamente umana" sarebbe quella che avesse al suo centro il lavoro manuale, in cui il lavoro manuale divenisse il supremo valore, non in rapporto a ciò che produce, ma in rapporto all'uomo che lo esegue. Non deve essere oggetto di onori o ricompense, ma costituire per ogni essere umano, "ciò di cui ha essenziale bisogno perché la vita assuma di per sé un senso e un valore". Dovrebbe essere un lavoro trasformato in modo da esercitare pienamente tutte le facoltà, e trovarsi al centro della cultura. 
La cultura, giudicata un tempo da molti fine a se stessa, è diventata oggi sovente un mezzo per evadere dalla vita reale. 
Il suo valore vero consisterebbe invece nel preparare alla vita reale. 
Simone Weil


I processi di cambiamento socio-economici del dopoguerra, la crisi agricola e lo spopolamento montano, hanno interagito ed hanno svuotato la Valle di Lucoli con le sue Frazioni, il terremoto del 2009 ha anch'esso fatto tanto…....

I paesaggi rurali ed i borghi di Vado Lucoli e di Lucoli Alto, con la bellissima chiesetta di San Michele Arcangelo da sfondo, sono propri delle comunità semi abbandonate, si popolano nei mesi estivi ma, sono ancora oggi, però, dei testimoni eccezionali: raccontano le interazioni tra gli uomini e la natura e anche il modo in cui erano percepite la vita del territorio, indicandoci così le loro più vere e profonde identità. 

Da anni l’Associazione Amici di San Michele cerca di riportare alla luce della conoscenza della comunità locale e dei turisti quello che le grigie pietre e i nodosi castagni dei portoni e delle travi, possono ancora raccontarci, conservare e custodire nei loro racconti muti, evitando che vengano frettolosamente archiviati come "cultura minore" e per questo indegni di essere ricordati e compresi. 
E’ per questo motivo che a Vado Lucoli ed a Lucoli Alto viene organizzato il mercatino artigianale di metà agosto, per un giorno si vuole rivivere la cultura artigianale dell’aquilano, passata, ma anche contemporanea. 
Con passione e buona volontà i volontari, che si arricchiscono ogni anno, vorrebbero squarciare quel velo d'indifferenza che, troppo spesso, nasconde la vita che fu e che può essere raccontata oggi anche dai mestieri artigiani, una vita fatta di fatiche e di semplicità, ma in straordinaria comunione con l'ambiente locale e, soprattutto, nonostante le circostanze, ricca di momenti felici. 

Gli artigiani che esporranno appartengono ad una sfera variegata dell’artigianato artistico e tipico (quella ceramica di Castelli ad esempio) che ha origini secolari e che, nella maggior parte dei casi, è fatto di tradizioni tramandate di padre in figlio, basti pensare, anche, a quello sapiente delle donne che lavorano il tombolo aquilano. 
Edizione 2012 del mercatino: un espositore. Foto di G. Tresca
Gli Amici di San Michele ritengono che l’artigianato rappresenti un alto valore sociale e che costituisca un valore aggiunto per tutta la comunità che lo ospita. L’esperienza di Vado Lucoli e Lucoli Alto, seppur episodica, ma costante nel tempo, vorrebbe consolidare a livello locale il messaggio del “Valore Artigiano”, infatti, l’artigiano ha in sé quella capacità, molto particolare, di dare senso al proprio lavoro, di curare i minimi dettagli. L’artigiano ama profondamente la propria attività, al di là di ogni riconoscimento sociale ed economico: è semplicemente guidato dal piacere di realizzarla. L’artigiano è fondamentalmente autore di un “buon lavoro”, custode dei “segreti” della professione, creatore di bellezza, orgoglioso del proprio fare, ideale sintesi dell’opera della mano e della mente, espressione di abilità, portatore di qualità. Sono questi i messaggi che si vogliono far comprendere ai giovani di Lucoli ed ai visitatori che ogni anno intervengono numerosi. 
I saperi sedimentati dei Borghi e degli Artigiani non debbono andare dispersi rappresentano un bene culturale del territorio che per molti è ancora un “luogo dell’anima”.
Edizione 2013: i pizzi a tombolo. Foto di G. Tresca


martedì 6 agosto 2013

DIETRO L'ANGOLO C'E' ALTRO DA FARE........10 agosto 2013: Convegno a Rosello in difesa degli Alberi e delle Foreste. Intervento della Dottoressa Beti Piotto, agronoma dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale Roma.



Ma il gergo degli alberi 
è un argot più antico 
Chi lo sa cosa dicono 
quando parlano degli uomini” 
Jacques Prévert 

«Generazioni di esseri umani, di padri e di figli, di nipoti e di discendenti transitano sotto le loro chiome e si abbeverano nelle ombre, ristorano l’anima e azzerano il pensiero. Si siedono, toccano il legno, si lasciano invadere lo sguardo dai movimenti che il vento anima, accarezzano le foglie e i frutti, i semi e le ramificazioni. Un altro albero cresce dentro di loro e sono pronti ad ascoltarlo, ad ascoltarsi. Lì vibra il centro del mondo» [dal "Sussurro degli alberi". Piccolo miracolario per uomini radice, Ediciclo Editore].
Valorizzare la bellezza e la biodiversità di una regione è una preziosa occasione di crescita e conoscenza personale, individuale, ma anche un’azione che si sta rivelando fondamentale, economicamente e socialmente, in questo primo periodo di crisi strutturale. Valorizzare i territori, i paesaggi, le connotazioni locali, i parchi pubblici e i giardini botanici, le riserve e i boschi. 
L’uomo adulto può riscoprirsi "Homo" o "Phoemina Radix", iniziando una nuova fase della vita, accendendo quella scintilla di appartenenza al mondo naturale che ci fa riscoprire ciò che siamo, che siamo sempre stati. 
Homo Radix, che definizione*! Vuole indicare la ricerca di identità, di valorizzazione delle proprie radici in un paesaggio. All’interno del paesaggio sta l’albero monumentale, l’albero secolare, l’albero di pregio – i “monumenti della natura” come li ribattezzò Alexander Von Humboldt – che rappresenta al meglio l’unione fra le forme di esistenza, simboleggiando concretamente la circolarità della vita. Perché l’uomo è quello che dice di essere ma, innanzitutto, ciò che compie. 
La nostra Associazione si occupa da diverso tempo degli alberi monumentali di Lucoli, traendo ispirazione e ricchezza di conoscenze anche da Beti Piotto, nostra socia onoraria, ma, soprattutto, ricercatrice dell'ISPRA, che ha ricevuto lo scorso 13 dicembre la Laurea Honoris Causa da parte della prestigiosa Università Nazionale di Cordoba per i meriti scientifici acquisiti nel settore della conservazione della biodiversità e della protezione dell’ambiente.
Sabato 10 agosto p.v. i nostri soci, come federati Pro Natura, parteciperanno, insieme, a Beti Piotto (tra i relatori del convegno) ed a Mauro Furlani, Presidente della Confederazione Nazionale Pro Natura, alla giornata organizzata presso il Centro Verde di Rosello (CH). 
Siamo in piena riserva naturale, nel territorio del Medio Sangro al confine tra l'Abruzzo e il Molise dove scorre il fiume Turcano, l'area ha una superficie di 211 ha. Nella riserva c'è la famosa "Abetina" che si trova in comprensorio montano ad alto valore naturalistico e paesaggistico caratterizzato da scarsa antropizzazione in un' altitudine che varia tra gli 850 metri e i 1.179 m sul Monte Castellano.
L'intervento di Beti Piotto sarà sulla tematica della biodiversità che rappresenta “un’assicurazione per la vita” perché proprio nella varietà si trova la possibilità di sopravvivenza e di naturale evoluzione per tutti gli esseri. Davanti a eventi negativi come cambiamenti climatici, malattie o siccità, la diversità di specie, la variabilità di risposte all’interno di una determinata specie, le tante e misteriose sinergie tra le forme di vita assicurano la sopravvivenza dove sopravvivrà non il più forte ma il più adatto a una nuova circostanza. 

Acquerello di Beti Piotto - Scheda botanica del Frassino