mercoledì 26 febbraio 2014

AREA OMOGENA DELLA NEVE L’ANNOSO PROBLEMA DELLA SALVAGUARDIA AMBIENTALE VERSUS IL POTENZIAMENTO DEI BACINI SCIISTICI


Già dall’autunno del 2009 tre Comuni dell’Altopiano cominciarono a lavorare insieme riprendendo alcuni progetti, forse oramai poco innovativi, per rafforzare l’offerta turistica complessiva: pensando all’ampliamento dei bacini sciistici.
Ma la montagna è in crisi: c’è la Costituzione (articolo 44, «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane»), secoli di storia e di cultura (la montagna ha fatto la fortuna dell’Italia), ma la scure è arrivata su un territorio vitale che ora agonizza, basti pensare alla chiusura delle comunità montane.
Da più parti arrivano appelli per «una nuova politica per la montagna, ispirata a un’azione di prevenzione», contro i dissesti, gli abusi strutturali e le inondazioni, arriva dal CAI, con un documento sottoscritto da Touring, Fondo per l’Ambiente, WWF, Italia Nostra e Legambiente. «I parchi non hanno più fondi - dice Michele Colonna, presidente del CAI Piemonte -: le Comunità scompariranno, l’unione dei Comuni avviene in alcuni casi senza criteri…….senza interlocutore pubblico come immaginare un futuro?». I Comuni dell’area omogenea in questo contesto all’indomani del terremoto del 2009 rilanciarono alcuni interventi strategici come la realizzazione della galleria di Serralunga (molto osteggiata per l’impatto ambientale prodotto e scarsamente mitigato) e pianificarono la connessione sciistica tra la Magnolia e Campo Felice. Il processo di studio coinvolse anche un gruppo di ricerca dell’Università La Sapienza di Roma, già interessato per il Comune di Rocca di Mezzo e che iniziò a lavorare così per l’area omogenea. Fu imbastito un dialogo istituzionale ed operativo con gli amministratori e forse poco con le comunità locali (almeno a Lucoli) che, con tesi equilibrate e politicamente corrette era volto a garantire la messa in sicurezza del territorio (sanando e recuperando situazioni di rischio anche antecedenti al sisma) nello sforzo di riattivare processi e progetti di sviluppo in atto prima del terremoto (ma ancora attualizzabili? Ricordiamoci che la montagna non è solo un luna park è anche un modello di vita parsimonioso, ecologico, sostenibile) e di individuare nuove possibili linee di sviluppo in grado di rilanciare l’economia dell’altopiano. Quindi la parola d’ordine fu potenziamento dell’offerta turistica attraverso la costruzione di infrastrutture, volendo anche superare i temi della tutela ambientale trasformandoli in evoluzione della cultura agro-pastorale del territorio che è sempre stata alla base della biodiversità montana.
I driver dello sviluppo identificati dall’Università la Sapienza furono tre: a) Potenziamento della coesione territoriale; b) Incremento della qualificazione dell’offerta turistica; c) Miglioramento dell’immagine e delle prestazioni dei centri urbani. Sono passati quasi cinque anni dal sisma e dall’elaborazione del piano strategico territoriale e gli unici risultati raggiunti riguardano l’apertura della Galleria di Serralunga (che non sembra abbia miracolato il territorio) la ricostruzione di alcuni comprensori abitativi (ma, ad esempio, non i borghi di Lucoli di più antica costruzione) ed ecco che si batte cassa con il progetto clou: quello “dell’ampliamento dei bacini sciistici di Ovindoli e Campo Felice e loro interconnessione ai fini della creazione di un comprensorio sciistico integrato e competitivo a livello nazionale” la cui delibera attuativa è stata già pubblicata nell’albo pretorio del Comune di Rocca di Mezzo. Peccato che questi lavori ed infrastrutture debbano essere realizzati nell’area del Parco Velino Sirente.
Il dibattito intenso sul futuro dei parchi del nostro paese tra i suoi maggiori capi di critica annovera, specialmente per i parchi nazionali, la mancata realizzazione dei piani previsti dalla legge quadro. Anche i Comuni dell’area omogenea della neve si aggrappano a questa tesi che viene utilizzata come prova innegabile e incontestabile, se non del fallimento, certamente di qualche cosa che giustificherebbe ormai il passaggio ad una diversa gestione delle aree protette, al loro pieno sfruttamento turistico con la costruzione di nuove infrastrutture da destinare ad un turismo in fase calante. Siamo in Italia e come molti altri aspetti istituzionali l’attività della pianificazione e lo stesso valore del concetto e della regola hanno avuto fasi concrete e comunque propositive con risultati tangibili anche se spesso deludenti ma purtroppo molte fasi di oblio. Ciò nonostante l’idea che il sistema istituzionale, dallo Stato agli Enti locali, doveva ricorrere a “strumenti di pianificazione” – basta ricordare lo sforzo per indurre i comuni a dotarsi di un piano regolatore (quanti lo hanno?) – è ancora valida soprattutto se serve a criticare: tutti aspettano il piano del Parco Velino Sirente.
Quando nel ‘91 fu varata la legge quadro sulle aree protette si definì che i parchi regionali dovevano dotarsi di un piano ‘sovraordinato’ agli strumenti di pianificazione territoriale sia comunali che provinciali. La complicata idea di un piano ‘sovraordinato’, sancito da una legge nazionale suscitò giustificate reazioni e timori che furono in parte superati prevedendo non uno bensì due piani: un piano di carattere fondamentalmente ambientale, coerente con le finalità di tutela assegnate agli enti parco, e un piano socio-economico che in un certo senso ‘recuperava’ aspetti che molte amministrazioni, specialmente locali, temevano sarebbero stati penalizzati e sacrificati, diciamo così, sull’altare delle politiche di protezione. L’art. 7 della legge quadro sintetizzava le materie, il terreno, le fonti di finanziamento a cui avrebbe dovuto ispirarsi concretamente il piano non a caso affidato alle particolari attenzioni delle comunità del parco piuttosto che a quelle dell’ente parco. Forse non tutti sanno o ricordano che l’art. 7 fa riferimento al restauro dei centri storici, al recupero di nuclei abitati rurali, a opere igieniche e a molto altro ancora a conferma di una nuova concezione e visione delle tematiche ambientali. Fu questo anche un modo, per tranquillizzare le amministrazioni locali, le quali temevano che la ‘specialità’ del parco e la ‘sovraordinazione’ del piano avrebbe espropriato in qualche misura l’ente elettivo di importanti competenze e prerogative per assegnarle ad un ente non elettivo. I due piani servirono insomma a sbloccare una situazione che rischiava di impantanarsi.
Sono trascorsi 20 anni dall’approvazione della legge e l’altopiano di Campo Felice è ancora campo di battaglia tra interessi disordinati di business delle amministrazioni locali ed obiettivi “sovraordinati” di tutela dell’ambiente montano in area SIC.
Siamo convinti che sia giunto il momento di fare un bilancio complessivo per capire cosa deve essere confermato e cosa invece è bene e necessario rivedere tenendo conto anche di quanto è successo nel frattempo sull’altopiano di Campo Felice, dove sciagurati interventi infrastrutturali e di edilizia hanno prodotto profondi cambiamenti ambientali cementificando ad esempio la torbiera con parcheggi e strade sovrabbondanti, (ciò ha provocato la formazione di un’area di allagamento vicino alla Galleria di Serralunga), citiamo anche il manufatto denominato skydrome mai collaudato, dismesso ed in rovina e che probabilmente dovrà essere abbattuto. Noi ci appelliamo alla governance del Parco Velino Sirente auspicandola come una manifestazione di volontà forte ed efficace da concretizzare a breve con un piano ambientale capace di dominare gli “appetiti” infrastrutturali di un ipotetico business. Sappiamo che il compito è complesso soprattutto in tempi di crisi, dove le politiche di programmazione e pianificazione ai più vari livelli e comparti segnano il passo da troppo tempo. Ciò vale per la legge nazionale sul governo del territorio, vale per i piani di bacino, vale per i piani o progetti previsti dalle legge 426 (Alpi, APE, Coste etc), vale per i piani paesistici e molto altro ancora. Insomma vale per tutti quegli aspetti definiti felicemente ‘invarianti ambientali’, ossia momenti ai quali debbono rifarsi e sottostare le varianti ambientali.
Chiediamo all’Ente Parco di tenere duro perché avrà pure un significato se la Corte europea in una sentenza del 2007 affermò che «l’ambiente costituisce un valore» e che «gli impegni economici e perfino alcuni diritti fondamentali come il diritto di proprietà, non dovrebbero vedersi accordare la priorità di fronte a considerazioni riguardanti la tutela dell’ambiente, in particolare laddove lo stato abbia legiferato in materia». Crediamo nel ruolo dei parchi dai quali dobbiamo ripartire anche per salvaguardare l’altopiano di Campo Felice, concertando soluzioni accettabili anche in termini socioeconomici, ma partendo dal concetto che l’Altopiano non è antropizzato e che il suo ricchissimo habitat naturale giustifica anche l’adozione di classificazioni rigide, indicazioni e graduatorie di valori altrettanto rigidi di zona, da studiare a tavolino e da difendere. Noi non dimentichiamo che i parchi regionali, lungi dal danneggiare l’operato, le competenze dei comuni o delle province, hanno aiutato, hanno costretto con le buone maniere le amministrazioni a misurarsi su questioni e aspetti che altrimenti sarebbero rimasti nel buio. Il Gruppo degli ambientalisti dell’Organizzazione Regionale Pro Natura Abruzzo, con le Federate NoiXLucoli Onlus e Pro Natura l’Aquila, è a disposizione per un qualsivoglia lavoro di sviluppo di area nella tutela sul quale collaborare.
 
Testo liberamente tratto dal libro: Piani per i Parchi a cura di Massimo Sargolini, Edizioni ETS. Prefazione di Renzo Moschini. http://www.edizioniets.com/Priv_File_Libro/1459.pdf Sulla programmazione strategica “dell’area omogena 9” spunti tratti dalla pubblicazione "RICOSTRUZIONE di TERRITORI” elaborata dall’Università la Sapienza di Roma, facoltà di Architettura ed i cui testi sono stati prodotti da Lucina Caravaggi e da Cristina Imbroglini. (Edizioni Alinea Editrice–Firenze).

venerdì 21 febbraio 2014

BIODIVERSITÁ: CONVIVERE CON I GRANDI CARNIVORI, UNA SFIDA POSSIBILE

Lupo
Si è svolto il 20 febbraio u.s. presso l'Ispettorato Generale del Corpo Forestale dello Stato il convegno Biodiversità: convivere con i grandi carnivori, una sfida possibile, alla presenza del Capo del Corpo forestale dello Stato Cesare Patrone e di numerose personalità del settore scientifico.
Circa un milione di cinghiali, 460mila caprioli, 110mila camosci alpini, 68mila cervi, 18mila daini seguiti da 20mila mufloni, 16mila stambecchi, 1.500 camosci appenninici e circa 1.000 lupi e 50 orsi. La lenta, ma costante avanzata di animali e boschi è ormai una consolidata realtà.
Da vent'anni il Corpo forestale dello Stato è impegnato per la tutela e l'incremento della biodiversità in Italia. Grazie ai finanziamenti della Comunità Europea e ai progetti sviluppati dalla Forestale sono stati raggiunti importanti risultati in campo scientifico-ambientale.
Animali di storica rilevanza come l'orso, il lupo e la lince sono tornati a popolare le nostre contrade da dove erano stati scacciati secoli fa. Un ritorno che fa e farà discutere nonostante questi animali occupino un posto di rilievo non solo nell'habitat naturale, ma anche nell'attività condotta dal Corpo forestale per la tutela della biodiversità.
"Ogni specie ha un ruolo ben preciso nel sistema ambiente - afferma Luigi Boitani, Professore Ordinario dell'Università "La Sapienza" di Roma. Negli anni la scomparsa dei grandi carnivori ha portato ad uno sbilanciamento all'interno della catena alimentare. Il ritorno di specie selvatiche come la lince, con pochi esemplari a Tarvisio e in Piemonte, l'orso con le sue comunità in Abruzzo e in Trentino e il lupo, che popola molte aree del nostro Paese dalla Calabria fino al Piemonte, sono un risultato importante - continua Boitani- che sottolinea come l'incremento della nostra biodiversità sia un valore da difendere e tutelare"."Per la prima volta, dopo molto tempo, siamo chiamati a studiare gli effetti di una parziale ricolonizzazione animale e vegetale in relazione alla presenza umana - afferma Cesare Patrone, Capo del Corpo forestale dello Stato - stavolta però disponiamo di tutti gli strumenti scientifici e culturali necessari per evitare il predominio dell'uomo a discapito degli animali o viceversa. In alcuni casi le soluzioni propenderanno per l'uomo, in altri per la natura, ma convivere è possibile. Non è lontano il tempo in cui la vecchia Europa diventerà un immenso serbatoio di biodiversità ritrovata".
"Rispetto a molti altri Paesi l'Italia va in controtendenza, con un incremento degli animali, mai verificatosi negli ultimi cento anni - dice Francesco Petretti, biologo e direttore scientifico della rivista Silvae.it - in particolare è la grande fauna che cresce di numero. Ma non tutti gli esseri viventi sono uguali. Ci sono specie che hanno esigenze diverse rispetto a orsi, lupi, avvoltoi come per esempio il piviere tortolino, la salamandra o il proteo, quest'ultime, che hanno meno impatto mediatico, rischiano l'estinzione."
Oggi, come nell'antichità, dobbiamo saper accettare che la presenza di fauna, flora e relativa biodiversità non sono un limite allo sviluppo umano ma una risorsa, un'opportunità in più da interpretare, forse in chiave moderna e non necessariamente di stretta sussistenza.
Biodiversità, paesaggio, diritto ed educazione ambientale, inquinamento, storia e filosofia, aggiornamento professionale sono alcune delle tematiche affrontate negli ultimi dieci anni dalla rivista tecnico scientifica "Silvae", che da sempre è " la casa del pensiero dei forestali", uno spazio aperto al confronto con le realtà istituzionali e culturali. Oggi la rivista, il cui impianto generale rimane invariato, approda sul web. Nasce
www.silvae.it un portale ricco di notizie ambientali, focus e tematiche a portata di mouse, aperto a tutti. La sua consultazione sarà, infatti, completamente gratuita. Ma Silvae.it guarda avanti e non poteva quindi mancare l'interconnessione con i principali social-media, in modo da raggiungere un pubblico ancora più ampio e diversificato. Una pubblicazione realizzata a cura dall'Ufficio Stampa del Corpo forestale dello Stato.

giovedì 20 febbraio 2014

COMUNICATO: DIVIETO DI ACCESSO ESCURSIONISTICO SUI SENTIERI 14, 14C, 14 D, 14E, 14F PARCO SIRENTE VELINO

(Rocca di Mezzo, 19 Feb 14) In riferimento all'accordo di programma per l'introduzione a scopo di conservazione del camoscio appenninico nel Parco Regionale Sirente Velino tra l'Ente Parco, il Corpo Forestale dello Stato, i Comuni di Celano, Gagliano Aterno, Ovindoli, Rocca di Mezzo e l'Amministrazione Separata dei Beni Civici di Rovere, viene emanata la seguente ordinanza: "Divieto di accesso escursionistico sui sentieri 14, 14C, 14D, 14E, 14F a partire dal 1 luglio 2013 fino al 16 agosto 2014 a residenti, escursionisti e visitatori nell'Area specifica di tutela per il camoscio appenninico" individuata per il rilascio degli esemplari di camoscio appenninico.
Area di tutela del camoscio appenninico
Il Servizio Scientifico Ambientale dell'Ente Parco Regionale Sirente Velino, ha diramato un importante aggiornamento sul primo nucleo di fondatori della nuova popolazione (la quinta esistente ad oggi), immesso sul Massiccio del Sirente con successivi rilasci tra i mesi di luglio ed ottobre 2013.
Da fine ottobre sono presenti nove esemplari: sei femmine tutte proveneinti dalla popolazione selvatica del Parco Nazionale della Majella, e tre maschi provenienti invece da aree faunistiche dei quali due dal Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga, ed uno dal Parco Nazionale dei Monti Sibillini, per la prima volta nella sua storia divenuto quindi anche donatore di camosci per interveti a tutela di questa sottospecie.
Gli animali sono giornalmente monitorati dallo staff di progetto (l'Azione di riferimento del Life Coornata è la C5) mediante radiocollari VHF/GPS e mediante osservazioni dirette (laddove le condizioni meteo lo consentono).
Il gruppo delle femmine, immesso in tre rilasci successivi tra metà e fine luglio, si è riunito sin da fine agosto a formare un unico branco ed ha effettuato spostamenti in direzione est-ovest, lungo il crinale del Massiccio del Sirente, ma con limitate escursioni altitudinali (400 mt).
I primi di dicembre due delle sei femmine (Bella e Berardina) si sono separate dal branco ed hanno raggiunto Francesco e Giuseppe presso l'area di Mandra Murata, dove erano rimasti, per circa due mesi, separati dagli altri.
Mentre i due gruppi di Mandra Murata (2 maschi e 2 femmine) sembrano più coesi e meno esplorativi, gli altri esemplari effettuano più frequenti spostamenti restando comunque tra loro più o meno strettamente associati e non sembrano spostarsi in modo isolato.
La prima nevicata invernale si è verificata tra il 25 ed il 26 novembre. I camosci finora non hanno effettuato spostamenti rilevanti a seguito delle prime nevicate ma limitati spostamenti di quota rispetto alla cresta, restando comunque oltre il limite degli alberi (c.a. 1800-1900) e spostamenti orizzontali in direzione est-ovest lungo l'area di crinale.
Sono stati più volte osservati scavare la neve per brucare l'erba sottostante il manto nevoso e sembrano ricercare attivamente le porzioni rocciose di crinale esposte al sole nei vari orari, maggiormente calde e soleggiate.
Ricordiamo che il Parco, per salvaguardare gli animali introdotti ha istituito, d'accordo con i Comuni ed in collaborazione al CFS, un'area specifica di tutela del camoscio appenninico. Sono inoltre in corso iniziative mirate a favorire le attività produttive e le esigenze delle popolazioni residenti nonchè la realizzazione di interventi antiparassitari e vaccinali gratuiti sul bestiame. Gli animali domestici, infatti, possono essere portatori di malattie trasmissibili al camoscio, soprattutto per i nuclei in fase di colonizzazione di nuovi territori.

UNA BUONA INIZIATIVA PER I GIOVANI: IL MASTER GESLOPAN

Veduta di Campo Felice - Parco Naturale Regionale Sirente Velino
 
Gestione dello sviluppo locale nei parchi e nelle aree naturali - Master Universitario di Primo Livello, X edizione, A.A. 2013/2014."E' aperto il bando per l'anno accademico 2013-2014 per l'iscrizione al Master "GeSLoPAN - Gestione dello Sviluppo Locale nei Parchi e nelle Aree Naturali", organizzato dall'Università degli Studi di Teramo, con il patrocinio di AIDAP, Federparchi e WWF Italia.
Il master si rivolge a chi, nelle Aree Naturali Protette, vuole concretizzare in termini lavorativi le proprie affinità verso la wilderness e attivare percorsi di sviluppo sostenibile, creando imprese verdi ed innovative nella valorizzazione delle produzioni locali di qualità e dei servizi. Rappresenta inoltre una risorsa formativa anche per quanti, operando già a vario titolo all'interno degli Enti parco o negli Enti locali, vogliano incrementare le loro competenze gestionali.
E' organizzato dalle Facoltà di Medicina Veterinaria, di Agraria, di Scienze Politiche e di Scienze della Comunicazione dell'Università degli Studi di Teramo e rappresenta il frutto della condivisione di idee e progetti tra il mondo della ricerca, le amministrazioni regionali e locali, gli enti gestori delle aree naturali protette (Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise, Parco Nazionale della Majella, Area Marina Protetta Torre del Cerrano, Parco Naturale Regionale Sirente Velino, Parco Naturale Paneveggio - Pale di San Martino) e il mondo delle imprese e delle professioni.
L'attività sarà suddivisa in cinque unità didattiche e avrà un carattere "itinerante". Le sedi didattiche saranno rappresentate da: Pietracamela (TE), nel Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga; Pineto (TE), sede del Consorzio area marina protetta Torre del Cerrano; Civitella Alfedena (AQ), nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise; Paneveggio (TN), nel Parco Naturale Paneveggio Pale di S. Martino, oltre a Teramo, sede dell'Università organizzatrice. Numerose facilitazioni per il soggiorno sono offerte dalle Istituzioni locali e dagli Enti Parco ospitanti.
La scadenza delle domande per concorrere all'ammissione è fissata al 14 marzo 2014 e la quota di iscrizione è di 1.850 Euro. Le lezioni inizieranno nel mese di marzo e termineranno nel mese di luglio 2014. A fine ottobre è prevista la discussione della relazione finale del Master. Anche per questa edizione saranno disponibili varie borse di studio a rimborso totale o parziale della spesa di iscrizione.
Il Master può essere utile per attivare percorsi lavorativi mediante contratti di Apprendistato di alta formazione e ricerca altamente incentivati da normative sul lavoro nazionali (D.lgs 167/2011, L. 99/2013, Bando FIXO) o regionali. Per maggiori info sul contratto di apprendistato contattare lo Sportello placement dell'Università:
orientauscita@unite.it
Per scaricare il bando e i documenti di ammissione, nonché per l'aggiornamento sulle offerte di borse di studio, fare riferimento alla sezione Offerta formativa 2013/14 del sito dell'Università degli Studi di Teramo www.unite.it
Per ogni altra informazione contattare direttamente la Segreteria del Master: mastergeslopan@unite.it
Il Master è anche su Facebook (Geslopan Unite e Master e Master GESLOPAN Università degli Studi di Teramo).

lunedì 10 febbraio 2014

L’uccellino raro che è migrato al contrario: il Luì di Pallas avvistato all'Aquila.


Si tratta di un Luì di Pallas: deve aver volato 6.000 km in direzione sbagliata. È il 15esimo avvistamento assoluto in Italia
Ha invertito la rotta e dalla Siberia centrale è arrivato in Abruzzo, dalle parti del laghetto artificiale di Vetoio (L’Aquila), invece che in Cina o magari in Indocina dove l’istinto avrebbe dovuto condurlo. Sta richiamando l’attenzione deibirdwatcher di mezza Italia un piccolo ma tenace esemplare di Luì di Pallas, un uccelletto migratore che per errore ha fatto la migrazione al contrario. Un evento raro. In Europa, d’inverno, capita di vederlo qualche volta in Gran Bretagna. Ma in Italia si tratta del quindicesimo avvistamento in assoluto (il primo a Ventotene nel 1992 e l’ultimo a Marano Lagunare, in provincia di Udine, lo scorso aprile).
6.000 KM «CONTROMANO» - Sono in tanti a chiedersi come è possibile che questo scricciolo di uccello canoro - il nome iniziale Luì deriva dal suo caratteristico verso mentre la seconda parte (Pallas) ricorda il naturalista tedesco Peter Simon Pallas che lo scoprì in Siberia nell’Ottocento – abbia potuto percorrere, sfidando le intemperie, più di seimila chilometri nella direzione opposta a quella delle migliaia di compagni che ogni anno si mettono in viaggio alla volta del Pacifico.
BRILLA ED È IPERCINETICO - «Probabilmente si è sbagliato – spiega Vincenzo Dundee, l’ornitologo aquilano che lo ha avvistato casualmente un paio di settimane fa tra i salici del laghetto abruzzese imbiancati di neve – Ha effettuato la migrazione al contrario e invece che ad est, verso il caldo, si è diretto ad ovest. È molto piccolo, pesa tra i cinque e gli otto grammi ed è ipercinetico. Quando c’è il sole, è uno spettacolo osservarlo perché brilla e non sta mai fermo. Io l’ho riconosciuto dal caratteristico sopracciglio. In tanti sono venuti a vederlo, persino da Bolzano e Siracusa. Altri sono arrivati da Roma e da Firenze. Ma a primavera ci lascerà perché deve tornare in Siberia».
IL CALEIDOSCOPIO - Nonostante sia lungo appena dieci centimetri, il Luì di Pallas (nome scientifico, Phylloscopus proregulus) è un caleidoscopio di colori: ha parti superiori verdastre e parti inferiori bianche e groppa giallo limone. Ma nel mondo del birdwatching italiano è la rarità delle sue apparizioni Il Luì di Pallas a renderlo così speciale. Due anni fa, a Treviso, attirò l’attenzione di ornitologi dall’intero Paese e diventò una specie di attrazione turistica.
CAMBIAMENTI CLIMATICI O GENI? - Molti ancora gli interrogativi sul perché di queste migrazioni inverse. Secondo alcuni zoologi, la causa potrebbe risiedere anche nei cambiamenti climatici: questo spiegherebbe perché gli avvistamenti in Italia, negli anni, siano sensibilmente cresciuti (
quattro in tre anni secondo il sito www.ebnitalia.it) pur restando rari. C’è invece chi sostiene, nel caso dell’esemplare avvistato a L’Aquila, che la direzione sia scritta nelle informazioni genetiche ricevute da qualche antenato che aveva già sperimentato rotte alternative nell’Europa occidentale. «O forse è stata semplicemente una bufera ad avergli fatto perdere la strada, chissà – dice Lorenzo Petrizzelli, l’ornitologo che insieme a Dundee osserva e fotografa da giorni il piccolo uccello -. Sono migliaia gli esemplari che scendono dalla Siberia e può accadere che qualcuno si perda».
http://www.corriere.it/foto-gallery/animali/14_febbraio_10/lui-pallas-italia-si-visto-solo-15-volte-e7ba5cc2-9230-11e3-b1fa-414d85bd308d.shtml#2