venerdì 28 marzo 2014

FESTA DELL'ALBERO A LUCOLI PER RECUPERARE I LUOGHI ED IL PAESAGGIO


Gli alberi, comparsi sulla Terra circa 300 milioni di anni fa, costituiscono un elemento indispensabile dell’ecosistema, per il ciclo della vita, per l’equilibrio climatico e per la sopravvivenza delle specie. Circa 10 mila anni fa, finita l’ultima glaciazione, l’Italia era abitata da non più di 30-35 mila persone e, il bosco ricopriva quasi l’intera penisola. Con l’aumento della popolazione e il fiorire della pastorizia e dell’agricoltura, iniziò in modo sistematico l’uso del legno e la conseguente diminuzione del patrimonio boschivo. 
Nel 1951 il Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste stabiliva che la "Festa degli alberi" si dovesse svolgere il 21 Novembre di ogni anno, con possibilità di differire tale data al 21 marzo nei comuni di alta montagna.
La Legge del 14 gennaio 2013 n. 10 titolata "Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani" fornisce disposizioni ed un preciso protocollo per la realizzazione della festa dell'albero riconoscendo nel 21 novembre la data di celebrazione.
La FESTA DELL'ALBERO di Lucoli è centrata sul valore del "recupero" sul voler tornare in possesso di ciò che è andato perduto, sulla riacquisizione di una condizione scomparsa, intesa come significato, retaggio storico o culturale.
Sarà celebrato l’albero come aspetto visibile di una cultura sopita: quella contadina. L’albero inteso anche come elemento paesaggistico che possa abbellire le Frazioni di un territorio che cerca di richiamare presenze per non morire.
La piantagione di circa 100 specie da bacca nell’area circostante la Chiesa Rupestre di San Michele risponde ad un stimolo di “restauro” e rivitalizzazione di un patrimonio minore rappresentato dai borghi terremotati del Comune di Lucoli, che sono stati centro di civiltà e di memoria individuale e collettiva.
L’intervento sull’ambiente naturale circostante le due Frazioni vuole anche essere una testimonianza di cultura ambientale, riportando nell’area alberi "antichi" come il “farinaccio” (Sorbo montano) e riproponendo la cultura dell’utilizzo dei frutti minori. Domenica gli organizzatori ed i volontari intervenuti pianteranno simbolicamente alcune specie lungo gli stradelli che portano alla Chiesa di San Michele, concludendo con la visita dell'edificio religioso, chiuso per la maggior parte dei giorni dell'anno.
Interverranno le Autorità locali, il Corpo Forestale della Stazione di Lucoli, rappresentanti dell’ISPRA e dell’Associazionismo ambientale regionale. 
L’iniziativa ha ottenuto una speciale Menzione (Medaglia) dalla Presidenza della Repubblica.


lunedì 24 marzo 2014

FESTA DELL'ALBERO DEL 30 MARZO 2014: I PREPARATIVI!

Ambiente e cultura dell’ambiente sono al centro del progetto di due Associazioni del territorio di Lucoli che si concretizzerà con la Festa dell'Albero del 30 marzo 2014.
Illustrazione del libro di J .Giono "L'uomo che piantava gli alberi"
Cliccare per vedere il film (voce di Toni Servillo). 

"Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall'anima di quell'uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione."
Le Associazioni Amici di San Michele e NoiXLucoli Onlus hanno voluto ridisegnare il paesaggio di alcune porzioni delle Frazioni di Vado Lucoli e Lucoli Alto, inserendo, in modo mirato e concertato con gli aventi diritto, alberi di tradizione antica e dal valore decorativo, volendo così compiere un'azione lungimirante volta alla valorizzazione, al ripristino o alla creazione di un paesaggio perduto, in armonia con i borghi delle due Frazioni e con la Chiesa di San Michele.
Si è voluto salvaguardare il paesaggio reinserendo nell'area alberi di specie autoctone patrimonio culturale della civiltà contadina locale. 
L'intendimento è stato quello di conservare gli aspetti significativi o caratteristici di quel paesaggio, persi nel tempo per lo spopolamento del territorio e/o per l'attività di pascolo intensivo che ha caratterizzato l'economia prevalente di questi luoghi.
Il progetto ha previsto la piantagione di alberi di Sorbo montano (Sorbus aria) detto anche farinaccio (i frutti restano a lungo verdi e cambiano colore progressivamente virando dall’arancione al rosso, un tempo, in periodi di penuria alimentare, erano raccolti, essiccati e ridotti in farina da mescolare a quella del frumento all’atto della panificazione, da quest’usanza si origina il più diffuso nome popolare della pianta “farinaccio”) e di Ciliegi selvatici (Prunus avium). Questi alberi, acquistati di dimensioni grandi per apprezzare subito l'effetto dell'impatto ambientale, sono stati piantati sulle strade per arrivare a Lucoli Alto e Vado Lucoli ed in molti spazi circostanti il pendio della collina ove sorge la Chiesa di San Michele.
Un lavoro che ci vede coinvolti da novembre del 2013: nelle fasi di condivisione, progettazione, richiesta ed acquisto alberi ed ora nella messa a dimora degli stessi che sta avvenendo con un tempo non proprio primaverile.







Questo progetto ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica Napolitano quale premio di rappresentanza per l'evento "Festa dell'Albero a Lucoli" ed ha ricevuto patrocini di pregio del Ministero dell'Ambiente, dell'Istituto Superiore per la Protezione dell'Ambiente, della Regione Abruzzo e del Comune di Lucoli.
Siamo onorati di aver contribuito a fare iscrivere il Territorio di Lucoli nel registro delle onorificenze del Quirinale.


VI ASPETTIAMO TUTTI A VADO LUCOLI IL 30 MARZO 2013 ALLE ORE 10.00 PER LA FESTA DELL'ALBERO!

sabato 22 marzo 2014

FOTO DELLA CERIMONIA DEL 17 MARZO DEDICATA AI CADUTI DI LUCOLI NELLE PATRIE BATTAGLIE.

Si è tenuta a Lucoli, in frazione S Croce, una manifestazione patriottica in ricordo dell’Unità nazionale che ha visto l’inaugurazione di un monumento ai caduti di tutte le guerre. L’evento, che è stato organizzato dall’Accademia Culturale Internazionale San Giovanni Crisostomo e dall’Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea, è stato seguito da una conferenza sul Risorgimento italiano. Sono intervenuti il prof. Davide Adacher, la prof.ssa M. Elena Cialente, il colonnello Carlo Scarsella e il prof. Sandro Cordeschi che ha presentato il libro "Un soldato di montagna" di Giuseppe del Zoppo.
Ringraziamo gli organizzatori per questa iniziativa meritevole che riporta alla considerazione dei contemporanei i caduti del territorio di Lucoli.
NoiXLucoli Onlus era rappresentata dal presidente Gianni Soldati.
Inaugurazione del monumento - foto di Gianni Soldati

Alcuni convenuti: il Sindaco Chiappini, la Signora Properzi con la foto di Alberto Properzi morto sull'Adamello uno dei caduti di Lucoli - Foto G: Soldati

Il convegno con i relatori, tra questi: David Adacher e Sandro Cordeschi - Foto Gianni Soldati

Particolari del monumento - Foto G. Del Zoppo

Foto G. Del Zoppo 
Foto G. Del Zoppo
Foto G. Del Zoppo

Foto G. Del Zoppo

Foto G. Del Zoppo

venerdì 14 marzo 2014

I CADUTI DI LUCOLI NELLE PATRIE BATTAGLIE. DEDICATO A CHI HA COMBATTUTO E CADDE DURANTE LE GUERRE DEL TARDO OTTOCENTO E NOVECENTO NEL GIORNO DELLA FESTA DELL'UNITA' NAZIONALE


Prendiamo spunto dalla "Manifestazione patriottica" organizzata su iniziativa dell'Associazione Italiana dei Combattenti Interalleati col patrocinio, tra gli altri, dell'Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell'Italia contemporanea, oltre che del Comune di Lucoli, che si terrà il 16 marzo p.v. a Santa Croce di Lucoli, per dedicare delle parole alla memoria dei nostri parenti che hanno fatto le guerre del novecento, soprattutto a quelli che non tornarono. Parole che siano come pietre di monito per le nuove generazioni per ricordare gli ideali di pace.
Su iniziativa di Giuseppe Del Zoppo (il postino di Lucoli), delegato dell'Associazione, si è concretizzata "un'idea antica": quella di ricordare i caduti di Lucoli nelle patrie battaglie con delle targhe commemorative. 
Un monumento ideato in forma di tre pennoni, con tre differenti targhe in pietra ed edificato su di un terreno privato della famiglia Fattapposta sarà inaugurato il 16 marzo. 
L'Associazione Combattenti Interalleati, nacque in Francia nel 1905. Durante la guerra del 1915/1918 fu chiesto alla Francia di poter fondare anche in Italia l'Associazione. La richiesta ebbe esito positivo e prese il nome di Associazione Italiana Combattenti Interalleati (A.I.C.I.). Dopo un periodo di assenza in Italia di ogni Associazione, tranne i Combattenti e Reduci, nel 1946 fu ricostituita la nuova Associazione che prese lo stesso nome, in vigore tutt’oggi in Italia, in tutta Europa ed anche in Australia ed in Canada. Peppe Del Zoppo è un suo rappresentante ed ha predisposto molti monumenti in terra d'Abruzzo per ricordare i nostri soldati.

Con questo post vogliamo immaginarci i "ragazzi di Lucoli" sui fronti della Prima Guerra mondiale, della quale ricorrono quest'anno i 100 anni dallo scoppio: il conflitto, cui hanno partecipato 6 milioni di italiani ci costò 750 mila vittime tra militari e civili, con un impegno economico di 157 miliardi di lire.
I giovani di Lucoli, sono da ricordare come tanti altri soldati disperati, preda di paure, attese angoscianti nelle trincee, visioni terrificanti; giovani militari che vivevano tra pidocchi e cascami, dormivano tra i topi e sopravvivevano di ranci improbabili, talvolta sognavano a occhi aperti fissando un cielo stellato, pensando al giorno in cui le risposte sarebbero arrivate. Assieme al sonno, la scrittura era il dialogo con la salvezza: ecco perché tutti, compresi gli analfabeti, si aggrapparono disperatamente alle parole. Scrivevano a casa, dunque, ma anche per il solo piacere di farlo, per ordinare e calmare il pensiero, perennemente attratto dalla paura di non tornare più indietro una volta iniziata la corsa nella terra di nessuno. «La voce, il fiato, l’intelligenza non servono più a nulla in trincea. A cosa poteva servire il coraggio? Magari si era riusciti a “sfuggire” alla morte durante i tanti assalti fatti contro la trincea nemica, si era tornati illesi dalla posa dei tubi di gelatina sotto i reticolati e giustamente ci si sentiva degli eroi; ma all’improvviso arrivava la morte, magari mentre non si “faceva la guerra”, magari mentre si fumava o si scriveva a casa». (tratto dall'opera Vita di Trincea Alessandro Magnifici). 
Ci dobbiamo sentire vicini anche oggi a quella generazione di giovani bruciati nelle trincee, i nostri figli, giovani "contemporanei" di oggi, non sarebbero mai in grado di competere con eventi così duri.
Ricordiamoci della prima guerra mondiale che fu il conflitto che cambiò la scala quantitativa delle vittime di guerra. Mai prima di allora tanti soldati vennero mobilitati (65 milioni) e tanti soldati morirono o restarono feriti e con essi i civili (20 milioni di morti fra militari e civili; 21 milioni di feriti). La Grande Guerra anticipò, almeno in alcune aree d'Europa, il coinvolgimento tragico e deliberato dei civili, che sarebbe diventato la caratteristica distintiva della seconda guerra mondiale. La grande guerra portò l'industria - i prodotti e i metodi - sui campi di battaglia. La guerra industriale alterò i sensi degli uomini, la percezione del mondo: odori, vista, udito vennero sottoposti a sollecitazioni che mai l'umanità aveva provato con tale intensità e concentrazione nello spazio.  Finita la guerra, al termine del 1918, nei paesi vincitori sembrava chiaro tutto: i tedeschi e gli austriaci avevano provocato il conflitto con la loro politica aggressiva. Gli altri si erano difesi. Poi, soprattutto negli ultimi decenni, è prevalsa l'idea del conflitto come tragedia provocata da azioni le cui conseguenze andarono molto oltre le intenzioni dei protagonisti. In questo senso la prima guerra mondiale, nella dinamica dello scoppio e per quanto insegna sulla complessità delle relazioni internazionali e interne ai vari paesi, è assai più interessante della seconda. 
I nostri nonni fecero la guerra: le classi nate negli anni Sessanta del Novecento (con qualche rara estensione nei Settanta) sono le ultime ad aver avuto nonni combattenti nella Grande Guerra. 
Ringraziamo gli organizzatori dell'iniziativa, parteciperemo convinti per porre un rinnovato seme di memoria nella Comunità di Lucoli, che per riconoscersi deve comprendere la profondità delle proprie radici e della sua storia anche con queste iniziative.
I papaveri, simbolo di commemorazione dei caduti di tutte le guerre

Elenco dei militari caduti nella Grande Guerra alcuni nomi di Lucoli


mercoledì 12 marzo 2014

Rethinking predators: Legend of the wolf Predators are supposed to exert strong control over ecosystems, but nature doesn’t always play by the rules. By Emma Marris. LA TEORIA DI COME I CARNIVORI INFLUENZANO GLI ECOSISTEMI.

 Rivista Nature
Rivista Nature 
La teoria esposta nell'articolo pubblicato dalla Rivista Nature illustra la tesi di come i grandi predatori possano esercitare uno stretto controllo sulle popolazioni e sui comportamenti di altri animali,  possono cioè plasmare l'intera rete alimentare degli erbivori. Questa interpretazione è diffusa anche perché supporta le tendenze a voler conservare i grandi carnivori in quanto "specie chiave " per gli interi ecosistemi. 

In 2008, Kristin Marshall was driving through Yellowstone National Park in Wyoming. Marshall, a graduate student at the time, had come to the park to study willow shrubs — specifically, how much they were being eaten by elk.

She pulled to the side of the road and was preparing to hike to one of her study plots when she ran into two sisters from the Midwest, who were touring the park. The women asked what Marshall was doing and she said, “I am a researcher. I am working in that willow patch down there.”
The tourists gushed: “We watched all about the willows on this nature documentary. We hear that all the willows are doing so much better now because the wolves are back in the ecosystem.” That stopped Marshall short. “I didn’t want to say, ‘No, you are wrong, they aren’t actually doing that well.’”
Instead, she said: “The story is a probably a little more complicated than what you saw on the nature documentary.” That was the end of the conversation; the tourists seemed uninterested in the more-complicated story of how beavers and changes in hydrology might be more important than wolves for willow recovery. “I can’t say I blame them,” says Marshall, now an ecologist with the US National Oceanic and Atmospheric Administration in Seattle, Washington. “What you see on TV is captivating.”
On television and in scientific journals, the story of how carnivores influence ecosystems has seized imaginations. From wolves in North America to lions in Africa and dingoes in Australia, top predators are thought to exert tight control over the populations and behaviours of other animals, shaping the entire food web down to the vegetation through a ‘trophic cascade’. This story is popular in part because it supports calls to conserve large carnivores as ‘keystone species’ for whole ecosystems. It also offers the promise of a robust rule within ecology, a field in which researchers have yearned for more predictive power.
But several studies in recent years have raised questions about the top-predator rule in the high-profile cases of the wolf and the dingo. That has led some scientists to suggest that the field’s fascination with top predators stems not from their relative importance, but rather from society’s interest in the big, the dangerous and the vulnerable. “Predators can be important,” says Oswald Schmitz, an ecologist at Yale University in New Haven, Connecticut, “but they aren’t a panacea.”
Predators on top
In the early years of ecology, predators did not get so much respect. Instead, researchers thought that plants were the dominant forces in ecosystems. The theory was that photosynthesis from these primary producers determined how much energy was available in an area, and what could live there. Bottom-up control was all the rage.
Interest in top-down trophic cascades emerged in 1963, when ecologist Robert Paine of the University of Washington in Seattle started to exclude predators from study plots at his coastal research site. He pried predatory starfish off intertidal rocks and hurled them into deeper waters. Without the starfish to control their numbers, mussels eventually carpeted the plots and kept limpets and algae from taking hold in the region. A new ecosystem emerged (see Nature 493, 286–289; 2013).
Source Nature
After this and other aquatic studies, the conventional wisdom in the field was that top-down trophic cascades happened only in rivers, lakes and the sea. An influential 1992 paper1 by Donald Strong at the University of California, Davis, asked: “Are trophic cascades all wet?” As if in answer, ecologists began looking for similar carnivore stories on land.
They soon found them. In 2000, a review2 tallied 41 terrestrial studies on trophic cascades, most of which showed that predation had significant effects on the number of herbivores in an area, or on plant damage, biomass or reproductive output. These studies were all on small plots involving small predators: birds, lizards, spiders and lots of ants.
Research on terrestrial trophic cascades moved to much larger scales with the work of John Terborgh and William Ripple. In 2001, Terborgh, an ecologist at Duke University in Durham, North Carolina, reported3 on dramatic ecosystem changes that came after a dam was built in Venezuela. Flooding from the dam created islands that were too small to support big predators such as jaguars and harpy eagles. The population densities of their prey — rodents, howler monkeys, iguanas and leaf-cutter ants — boomed to 10–100 times those on the mainland. Seedlings and saplings were devastated.
In the same year, Ripple, an ecologist at Oregon State University in Corvallis, published a key paper4 on the most famous, and probably the best-studied, example of a terrestrial carnivore structuring an ecosystem: Yellowstone’s wolves. The ecosystem offered a natural experiment because the US National Park Service had the park’s exterminated wolves (Canis lupus) by 1926 and then reinstated them in the 1990s, after public sentiment and ecological theory had shifted. In 1995, 14 wolves from Alberta, Canada, were introduced into the park. Seventeen from British Columbia followed in 1996. By 2009, there were almost 100 wolves in 14 packs in the Yellowstone area. (That number is now down to 83 in 10 packs.)
During the years when there were no wolves, ecologists grew increasingly worried about the aspen trees (Populus tremuloides) in the park. It seemed that intensive browsing by Rocky Mountain elk (Cervus elaphus) was preventing trees from reaching adult height, or ‘recruiting’. In the early twentieth century, aspen covered between 4% and 6% of the winter range of the northern Yellowstone herd of elk; by the end of the century, they accounted for only 1% (ref. 4).
When Ripple and his co-authors checked aspen growth against the roaming behaviour of wolves in three packs, they found that aspen grew tallest in stream-side spots that saw high wolf traffic. That pattern hinted at an indirect behavioural cascade: rather than limiting browsing by reducing elk populations throughout the park, wolves apparently made elk more skittish and less likely to browse in the tightly confined stream valleys, where prey have limited escape routes (see ‘The tangled web’). A 2007 study5 by Ripple and Robert Beschta, also of Oregon State, seemed to strengthen the behavioural-cascade hypothesis. It found that the five tallest young aspen in stream-side stands where there were downed logs — a potential trip hazard for elk — were taller than the five tallest young aspen in stands away from streams or without downed logs.
Similar evidence of indirect wolf effects emerged from a study of willows. In 2004, Ripple and Beschta found6 that the shrubs were returning in narrow river valleys, where the researchers thought that the chances of wolves attacking elk were greatest.
More recently, Ripple has been documenting the regrowth of cotton­wood trees. “When we look around western North America, we see a big decrease in tree recruitment after wolves were removed. And when wolves returned to Yellowstone, the trees started growing again. It is just wonderful to walk through that new cottonwood forest.”
Tales from trees
But some ecologists had their doubts. The first major study7 critical of the wolf effect appeared in 2010, led by Matthew Kauffman of the Wyoming Cooperative Fish and Wildlife Research Unit in Laramie. When researchers drilled boreholes into more than 200 trees in Yellowstone and analysed growth patterns, they found that the recruitment of aspen had not ended all at once. Some trees had reached adult size as late as 1960, long after the wolves had gone. And some stands had stopped growing new adults as early as 1892, well before the wolves left. The aspen petered out over decades, as elk populations slowly grew, suggesting that the major influence on the trees is the size of the elk population, rather than elk behaviour in response to wolves. And although wolves influence elk numbers, many other factors play a part, says Kauffman: grizzly bears are increasingly killing elk; droughts deplete elk populations; and humans hunt elk that migrate out of the park in winter.
When Kauffman and his colleagues studied7 aspen in areas where risk of attack by wolves was high or low, they obtained results different from Ripple’s. Rather than look at the five tallest aspen in each stand, as Ripple had done, they tallied the average tree height and used locations of elk kills to map the risk of wolf attacks. By these measures, they found no differences between trees in high- and low-risk areas.
Questions have also emerged about the well-publicized relationship between wolves and willows. Marshall and two colleagues investigated the controls on willow shrubs by examining ten years’ worth of data from open plots and plots surrounded by cages to keep the elk out. Her team found8 that the willows were not thriving in all the protected sites. The only plants that grew above 2 metres — beyond the reach of browsing elk — were those in areas where simulated beaver dams had raised the water table.
If beavers have a key role in helping willows to thrive, as Marshall’s study suggests, the shrubs face a tough future because the park’s beaver populations have dropped. Researchers speculate that the removal of wolves in the 1920s allowed elk to eat so much willow that there was none left for the beavers, causing an irreversible decline.
“The predator was gone for at least 70 years,” says Marshall. “Removing it has changed the ecosystem in fundamental ways.” This work suggests that wolves did meaningfully structure the Yellowstone ecosystem a century ago, but that reintroducing them cannot restore the old arrangement.
Arthur Middleton, a Yale ecologist who works on Yellowstone elk, says that such studies have disproved the simple version of the trophic cascade story. The wolves, elk and vegetation exist in an ecosystem with hundreds of other factors, many of which seem to be important, he says.
Dingo debate
Another classic example of a trophic cascade has come under attack in Australia. The standard story there is that the top predator, the dingo (Canis lupus dingo), controls smaller introduced predators such as cats and foxes, allowing native marsupials to thrive. But Ben Allen, an ecologist at the Department of Agriculture, Fisheries and Forestry in Toowoomba, has compared9 areas where dingoes are poisoned with areas where they are left alone, and found no difference in marsupial abundance. He is quite cynical, he says, about “this idea that top predators are wonderful for the environment and will put everything back to the Garden of Eden”.
Allen’s opponents counter that he has failed to show that the poisoning regimens actually reduce dingo population densities. Chris Johnson, an ecologist the University of Tasmania in Hobart, says he is “very critical” of Allen’s experimental design and methods. The dingo effect is real, says Johnson.
Ripple is not worried about these debates, which he views as quibbling over details that do not undermine the overall strength of the tropic-cascade hypothesis. In fact, when he published a major review10 this year of the effects that predators exert over ecosystems, he left out studies critical of the wolf and dingo trophic-cascade theories; he says that there was no room for them in the space he had to work with. Ripple is particularly concerned with documenting the impacts of Earth’s top carnivores because so many are endangered. “We are losing these carnivores at the same time that we are learning about their ecological effects,” he says. “It is alarming, and this information needs to be brought forth.”
The debate has been harsh at times, but in quieter moments the different factions all tend to talk in similar terms about the great complexity of ecosystems and the likelihood that the truth lies somewhere in the middle. James Estes, an ecologist at the University of California, Santa Cruz, and one of the fathers of the trophic-cascade idea, says that the evidence for cascades mediated by changes in animal behaviour rather than by changes in animal number is “thin”, at the moment — and that many of the effects that have been documented are spotty and badly need to be rigorously mapped out. Still, he adds, “When all is said and done, and everyone is dead 100 years from now, Bill [Ripple] will be closer to right”.
Although Ripple stresses the role of the top carnivores, he agrees they are not the end of the story. “I believe in the combination of top-down and bottom-up, working in unison,” he says. “They are both playing out on any given piece of ground and the challenge will be to discover what determines their interactions and relative effects.”
Schmitz has some thoughts on how to do that. His own smaller-scale work on invertebrates has convinced him that neither bottom-up nor top-down theories adequately capture the story of ecosystems. He is starting to look at the middle players, such as elk, beavers and grass-eating grasshoppers. These herbivores, he says, integrate influences from both the top (such as predation pressure) and the bottom (such as the nutritional quality of plants). “It is not really bottom-up or top-down but trophic cascades from the middle out,” he says. “That is where we will evolve. It is knowing what the middle guy is going to do that gives you the predictive ability.”
It remains to be seen whether theories such as this middle-out idea will grip researchers and the public as much as the theory of top-down cascades. Many researchers have doubts. They worry that tales of predators shaping their ecosystems are so attractive that they have unrivalled control over discourse. “Everyone likes to think of the big wolf or the big bear looking after the environment,” says Allen. 

“We do love a good story.”Nature 507, 158–160 (13 March 2014) doi:10.1038/507158a
RESUME IN FULL TEXT OF ARTICLE journal Nature

venerdì 7 marzo 2014

LA CULTURA DEL CIBO. 13 MARZO 2014 A L'AQUILA.


L'ASSOCIAZIONE PRO NATURA L'AQUILA HA ORGANIZZATO UNA CONFERENZA SULLA CULTURA DEL CIBO.

Il Prof. Mauro Bologna tratterà, insieme ad altri relatori appassionati cultori di quel variegato ed abbondante bagaglio fatto di sapienza tramandata, di gusto sviluppato negli anni, della cultura del cibo.
L'incontro del 13 marzo vuole alimentare la cultura del cibo per riflettere anche sulla qualità del cibo e della vita (i due concetti sono l’uno padre dell’altro). Si parlerà di “provenienza”, di "stagionalità", di "tradizione" si cercherà di riattualizzare il nostro gusto per i sapori semplici e naturali.
La cultura del cibo può essere impopolare, fastidiosa, destabilizzante e pericolosa, per chi produce il cibo di cui si parla tanto oggi, quei prodotti fuori stagione e territorio che si portano dietro uno strascico mediatico derivato, che produce il vuoto culturale (ci riferiamo al cibo spazzatura, al cibo dietetico, ai prodotti dimagranti, ai prodotti precotti, confezionati, fortificati, ecc.).
L'incontro vuole anche alimentare quella tendenza che riporta il cibo da fattore di sopravvivenza a medium culturale di un territorio, alimentando nei partecipanti/consumatori la voglia di conoscerne la provenienza e dunque i luoghi, la storia, la tradizione che sono dietro ogni prodotto agroalimentare e dietro ogni preparazione gastronomica.
Un incontro che vuole quasi contrastare il fenomeno della globalizzazione del gusto, che ha tolto radici e identità a molti alimenti, ha trasformato, velocizzato e industrializzato i processi produttivi e di conseguenza ha appiattito i consumi. E questo con buona pace della biodiversità, dei saperi contadini e delle abitudini alimentari.
NoiXLucoli Onlus con il suo progetto del Giardino Botanico della Memoria realizza, dal 2010, un'attività di ricerca sulla frutta antica, coltivando piante da frutto selezionate e provenienti da vecchie attività agricole dell'Abruzzo, il nostro lavoro si rivela importante per il mantenimento della biodiversità locale.
Vi invitiamo a partecipare alla conferenza che sarà animata da interventi di carattere ora storico, filosofico e anche poetico a cui faranno eco risposte scientifiche.
L'attore Claudio Marchione leggerà brani tratti da testi antichi, relativi a prodotti autoctoni. La serata si concluderà l'antica Trattoria Locanda Urbani, Via Umberto I, 89 a Poggio Picenze, all'insegna di un menu che prevede un vero pasto contadino con ingredienti locali di filiera corta, prodotti secondo antiche tradizioni, al costo di 25€.

martedì 4 marzo 2014

Tavola rotonda: Strategie di Conservazione dell'Orso bruno marsicano. Roma, 4 marzo 2014


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"E' innegabilmente il simbolo dell'integrità, della pace, libertà e bellezza delle nostre montagne.
Al di là delle leggi nazionali ed internazionali che lo tutelano l'Orso bruno, ed in particolare la popolazione di Orso bruno marsicano dell'Appennino centrale è per tutti gli italiani che amano la natura l’animale da salvare.
Protetto e scelto a simbolo del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, l’Ursus arctos marsicanus viene studiato e monitorato da anni da valenti ricercatori dell'Università di Roma, che hanno analizzato lo status e la salute della popolazione dal punto di vista genetico e formulato le necessarie raccomandazioni per la sua conservazione a lungo termine, che hanno trovato spazio, sotto l'egida del Ministero dell'Ambiente, nella stesura di un Piano di Azione nazionale per la Tutela dell'Orso bruno marsicano, che oggi conta circa 40 esemplari allo stato libero.
Questo impegno ha visto la fondamentale partecipazione, tra gli altri, degli esperti dell’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale, del Servizio Scientifico del Parco Nazionale d’Abruzzo, del Corpo Forestale dello Stato e, non ultimo, del WWF Italia, che da anni sostiene con le sue campagne di sensibilizzazione la salvaguardia di questi animali.
Malgrado questi sforzi, l'Orso bruno marsicano è a tutt'oggi ad alto rischio di estinzione. Anche di recente, alcuni soggetti sono stati trovati uccisi, vittime dell'ignoranza e della barbarie umana; il territorio in cui questi animali possono vivere in libertà e sicurezza è limitato; l'eventualità di epidemie o di altri imprevedibili eventi crea motivate ragioni di preoccupazione per la sopravvivenza di una popolazione, in fondo così limitata numericamente. In questo quadro, negli ultimi mesi sono state avanzate ipotesi di intervento con tecniche di conservazione ex situ – captive breeding e/o crioconservazione del seme – da parte della Società di Storia della Fauna “G. Altobello”, che hanno suscitato reazioni più o meno positive fra gli scienziati e gli appassionati della materia.
Nella consapevolezza che la conservazione delle specie minacciate può essere perseguita con successo solo unendo le forze di tutti coloro che intendono sostenerla e di quanto sia importante lanciare messaggi chiari ed univoci, ma soprattutto validi sul piano scientifico, sia al grande pubblico che alle Istituzioni, il Museo Civico di Zoologia di Roma ha organizzato una Tavola Rotonda, in cui tutte le parti interessate potranno avere l’opportunità di confrontarsi.
L'evento ha trovato ispirazione ed incoraggiamento non solo da parte dello stesso Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, ma anche dell’Unione Italiana Zoo ed Acquari, che da anni sostiene attraverso attività di educazione e di raccolta fondi la conservazione di questo fantastico mammifero e che coopera con il Progetto Europeo di Conservazione dell’Orso bruno, i cui coordinatori parteciperanno al dibattito con l'apporto della loro preziosa esperienza.

Interverranno (in ordine alfabetico):
Luigi Boitani (Università di Roma “La Sapienza” e Comitato Direttivo SSC/IUCN)
Massimo Capula (Museo Civico di Zoologia e Comitato Scientifico WWF Italia)
Paolo Cavicchio (Giardino Zoologico “Città di Pistoia” e European Association of Zoo and Wildlife Veterinarians)
Paolo Ciucci (Università di Roma “La Sapienza” e Comitato Direttivo Progetto Life ARCTOS)
Eugenio Duprè (Ministero Ambiente, Comitato Tecnico Scientifico Network Nazionale per la Biodiversità)
Dario Febbo (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise)
Barbara Franzetti (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)
Leonardo Gentile (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise)
Spartaco Gippoliti (Primate Specialist Group della SSC/IUCN)
Corradino Guacci (Società di Storia della Fauna “Giuseppe Altobello”)
José Kok (Fondazione Alertis, Amsterdam; Studbook dell’Orso Bruno Europeo; EAZA Bear TAG e Bear International)
Lydia Kolter (Università di Colonia e Giardino Zoologico di Colonia; EAZA Bear TAG; Studbook dell’Orso Bruno dagli occhiali; Bear Specialist Group SSC/IUCN)
Anna Loy (Università degli Studi del Molise)
Marco Panella (Ufficio Biodiversità del Corpo Forestale dello Stato)
Massimiliano Rocco (WWF, Progetto Life ARCTOS)
Cesare Avesani Zaborra (Parco Natura Viva e Unione Italiana Zoo ed Acquari)".
 
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VANNO BENISSIMO TUTTE LE AZIONI DI SENSIBILIZZAZIONE COME LE TAVOLE ROTONDE MA SI FACCIA CONCRETAMENTE QUALCOSA PER NON VEDERE PIU' QUESTE SCENE.
Giovane orso di tre anni investito sull'A24 presso lo svincolo di Tornimparte - 25 aprile 2013