giovedì 28 gennaio 2016

IL 2016 E' L'ANNO ONU DEI LEGUMI. L'ABRUZZO HA UNA IMPORTANTE NICCHIA DI RIFERIMENTO


L’ONU ha deciso che il 2016, per tutto il mondo, sarà l’anno internazionale dei legumi. Un prodotto della terra, questo, che ha molte potenzialità e che non tutti conosciamo veramente. Per esempio, quanti di noi pensano che tutti i fagioli siano in genere dei legumi? E invece non è vero, non lo sono. I legumi sono: lenticchie, ceci e fagioli grossi (della specie Phaseolus Vulgaris). Non rientrano nella categoria, invece, fagioli freschi e piselli nè i famosi semi di soia che tanto vanno di moda. Imparato questo, ora vediamo perchè val la pena di dedicare un anno intero ai legumi. Primo, per la loro importanza storica: ci nutrono da 10.000 anni! Poi per la ricchezza del loro nutrimento. Possono sostituire benissimo la carne, ci danno energia e non fanno ingrassare anzi… combattono colesterolo e diabete! Fanno anche bene contro i disturbi coronarici e combattono il rischio di cancro. Non hanno glutine, sono ricchi di fibre e di aminoacidi. Contengono sostanze come calcio, magnesio, potassio e zinco e vengono usati anche nelle terapie di integrazione del ferro. I Paesi principali produttori, nel mondo, sono India, Nigeria, Cina e Canada. Il 75% del cibo nei Paesi più poveri viene dai legumi e le ricette non mancano.
In Abruzzo aumenta, anzi raddoppia ad oggi, la produzione di ceci, pressocché stabile quella delle lenticchie e si mantiene anche la produzione dei fagioli. E' un boom di leguminose ad inaugurare l'anno proclamato dall'Onu "anno internazionale dei legumi", la cui coltivazione spesso concentrata nelle zone interne con benefici effetti sulla salute del consumatore in quanto questi preziosi alimenti contribuiscono ad abbassare i livelli di colesterolo e, uniti ai cereali, forniscono all'organismo delle proteine complete.
L'Italia risulta però particolarmente dipendente dall'estero per i legumi secchi, avendo importato nel 2014 302 milioni di chilogrammi di legumi secchi, principalmente da Russia (68 milioni di kg), Canada (58 milioni di kg) e Cina (41 milioni kg), a fronte di una esportazione pari a poco più di 16 milioni di chilogrammi e di una produzione che oscilla sui 130 milioni di chilogrammi. Importazioni che raggiungono il consumatore in forma anonima, non essendo previsto un sistema di etichettatura obbligatoria di questi prodotti.
L'Abruzzo ha una sua piccola ma importante nicchia di riferimento legati alla territorialità più specifica quali per esempio il cece di Navelli, la lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, il fagiolo tondino del Tavo. A conferma di questo nuovo "appeal" dei legumi, basta pensare che in Abruzzo negli ultimi cinque anni è pressoché raddoppiata la produzione di ceci, che sono passati da 8.675 a 16.600 quintali e da 464 a 941 per numero di ettari coltivati. È aumentata anche la produzione di fagiolo, che è passato da 4.686 quintali a 5.415 quintali prodotti (e da 187 ettari nel 2010 a 197 del 2015), mentre è rimasta invariata la produzione di lenticchie (tra cui si annovera la pregiata specialità di Santo Stefano di Sessanio), che sono pari a 160 quintali coltivati su una superficie di 20 ettari concentrati soprattutto nella provincia aquilana. Con l'aiuto del Professor Aurelio Manzi che ha scritto, tra gli altri libri, "Origine e Storia delle Piante Coltivate in Abruzzo" possiamo vedere per alcune specie a che periodo risalgono le prime tracce di coltivazione.
Nella Regione i primi ritrovamenti archeo-botanici che lasciano ipotizzare la produzione delle Lenticchie, ad esempio, vengono riferite a 5000-6000 anni fa all'insediamento neolitico di Catignano (Costantini, Stancanelli, 1994). Nel Medioevo la lenticchia, descritta come lente, veniva ampiamente coltivata nella regione anche nelle campagne della fascia collinare e costiera, come testimoniano i tanti statuti di comunità rurali redatti in quel periodo. In alcune aree in particolare nell'alto Sangro, la specie venne denominata micula, termine probabilmente derivato dalla voce latina mica che ha il significato di granello. Le aree meglio vocate alla produzione di questo legume erano quelle montane, nello specifico il comprensorio del Gran Sasso, alcune zone della Marsica e il Piano delle Cinquemiglia, in particolare il territorio di Roccapia. Oggi la coltivazione ha un carattere residuale, l'area in cui essa risulta ancora radicata è il settore meridionale del Gran Sasso, in particolare i territori di Santo Stefano di Sessanio, Barisciano, Calascio, Castel del Monte, Castelvecchio Calvisio. Le lenticchie tradizionali di questo territorio sono minute e scure nel tegumento. A Santo Stefano la coltivazione della pianta si spinge a quote molto elevate fin quasi a 1600 m di altitudine, ove viene seminata in piccole vallecole precedentemente spietrate dette scasci. Le lenticchie coltivate ad alta quota non vengono attaccate dai parassiti dei semi. 
Foto Elisa del Moro
Parliamo anche della Cicerchia è un legume tradizionale ed il primo ritrovamento di semi si colloca in un intervallo temporaneo di 6300-4900 anni fa nell'insediamento neolitico di Catignano (Costantini, Stancanelli, 1994). Fino al secondo dopoguerra la cicerchia (Lathyrus sativus), conosciuta in Abruzzo con i nomi di chichirchie oppure ferchie, era una pianta altamente coltivata per il consumo umano. Le cicerchie venivano consumate essenzialmente allo stato secco, bollite in minestre e cucinate con la pasta, raramente venivano mangiati i semi freschi. In alcune aree dell'Abruzzo è ancora in uso la fracchiata, una particolare polenta di colore bianco-verde ottenuta con esclusiva farina di cicerchia, oppure mischiata con quella di frumento ed altri legumi in particolare fava e cece. E' degna di nota la coltivazione che si effettua nel territorio di Castelvecchio Calvisio, nel Piano Buto, uno straordinario comprensorio caratterizzato dalla persistenza, fin dall'Alto Medioevo, dei caratteristici campi aperti. Si cita una grave patologia umana connessa all'uso ripetuto nell'alimentazione umana ed animale sia della cicerchia che di altre specie simili (genere Lathyrus) denominata "crurum impotenza", oggi conosciuta con il nome di latirismo. Le implicazioni sulla salute pubblica furono oggetto di divulgazione nel regno napoletano e, nel 1855 furono emessi provvedimenti per limitare la coltivazione della "dolica", ossia di L. cicera e L. clymenum.
Rispetto al Cece Cicer arietinum L. Finora non sono venute alla luce testimonianze archeo-botaniche relative ala sua coltivazione in Abruzzo, è da ritenere, per induzione, che la sua diffusione nella regione sia antica, probabilmente successiva a quella della lenticchia. La coltivazione del cece nel periodo medioevale e rinascimentale in Abruzzo doveva essere fortemente radicata come si evince da alcuni statuti comunali. Quartapelle (1801) riferisce che nel Teramano erano in uso tre varietà di ceci: bianchi, rossi e negri, questi ultimi ritenuti migliori per il sapore, quantunque nei decenni scorsi i ceci neri, almeno sulle pendici del Gran Sasso, venissero utilizzati per uso animale.

Origine e Storia delle Piante coltivate in Abruzzo - Aurelio Manzi
Vini e liquori particolari: Mosto cotto, vino cotto, centerba, ratafia.
Carni e salumi: Annoia, arrosticini di pecora, capra alla neretese, guanciale amatriciano, micischia, mortadella di Campotosto, porchetta abruzzese, salame dell'Aquila, salsiccia di fegato, salsiccia di fegato con miele, salsiccia sottolio, salsicciotto frentano, soppressata abruzzese, tacchino alla canzanese, tacchino alla neretese, ventricina vastese, ventricina teramana.
Formaggi: Cacio di vacca bianca, caciocavallo abruzzese, caciofiore aquilano, caciotta vaccina frentana, caprino abruzzese, formaggi e ricotta di stazzo, giuncata e giuncatella abruzzese, formaggio pecorino canestrato di Castel del Monte, formaggio pecorino d'Abruzzo, formaggio pecorino di Atri, formaggio pecorino di Farindola, pecorino marcetto o cacio marcetto, ricotta stagionata di pecora e ricotta salata, scamorza abruzzese.
Olio extravergine d'oliva non ricompreso nelle dop: Olio agrumato, olio extravergine delle valli aquilane.
Ortaggi e frutta: Aglio rosso di Sulmona, carciofo vastese o di Cupello, carote dell'altipiano del Fucino, castagna roscetta della valle Roveto, marrone di valle Castellana, cece abruzzese, ciliegie di Raiano e Giuliano Teatino, patate degli altipiani d'Abruzzo, peperoncino secco piccante, peperoncino secco dolce, uva di Tollo e Ortona, olive intosso, mandorle di Navelli.
Conserve e confetture: conserve di pomodoro, cotognata e marmellata di melecotogne, marmellata d'uva o scrucchiata, scapece o conserva di pesce.
Legumi: fagioli a olio, fagioli a pane, lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, ceci di Navelli, cicerchie.
Pane: pagnotte da forno di Sant'Agata, pane cappelli, pane casereccio aquilano, pane con le patate.
Dolci e miele: parrozzo, pizzelle, sfogliatella di Lama, sise delle monache di Guardiagrele, torrone di Guardiagrele, torrone tenero al cioccolato aquilano, bocconotti di Castel Frentano, cicerchiata, confetto di Sulmona, fiadone, miele d'Abruzzo.
Altri prodotti particolari: farro, tartufo d'Abruzzo, zafferano dell'Aquila. mandorle di Navelli.
Tutti i diritti sono riservati.  "Mosaici d'Abruzzo" - "Progetto Pilota sul Paesaggio Rurale" - Misura 412 - attività 3 - Azione A - CIG 4.1.2.3.a.2 - GAL Gran Sasso Velino.
 

giovedì 21 gennaio 2016

MA CHE SUCCEDE A LUCOLI? RIPORTIAMO NOTIZIE SCONCERTANTI DELLA STAMPA.

 

Ultime notizie:


mercoledì 20 gennaio 2016

ASSOCIAZIONE ABRUZZESE DI ROMA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA BASILICA DI SANTA MARIA DEL COLLE A PESCOCOSTANZO. 26 GENNAIO 2016 PALAZZO ALTIERI SEDE ABI.


I nostri soci sono invitati all'evento di presentazione del libro "La Basilica di SANTA MARIA del COLLE" a Pescocostanzo, il gentile invito ci è esteso dall'Associazione Abruzzese di Roma.
  
Un prezioso volume che raccoglie i contributi di importanti studiosi ed è corredato di un ricco apparato di immagini, frutto di una lunga e attenta campagna fotografica realizzata da Luciano D’Angelo e Mauro Vitale.
soffitto della navata centraleIl volume è stato curato da Anna Colangelo, alla quale si devono anche gli studi sulla pittura presente nella Basilica.
A sostenerla è stata l’intera Comunità pescolana, nella persona di Pasquale Del Cimmuto, sindaco che, nel volume, esprime la consapevolezza del patrimonio culturale che gli è affidato e dei valori municipali che ad esso attengono in una emozionata pagina che ricorda, tra l’altro, la figura e l’impegno di “Don Angelo di Janni, custode appassionato, dura eppur gentile presenza, vero nume tutelare della Basilica, pronto a far sacrificio di tutto l’immaginabile per la chiesa, al suo tempo mai troppo sua (come oggi mai troppo nostra)”. La presentazione di Monsignor Angelo Spina Vescovo di Sulmona-Valva che invita a riflettere sui rapporti tra Arte e Religione, e l’introduzione di Lucia Arbace, Direttore Polo Museale dell'Abruzzo, che traccia un quadro culturale della Città, danno avvio ai contributi degli studiosi che nel libro conducono il lettore in uno straordinario viaggio all'interno della Basilica. Questi i contributi:  Francesco Sabatini (Pescocostanzo: arte, economia e società. Passato e presente), Anna Colangelo (La Pittura), Adriano Ghisetti Giavarina (La collegiata Santa Maria del Colle. Le fasi costruttive), Marta Vittorini (La Madonna del Colle) che analizza insieme agli aspetti artistici anche le forme del secolare culto verso la preziosa effige, Floriana Conte (La Madonna di Costantinopoli di Tanzio da Varallo) che ricostruisce l’esegesi, la committenza e le varie collocazioni del dipinto, Vittorio Casale (Fervore d’invenzioni e varietà di tecniche artistiche a Pescocostanzo nei secoli XVII-XVIII) che, infine, evidenzia gli esiti raggiunti dalle cosiddette arti applicate che trovarono a Pescocostanzo scuola ed interpreti di prim’ordine.
Chiude il bellissimo volume l’ampia bibliografia curata da Marta Vittorini.


particolare altare

All'incontro del 26 gennaio p.v. INTERVERRANNO:
Giovanni Sabatini Direttore generale Associazione Bancaria Italiana
Gaetano Basti Direttore editoriale Menabò
Lucia Arbace Direttore Polo Museale dell'Abruzzo
Anna Colangelo Funzionario storico dell'arte Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio
Luciano D'Angelo Fotogrscafo
Roberto Sciullo Sindaco di Peocostanzo
Pasquale del Cimmuto già Sindaco di Pescocostanzo
Angelo Spina Vescovo di Sulmona Valva
Francesco Sabatini Presidente Emerito dell'Accademia della Crusca
Giovanni Legnini Vice Presidente CSM
Modera: Chiara Giallonardo conduttrice Linea Verde
La Basilica di Pescocostanzo
http://www.dabruzzo.it/59-notizie/201-la-basilica-di-santa-maria-del-colle-a-Pescocostanzo
 https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Santa_Maria_del_Colle
LE FOTO DELL'EVENTO
I relatori dell'incontro


La sala della Clemenza di Palazzo Altieri era gremita di partecipanti

 
Il consigliere comunale di Pescocostanzo Monica Le Donne parla in rappresentanza del Comune

mercoledì 13 gennaio 2016

LA "LAUDATO SI'" NON SOMIGLIA AFFATTO A GAIA. Articolo di Robi Ronza.

Campo Felice - foto Roberto Soldati

L'enciclica di Papa Francesco ci chiama a praticare il bene comune: la città e l'ambiente sono la casa comune. 

Viviamo spesso itinerari umani, frammentati e contraddittori. Ognuno cerca di salvarsi nel proprio angolo. Ognuno persegue il proprio interesse. Ma c'è una “salvezza comunitaria”, che parte dall'inclusione dei deboli, preziosa risorsa di ecologia integrale. “E’ questo – ha detto papa Francesco- il tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo”. A tutti, allora, è chiesta una conversione alla costruzione responsabile della casa comune.
Vogliamo proporre una riflessione sull'enciclica riprendendo un articolo di Robi Ronza pubblicato sulla Nuova Bussola Quotidiana. Le bellissime foto del nostro territorio fanno da cornice agli argomenti abilmente sintetizzati nell'articolo.

«L’imperativo ecologico da Gaia a Francesco» era il titolo di un intervento di Salvatore Settis su la Repubblica. Con una sorprendente escursione al di fuori del suo campo di studi, il noto archeologo e storico dell’arte, già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, vi ha sviluppato tesi interessanti per chiunque voglia capire le radici degli equivoci che stanno accompagnando la lettura dell’enciclica Laudato si’ da parte dell’ordine costituito, rigorosamente «laico», della cultura oggi dominante nel nostro Paese. In tema di ambiente, in Italia ma non solo, l’attuale ambientalismo ufficiale si muove tutto all’ombra di due teorie generali affermatesi negli Anni ’60–’70 del secolo scorso. Una fa capo allo storico medioevalista anglo-americano Lynn Townsend White, Jr. (1907 –1987) e alla tesi che egli espose per la prima volta nel 1966 in una famosa conferenza dal titolo "The Historical Roots of Our Ecologic Crisis" (Le radici storiche della nostra crisi ecologica). Secondo Townsend ogni colpa degli attuali problemi ambientali ricade in ultima analisi sul cristianesimo che, distinguendo l’uomo dal resto della realtà vivente e attribuendogli un primato sulla natura, ha posto le premesse per la sua trasformazione in predatore irresponsabile delle risorse della terra. L’altra, nota come “ipotesi Gaia” e formulata per la prima volta nel 1979 dall’inglese James Lovelock nel suo saggio Gaia. A Look to Life on Earth, attribuisce all’orbe terracqueo una capacità di stabile autogoverno fondata sulla selezione naturale dapprima descritta da Darwin, che le attività e la presenza stessa dell’uomo invece intralciano e distorcono. Alla presenza dell’uomo, che è ipso facto inquinante, e al riscaldamento globale che ne deriva, secondo Lovelock Gaia reagirà raffreddandosi fino a provocare una nuova era glaciale. Non ci soffermiamo oltre a descrivere queste due tesi, tanto più che i loro echi nella cultura di massa attuale sono evidenti. Ci limitiamo qui a sottolineare come oggi qualunque cosa si dica in materia va inevitabilmente a stagliarsi sullo sfondo di questi luoghi comuni, e viene “filtrato” in base ad essi. Persino la crisi idrica della città di Messina – notoriamente provocata da carenza non di acqua bensì di adeguata gestione dell’acquedotto della città – diventa per Settis un esempio della presunta carestia d’acqua da cui la terra sarebbe minacciata a causa del riscaldamento globale prossimo venturo. In realtà, sulla terra non manca l’acqua bensì appunto la sua efficiente distribuzione. Pure un continente ufficialmente assetato come l’Africa ha in effetti riserve idriche enormi. Basterebbe sfruttarle come si deve per dissetare a iosa tutta la sua popolazione sia attuale che futura.


Campo Felice: l'uomo elemento inquinante - foto Roberto Soldati 
Citando Jacques Maritain, Settis sostiene che per stornare il pericolo della catastrofe ecologica che incombe sulla terra «è urgente elaborare», al di là di ogni differenza ideologica: «un pensiero comune pratico, uno stesso insieme di convinzioni volte all’azione, innescata dai principi del bene comune e indirizzata alla politica». In questa prospettiva, in una logica che fa venire alla mente "Il padrone del mondo" di Benson, Settis vede un fraterno intreccio fra le tesi di Lynn Townsend White e di James Lovelock da un lato e dall’altro quanto papa Francesco osserva e propone nella sua Laudato si’. Passe-partout di tale alleanza sarebbe la figura di san Francesco d’Assisi che secondo Townsend sarebbe «il più grande radicale della storia cristiana dopo Gesù» perché avrebbe «sostituito l’idea dell’eguaglianza di tutte le creature, uomo compreso, a quella del dominio illimitato dell’uomo sulla natura». 
In realtà, sarebbe bastato leggere i capitoli secondo, terzo e quarto dell’enciclica, dedicati rispettivamente a «Il Vangelo della creazione», «La radice umana della crisi ecologica», e «Un’ecologia integrale» per rendersi conto che siamo di fronte a due visioni completamente diverse della questione. Poi, ovviamente, ci si potrà intendere su qualche comune obiettivo immediato, ma non di certo sulla base di una presunta resa tardiva di Francesco, e della Chiesa con lui, alle idee di Towsend, di Lovelock e dei loro attuali eredi. 
La terra è innanzitutto dimora dell’uomo, è umana dimora nella quale l’uomo non è l’intruso bensì l’unica presenza consapevole e perciò responsabile. Poi deve fare buon uso di tale sua responsabilità, ma questo è un problema che non si risolve negandola bensì facendosene pienamente carico.
Il Giardino della Memoria ed i bambini di Lucoli un incontro per capire che la terra è innanzitutto dimora dell’uomo, è umana dimora nella quale l’uomo non è l’intruso bensì l’unica presenza consapevole e perciò responsabile - foto Emanuela Mariani


Si ringrazia Riccardo Cascioli per il consenso alla pubblicazione.


lunedì 11 gennaio 2016

Public Domain Collections: Free to Share & Reuse. New York Public Library. A book about Lucoli: Abbey St. John the Baptist.




To promote transformative, interesting, and creative new uses of our Digital Collections and data, NYPL is now accepting applications for a Remix Residency program.
A digitized collections are available as machine-readable data: over one million records for you to search, crawl and compute. Check out our
API or download the data from GitHub.
That means everyone has the freedom to enjoy and reuse these materials in almost limitless ways. The Library now makes it possible to download such items in the highest resolution available directly from the
Digital Collections website.
No permission required. No restrictions on use.




Una banca dati digitale di dominio pubblico e gratuita. Lo scopo di questo progetto è stato quello di facilitare la condivisione, la ricerca e il riutilizzo da parte di studiosi, tecnici e utenti di internet di tutti i documenti. La New York Public Library ha pubblicato un ARCHIVIO di 180 mila documenti tra mappe, manifesti, manoscritti, spartiti, disegni, fotografie, lettere, testi antichi messo a disposizione del pubblico in versione digitale. Questa operazione di tecnologia e sensibilizzazione della New York Public Library è stata messa in atto da un team internet.
Già prima di questa iniziativa molti dei materiali erano disponibili per una visualizzazione gratuita attraverso una biblioteca digitale, e alcuni potevano essere scaricati a risoluzioni più basse. Ma nella maggior parte dei casi, per l'immagine ad alta risoluzione, gli utenti dovevano fare una richiesta e pagare una tassa. Ora, oltre alla disponibilità di download ad alta risoluzione, ora è più semplice identificare gli elementi delle collezioni digitali della
biblioteca che sono diventati di dominio pubblico.

In questa banca dati c'è anche L'ABBAZIA DI SAN GIOVANNI BATTISTA di Lucoli attraverso il libro sul suo restauro scritto dall'Ingegner Renzo Mancini. Il libro non è scaricabile ma è presente nella biblioteca.
Siamo contenti ed onorati di questa attenzione al territorio di Lucoli ed ai suoi beni storico architettonici. Segue il link per accedervi.

martedì 5 gennaio 2016

Quanti lupi ci sono in Italia? Un recente studio svela finalmente i loro numeri. Marco Galaverni and Romolo Caniglia work about Wolves



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Provocatoriamente riteniamo che non ci sia un senso nel ricercare il numero della popolazione dei lupi.
I lupi saranno sempre troppi per gli allevatori e pochi per i conservazionisti. 
Detto questo il numero di lupi è aumentato sensibilmente grazie ad una serie di fattori come le leggi nazionali ed internazionali di conservazione, l’aumento delle aree selvatiche a disposizione e la conseguente crescita delle loro prede naturali. 
Noi siamo convinti che il lupo può veicolare turismo. Sono molte infatti le persone sensibili ai temi dell’ecologia che non solo non temono l’incontro col lupo ma lo auspicano. Ci sono intere famiglie che, armate di cannocchiali, macchine fotografiche, assieme a guide esperte, percorrono molti sentieri dell’appennino alla ricerca del re dei boschi. Dunque, lungi dall’essere una disgrazia, il lupo, se accettato come risorsa, può favorire il turismo ecologico attento alle tematiche ambientali e al rispetto della biodiversità. Del resto, la maggiore ricchezza, del territorio di Lucoli è rappresentata dalla bellezza del paesaggio, l’aria pulita, la biodiversità ed i paesaggi montani. La valorizzazione di queste peculiarità può essere strategica anche per alimentare l’economia (sostenibile) di quest'area.
Un recente studio condotto all’ISPRA da Marco Galaverni, Ettore Randi e altri ricercatori dell’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale ci svela finalmente quanti lupi ci sono in Italia: tra 1.269 e 1.800 nel periodo 2009-2013, una cifra probabilmente sottostimata. Per la precisione, si stimano 57-89 lupi sulle Alpi, 1.037-1381 sull’Appennino centro-settentrionale e 175-330 sull’Appennino meridionale. La regione con più lupi è la Toscana (282-328 individui), mentre l’unica regione in Italia continentale dove non se ne è sinora registrata ufficialmente la presenza stabile è il Trentino Alto Adige, ad eccezione del branco condiviso con la Lessinia, attribuito al Veneto. Nessun lupo in Sicilia e in Sardegna. Le cifre mostrate in questi dati sono circa il doppio di quelle riportate in uno studio precedente (600-800) relative al periodo 2006-2011, e mostrano un trend positivo rispetto ai 100 lupi circa, tutti arroccati sull’Appennino meridionale, stimati negli anni Settanta-Ottanta.
Ottenere queste stime a livello nazionale, spiega tuttavia Marco Galaverni, collaboratore di ricerca all’ISPRA, non è stato semplice, perché di solito gli studi vengono condotti a livello locale. Per ottenere stime generali i ricercatori hanno consultato 20 studi scientifici e 241 dati del database del programma Natura 2000, combinando il numero di individui riportato in ciascuno studio con i valori ottenuti moltiplicando il numero di branchi per il numero medio di lupi in un branco. “Questo naturalmente crea delle incertezze”, dice ancora Galaverni, “perché le stime dipendono dalla disponibilità di studi (molto pochi, ad esempio, in Italia meridionale), dalla loro qualità e dai metodi applicati in ciascuno studio, ma ne abbiamo tenuto conto con l’ampia differenza tra numero minimo e numero massimo”.
Perché bisogna contare i lupi e non le pecore
Questo studio ci da due indicazioni fondamentali: la prima è che le valutazioni precedenti erano sottostimate, e la seconda è che il numero di lupi è effettivamente in aumento spontaneo. Da numerosi studi di genetica condotti principalmente da Romolo Caniglia presso il laboratorio di genetica dell’ISPRA, emerge infatti che il patrimonio genetico dei lupi italiani può essere qualche volta inquinato dal DNA di cani con cui si incrociano, ma si esclude nel modo più totale l’immissione in natura di lupi di altre origini, per cui la ripresa è dovuta esclusivamente ai lupi stessi e all’efficacia delle azioni di protezione e conservazione di questa iconica specie, la cui perdita sarebbe stata un danno per tutto l’ecosistema.
I branchi di lupi, infatti, spiega ancora il ricercatore bolognese, tengono sotto controllo le popolazioni di caprioli e soprattutto di cinghiali sull’Appennino, quindi sono benefici nel selezionare gli individui deboli. “Contrariamente a quel che si pensa”, dice, “sparare ai lupi è spesso controproducente perché l’eliminazione di un alfa fa perdere al branco le tecniche di caccia a livello culturale, per cui il resto del branco è costretto a ripiegare su animali di allevamento, prede molto più semplici”.
Ciononostante, il livello di morte per cause legate all’uomo come investimenti o bracconaggio si pensa sia molto alto, sebbene manchino stime ufficiali. Dal progetto Lupo Piemonte è emerso ad esempio che, su una popolazione di circa 80 lupi, 12 sono morti a causa di attività umane tra il 2011 e il 2012, mentre in Maremma nel 2014 almeno 13 lupi, su una popolazione di 30 individui, sono stati illegalmente uccisi.
Quando il troppo è troppo?
Resta da capire però se 1.800 lupi siano “troppi”, come sostengono gli allevatori e i cacciatori, oppure no. Dal punto di vista ecologico Marco Galaverni ritiene non abbiano ancora raggiunto il numero massimo che l’ambiente può ospitare.
Dal punto di vista sociale invece “troppo”, come nel caso degli orsi, dipende dalle attività umane e dalla soglia di accettazione, data soprattutto dalla capacità di chi si occupa della conservazione di questa specie di prevenire e ammortizzare gli scontri, soprattutto nelle zone di nuova colonizzazione.
I rimborsi per i danni, ad esempio, sono affidati alle singole regioni, che hanno procedure diverse: alcune sono più “virtuose”, stanziano fondi significativi ed elaborano piani di prevenzione lavorando fianco a fianco con gli allevatori. Altre invece hanno reso la richiesta di rimborsi molto lenta e burocratica affidandola ad assicurazioni private, e questa è probabilmente una delle cause di minore tolleranza della specie. Occorrerebbe probabilmente un nuovo piano di gestione nazionale che indichi sia come alzare la soglia di tolleranza e minimizzare gli scontri, sia come stimare sul campo le variazioni numeriche a livello nazionale, come avviene ora in Svezia, in modo da assicurare il benessere sia delle attività da reddito umane sia la prosperità di questa specie troppo spesso fonte di ingiuste credulonerie popolari.
National Geographic - Articolo di Lisa Signorile. 
http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2015/10/25/news/uno_nessuno_centomila_quanti_lupi_ci_sono_in_italia_-2817615/


I lupi di Campo Felice testimonianza e foto di Rossano Soldati.


Foto Rossano Soldati


Foto Rossano Soldati

"Da tempo cercavo questo branco e non è la prima volta che lo incontro. Di solito gli incontri sono casuali. Una volta mi è capitato di notte. Sulla strada per Roio, sul bordo della strada si vedevano solo gli occhi rossi riflessi dalla luce dei fari. Molto spettrale, molto suggestivo. In un'altra occasione sempre di notte a pochi metri di distanza si sentivano guaiti e mugolii del branco in mezzo agli alberi. Qualcuno certamente vorrà sapere cosa si prova trovandosi faccia a faccia con un branco di lupi. Impossibile rispondere alla domanda senza sapere prima come ognuno di noi si pone di fronte alle manifestazioni naturali delle cose. Il lupo nella mente umana è sinonimo di fascino e paura. Ora sta ad ognuno di noi stabilire quale dei due concetti è prevalente. Bisogna decidere quale è il nostro rapporto con l'ambiente. E' questo che condiziona le emozioni, le reazioni di fronte a qualsiasi manifestazione della natura. 
Premetto che il primo gennaio mattina, come altre volte in precedenza, ero partito con la volontà di trovare questo branco cercando di capire le loro esigenze rispetto al periodo ed i luoghi. So da tempo dove dormono, dove si rifugiano, i luoghi che frequentano. Conosco la loro base o forse è più corretto dire "le basi", da cui poi si spostano nel raggio di alcuni km. alla ricerca di cibo. Questo non significa che l'incontro è premeditato e quindi perde il fascino della sorpresa. L'incontro è sempre straordinario. Poi, in un rincorrersi di attimi frenetici, l'aria si ferma e percepisci un magnetismo che ti avviluppa e prende il comando di quei pochi attimi che ti restano per capire se sei in un sogno o nella realtà. percepisci la presenza ed è in questi attimi indefiniti che si crea o non si crea un filo diretto con le cose. In un attimo devi decidere se stai da una parte o dall'altra. Percepisci che qualcuno ti osserva, che è più furbo di te. Avrebbe potuto scegliere se fuggire, allontanarsi o magari per qualche motivo, che non sai ti fa capire che è più forte di te e vuole capire chi sei e cosa vuoi. Il modo in cui si svolgono le cose, i tempi mi dicono che non c'è ostilità è tutto tranquillo. ognuno sta al posto suo e rispetta l'altro senza timori. L'uomo da una parte e la natura purtroppo, dall'altra. Un monito imperativo? Forse. 
La popolazione ricorrente di lupo sul territorio di Lucoli, a mio giudizio, si aggira su ca 15/ max 20 esemplari. Una media sostenibile, sarebbe di circa una coppia ogni 100 kmq. E' bene anche sapere che non si può parlare di presenza o di lupi stanziali a Lucoli. I lupi si spostano sistematicamente su grosse superfici e frequentano maggiormente quelle dove trovano più cibo. 
Sul nostro territorio frequentavano un tempo la vecchia discarica dell'Arco. Ora si vedono con una certa frequenza a rovistare nei bidoni della spazzatura".

Marco Galaverni and Romolo Caniglia work about Wolves
Large carnivores in Italy and other European countries are protected by law to ensure their long-term conservation. Estimates of abundance and demographic trends of their populations are crucial for implementing effective conservation and management strategies. However, it is challenging to obtain basic demographic parameters for elusive species such as the wolf (Canis lupus). Monitoring wolf populations by standard field methods or non-invasive genetic approaches requires huge human efforts and may be exceedingly expensive on a nation-wide scale. Aiming to obtain a first approximate estimate of wolf distribution and abundance in Italy, we developed a systematic review procedure to analyze published data obtained from a variety of sources. We deduced relevant information on wolf presence and numbers from 20 peer-reviewed studies or official reports, and from 241 Standard Data Forms of Natura 2000 sites in Italy, referring to the period 2009–2013. We estimated the species abundance by combining the number of individuals reported in each study area with the values obtained by multiplying the estimated number of packs for the average pack size. Comparing our estimates with those previously reported, we evaluated the qualitative trend of the population for each of the two management units: Alps and Apennines. Results showed the occurrence of approximately 321 wolf packs in Italy, corresponding to 1269–1800 wolves, possibly still underestimated. The Apennine sub-population seems to be almost the double in size (with ca. 1212–1711 wolves in the period 2009–2013) compared to previous estimates (600–800 wolves between 2006 and 2011). The Alpine sub-population, despite its ongoing eastwards expansion, appears rather stable (with 57–89 wolves). Overall, the current wolf population size and trends seem favorable, although the species is still locally threatened by widespread poaching and accidents. These results represent the first estimate of abundance for the whole Italian wolf population in the last 40 years. Such information can be used to implement sound conservation strategies, especially in critical human-dominated landscapes, where conflicts with human activities and increasing rates of hybridization with free-ranging domestic dogs call for updated management plans. 

Communicated by: Cino Pertoldi
Marco Galaverni and Romolo Caniglia contributed equally to this work. Electronic supplementary material. The online version of this article (doi:10.​1007/​s13364-015-0247-8) contains supplementary material, which is available to authorized users.
http://link.springer.com/article/10.1007/s13364-015-0247-8#/page-1

Per interessanti articoli sul lupo:
http://www.lifegate.it/persone/news/temiamo-il-lupo-perche-e-troppo-simile-noi
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-77b58d91-cbf0-4d6d-8397-67660fefd7ef.html