mercoledì 27 aprile 2016

"UNA SETTIMANA NON BASTA - VIAGGIO A L'AQUILA CITTA' TERRITORIO". NEI PERCORSI DI ARCHEOCLUB L'AQUILA C'E' ANCHE LUCOLI.

ALCUNE FOTO DELLA GIORNATA
La Dottoressa Di Matteo espone la storia dell'Abbazia di San Giovanni e la sua importanza nell'aquilano


A fine giornata il laboratorio di tessitura della Dottoressa  Assunta Perilli



La visita del Giardino della Memoria del Sisma

Il benvenuto a Vado Lucoli da parte dell'Associazione Amici di San Michele Onlus

Escursione alla Chiesa di San Michele Arcangelo

le panonte


Un momento del pranzo

"UNA SETTIMANA NON BASTA - VIAGGIO A L'AQUILA CITTA' TERRITORIO" IV edizione                                                                                                            

Dal 24 aprile al 01 maggio 2016, si svolgeranno otto giorni di itinerari, incontri e laboratori attraverso il patrimonio storico-artistico e naturalistico della città di L'Aquila e del suo territorio.
In questi itinerari c'è anche Lucoli.
Il programma di quest'anno ha come tema-guida i monasteri e i conventi della città di L'Aquila e del suo contado: "Le vie dei monasteri aquilani" e "Monasteri e lavoro".
Il progetto di Archeoclub dell'Aquila, in collaborazione con l'associazionismo locale, nasce con l’intento di creare itinerari di potenziale offerta turistica con la consapevolezza che a L’Aquila e nel territorio circostante le bellezze artistiche e naturalistiche sono tali per cui una settimana non è sufficiente per apprezzarle tutte. Archeoclub L'Aquila, insieme a "NoiXLucoli Onlus", agli "Amici San Michele Onlus", alle Parrocchie di Lucoli ed a Pro Natura l'Aquila, con il patrocinio del Comune di Lucoli, propone una porzione del programma complessivo di itinerari dedicata a Lucoli.
Ogni giornata che sarà organizzata prevede un programma delle visite guidate, escursioni, conferenze, laboratori e incontri accanto a manifestazioni artistiche quali ad esempio musica, teatro o poesia. Ogni giorno sia le persone del luogo sia i turisti potranno viaggiare per incontrare arte, panorami, paesaggi, storia, musica, poesia, luoghi di grande significato storico o religioso, coniugando tutto questo con escursionismo e passeggiate all'aperto.
"Una settimana non basta" è rivolta non solo ai residenti, che possono scoprire o riscoprire le ricchezze del loro territorio, ma anche ai turisti che per uno o più giorni volessero visitare e apprezzare il comprensorio aquilano e la sua potenziale offerta.
Sabato 30 aprile 2016 è prevista la visita al territorio di Lucoli con tappe presso l'Abbazia di San Giovanni Battista e la Chiesa di San Michele Arcangelo.
L'Abbazia attualmente è cantierata per le attività di restauro e non sarà visitabile, l'illustrazione dei suoi tesori avverrà all'esterno attraverso l'utilizzo di documentazione scritta.
Questo ex monastero venne fondato, o meglio, rifondato nel 1077 dal conte Oderisio di nazione franca, figlio del conte Berardo, appartenente ad un ramo della famiglia dei conti dei Marsi. La vita cenobitica ebbe luogo fino al 1456, anno in cui morì l'ultimo abate regolare eletto dai monaci. In relazione alle non buone condizioni spirituali, morali e materiali del monastero, fu soppresso il cenobio. Da quel momento gli abati elessero la propria dimora nella chiesa di San Giovanni di Lucoli a L'Aquila (ora non più esistente), anziché nella residenza monastica di Collimento, determinando quel distacco tra la popolazione lucolana da una parte e l'abate dall'altro. All'interno dell'Abbazia sono di grande importanza gli affreschi presenti (rinvenuti nell'ultimo restauro) di cui alcuni attribuiti al De Litio. Particolare interesse riveste l'Organo del Farina da Guardiagrele (1569) posizionato sulla parete d'ingresso della navata centrale, come pregevoli sono anche il soffitto ligneo e gli affreschi.
Il complesso di San Giovanni Battista, danneggiato dal sisma del 2009, ed ora in restauro, per le sue peculiarità architettoniche, le valenze artistiche e l'interessante lavoro di restauro a cui è stato sottoposto è risultato al secondo posto in Abruzzo tra i luoghi del Cuore FAI edizione 2012: l'Abbazia si è posizionata 55a su n° 10.173 Luoghi del Cuore rappresentati.
Di seguito il programma della giornata:






Il programma proseguirà con la visita del Giardino della Memoria del Sisma e l'illustrazione della ricchezza delle specie botaniche che vi vegetano utili alla biodiversità. A seguire un bellissimo cammino tra i boschi verso la Chiesa di San Michele Arcangelo a Vado Lucoli, che sarà visitabile per l'occasione.
A seguire il pranzo caldo ed il laboratorio di tessitura.
Ringraziamo i docenti che illustreranno nella giornata le bellezze di Lucoli in ordine di impegno:
  • Dottoressa Giovanna Di Matteo - Storica dell'Arte, già in organico della Soprintendenza BSAE dell'Aquila.
  • Dottoressa Beti Piotto dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - Dipartimento Difesa della Natura NAT BIO www.isprambiente.it.
  • Dottoressa Assunta Perilli - Laureata in Archeologia e studiosa della tessitura http://tessituraamanodiassuntaperilli.blogspot.it/

venerdì 22 aprile 2016

Oggi è la Giornata della Terra: un albero ogni abitante. A Lucoli cominciamo da San Menna.

I Frassini maggiori piantati a San Menna

Il lavoro sotto la pioggia

La piantagione dei ciliegi nelle seconde file

Gli alberi aiutano a combattere il cambiamento climatico perché assorbono la CO2 dalla nostra atmosfera. In un solo anno, un acro di alberi assorbe la stessa quantità di CO2 prodotta guidando un'automobile per 42.000 chilometri. Inoltre assorbono gli odori e i gas inquinanti (ossidi di azoto, ammoniaca, anidride solforosa e ozono) e filtrano il particolato dall'aria intrappolandolo nelle foglie e nella corteccia. Ecco perché per la giornata della Terra, che si celebra oggi, l'invito è quello di piantare alberi ovunque nel mondo, con l'obiettivo di raggiungere i 7,8 miliardi di piante restituite alla Terra.
Noi lo faremo anche a Lucoli piantumando alberi di fronte alla Chiesa di San Menna.
Centinaia di iniziative avranno luogo i tutto il mondo per sensibilizzare i cittadini al rispetto dell'ambiente e raccogliere fondi per la piantumazione di alberi un po' ovunque. Ma intanto proprio oggi si incontrno a New York i rappresentanti di 165 paesi (per l'Italia ci saranno il presidente del consiglio Renzi e il ministro dell'ambiente Galletti) per firmare l'accordo sul clima di Parigi: un passaggio obbligato prima della ratiica che potrà rendere il trattato legalmente vincolante. Negli ultimi giorni si sono uniti alla lista dei firmatari altri due pezzi grossi, responsabili di una bella fetta delle emissioni globali: la Russia e il Giappone.
"Oggi firmiamo un accordo fondamentale per il futuro del Pianeta e da domani dovremo passare ai fatti", ha dichiarato Gian Luca Galletti, ministro dell'Ambiente, intervistato dal giornale Radio della Rai. "Ogni Paese si impegna con azioni all'interno del suo territorio, tenendo presente che gli Stati più poveri sono quelli che soffrono di più gli effetti dei cambiamenti climatici e per questo ci vuole una grande cooperazione. E' questa la forza dell'accordo: la consapevolezza che la sfida ai cambiamenti climatici o si vince tutti insieme o non si può vincere". "L'obiettivo - aggiunge Galletti - è quello di investire ancora di più sulle rinnovabili e il nostro Paese ha già fatto moltissimo in questo senso. Noi - ricorda - abbiamo il 17% di produzione di energie rinnovabili sul totale della produzione. Dobbiamo continuare su questa strada".
 

giovedì 21 aprile 2016

Querce e betulle: ecco gli alberi che abbatteranno l'effetto serra.

Lo studio.
Dall'800 a oggi piantate in Europa più conifere che latifoglie: una scelta, rivela una ricerca, che ha aggravato il riscaldamento globale di ANNA LOMBARDI.
La grande quercia che vive, probabilmente piantata nel 1921, davanti all'Abbazia di San Giovanni Battista a Lucoli
Per fare un albero ci vuole un fiore. Ma se il fiore non è quello giusto e negli ultimi 200 anni abbiamo piantato gli alberi sbagliati? Sì, sbagliati: perché a causa del colore delle loro foglie, accumulano più calore e rilasciano più anidride carbonica: contribuendo al surriscaldamento globale, anziché diminuirlo. Lo sostiene una ricerca appena pubblicata su Science realizzata da un team di studiosi internazionali guidati da Kim Naudts del Laboratorio di Scienze su Clima e Ambiente di Gif-sur-Yvette, in Francia. Studio che analizza com'è stato sfruttato il terreno in Europa negli ultimi 260 anni - a partire cioè dalla rivoluzione industriale e dallo sfruttamento intensivo del legname - fino a sviluppare un modello in grado di calcolare la quantità di carbone, energia e acqua intrappolata o rilasciata dalle foreste.
I risultati sono sorprendenti. Soprattutto perché, in una certa misura, mettono in crisi il concetto dato per assodato, che le foreste mitigano sempre gli effetti del riscaldamento globale. "Le cose", scrivono gli studiosi nella prefazione della ricerca, "sono più complesse. I risultati positivi si ottengono solo a patto di piantare gli alberi giusti e gestire poi in maniera corretta". Lo studio parte da un confronto: fra il 1750 e il 1850 la deforestazione legata alla rivoluzione industriale ha portato alla perdita di 190mila metri quadri di superficie boschiva europea: un'area, per intenderci, più grande della Grecia. Ma nei 160 anni successivi, la tendenza si è invertita. E fra il 1850 e il 2010 si è addirittura riforestato più territorio di quello distrutto: ripiantando 386mila chilometri quadrati di alberi, un territorio grande quanto la Germania. Peccato che le scelte fatte all'epoca, oggi si rivelino sbagliate. Perché alle autoctone latifoglie (querce, roveri, betulle) si sostituirono conifere (pini scozzesi, abeti rossi e faggi). "Una scelta per l'epoca comprensibile", dice Giuseppe Barbera, professore di Colture Arboree all'Università di Palermo, autore del saggio Abbracciare gli alberi. "Le conifere crescono rapidamente anche su suoli molto sfruttati. E poi hanno un buon valore commerciale. Era però implicito che dopo aver piantato le conifere andava fatto un "latifondamento": inserendo, cioè, piante autoctone. E questo si è fatto poco".
 Ma perché quelle scelte influiscono sul surriscaldamento globale? "Preferire le conifere", ha commentato la dottoressa Naudts alla Bbc , "ha avuto un impatto significativo sull'albedo*, ossia su quel processo che permette alle radiazioni solari di riflettersi anziché restare intrappolate al suolo". E qui entra in gioco il colore del legno e delle foglie: "Le vecchie latifoglie avevano colori più chiari", spiega Paolo Trost, professore di Fisiologia vegetale all'Alma Mater di Bologna. "Erano dunque ecologicamente più efficienti delle scure conifere". Che in pratica assorbono più calore, emettono meno vapore acqueo e contribuiscono così ad alterare le escursioni di temperatura fra giorno e notte. Per questo, concludono gli autori della ricerca, anche se la superfice dei boschi è aumentata, la scelta di piantare conifere ha contribuito al surriscaldamento globale, piuttosto che mitigarne gli effetti, dello 0,12 celsius. Pari cioè al 6% dell'incremento dovuto ai combustibili fossili. Questo perché dal 1850 a oggi si è accumulato un debito di carbonio, cioè uno sbilanciamento tra emissioni e assorbimento di CO 2 , pari a 3,1 milioni di tonnellate che ha determinato lo squilibrio energetico che ha incrementato le temperature. "Sono risultati da tenere in considerazione in vista di future politiche di riforestazione", conclude Trost. "La conservazione delle foreste resta un obiettivo primario, ma la loro gestione va affrontata basandosi sulle nuove conoscenze". Imparando, cioè, a scegliere il fiore giusto.
*L'albedo (dal latino albēdo, "bianchezza", da albus, "bianco") di una superficie è la frazione di luce o, più in generale, di radiazione incidente che viene riflessa in tutte le direzioni. Essa indica dunque il potere riflettente di una superficie. L'esatto valore della frazione dipende, per lo stesso materiale, dalla lunghezza d'onda della radiazione considerata.
http://www.repubblica.it/ambiente/2016/02/10/news/alberi_effetto_serra-133085700/?ref=HREC1-28

giovedì 14 aprile 2016

LA CURA DEL GUARDARE DI FRANCO ARMINIO. GUARDIAMO CON NUOVO SPIRITO LUCOLI

Foto R. Soldati

Penso al guardare come una cosa da fare ogni giorno, anche sotto casa. Non c’è bisogno di un altrove per attivare la voglia di vedere. L’Italia è La Mecca dello sguardo. La sua forza è la sua disunità. Convivono in pochissimo spazio tanti luoghi assai diversi tra loro. Una città come Palermo basta cambiare strada e ti cambia sotto gli occhi. Questo è il tempo dei luoghi. Conta lo spazio più che il tempo. Non si sa se è finita la storia, di certo non è finita la geografia. Strabone nel suo antico Grand Tour ci ricorda “L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia egli stesso un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità.” Quando pensiamo alla geografia, pensiamo all’aperto: monti, fiumi, pianure. E invece oggi la geografia è un riparo, un luogo in cui proteggersi dall’evanescenza digitale. La geografia al posto della psicologia, la percezione al posto dell’opinione. Andate in giro dove non va nessuno, turisti della clemenza, viaggiatori che non cercano solo la bellezza, l’armonia, la solarità, ma i posti più sperduti e affranti, i posti che aspettano qualcuno che li guardi, li riconosca, prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.
Foto R. Soldati

Con gli occhi di Leopardi e Pasolini Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una città doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.
Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba,  concedetevi al silenzio e alla luce, alla muta lussuria di una rosa.
Foto R. Soldati
A dispetto degli scellerati decenni passati, dove l’Italia sembrava aver voltato le spalle alle corriere dell’arcaico, al Dio dei tratturi e dell’uvaspina, la campagna c’è ancora. Le nostre erbe, il miele, l’aria, il silenzio, le ceramiche, l’uncinetto: ogni cosa va accudita di queste nostre terre.
Foto R. Soldati
La sagoma di una tegola, il ritornello di una canzone, un nomignolo, una bevuta nei campi, l’inflessione di una voce, un sorriso, rughe e pianti, il grano falciato, l’uva sui tralci, sono cose che deperiscono prima di altre in un tempo in cui il grande abbaglio del progredire ha velocemente scollato quel mastice di confidenze e solidali sicurezze della vista e del sentire che già seppe rendere abitabili le campagne italiane. Capolavori a oltranza La bellezza dell’Italia è la bellezza delle sue piazze storiche. Ce ne sono migliaia, una diversa dall’altra, piccole e grandi, simili a un braccio, a una nuvola, a un imbuto, a una ciambella di pane. Medioevo e Rinascimento, e poi il Barocco e il Settecento: Siena e Volterra, Milano e Fabriano, Roma, Napoli, Pienza e tantissime altre, fino al capolavoro delle Piazze di Padova, una dopo l’altra, un’incredibile sequenza di bellezza ravvicinata in una città vicina al miracolo di Venezia e vicina a Treviso, a Vicenza, a Mantova. In altre parti del mondo ci sono città straordinarie, ma sono atti unici. In Italia i capolavori si danno a oltranza, si addensano in piccole galassie: pensate al triangolo Perugia, Arezzo, Urbino o alla sequenza di città magnifiche da Bologna a Parma. E poi ci sono i luoghi che hanno il vigore delle cose che hanno parlato poco, delle cose trascurate o malviste. Matera e un po’ tutta la Lucania sono l’emblema di questa Italia in cui l’Italia sembra anche altro: basti pensare ai castelli di Melfi e Lagopesole, a Venosa e alle Dolomiti lucane, al Pollino, alle rovine di Craco e ai calanchi di Aliano.
Roma è un grande corpo in dialisi, un sangue che si è fatto scialbo. La città non è più in grado di accogliere, di mescolare. I turisti vagano, gli indigeni pure, a ciascuno il suo percorso prestampato tra monumenti, ristoranti e uffici. Tutto questo non fa anima. Forse le rovine del grande impero non emanano più il fascino che emanavano ai tempi di Goethe. Una decadenza che non rilascia lirismo, che non si porta dietro nemmeno una striatura di sacro. Roma andrebbe aiutata. Deve ritrovare la capacità di filtrare la miseria spirituale che la circonda come una volta la circondava la natura. Ogni grande capitale dell’occidente ha glorie e miserie che subito saltano all’occhio. Forse oggi Goethe vedrebbe Roma corrosa dall’acido di un’umanità senza batticuore. Forse tutta l’Italia gli apparirebbe come la patria della scontentezza e del disincanto. Gli italiani guardano ai problemi dei luoghi in cui vivono più che alla solenne bellezza ancora diffusa quasi ovunque. Bisogna passare dagli sguardi scoraggiati agli sguardi incantati. Forse per questo sarebbe assai utile leggere il viaggio in Italia di Goethe, la sua pacata disposizione alla meraviglia.
Oggi la bellezza dei luoghi è diventata un farmaco per alleviare i dolori che ci vengono dai rapporti equivoci e dolenti con le persone.
Foto R. Soldati
Bisogna andare in giro per congedarsi dall’infiammazione della residenza, dalle muffe e dal sudore freddo che ci incollano addosso le abitudini, bisogna andare in giro perché i luoghi hanno ancora un’innocenza che le persone non hanno più. Oggi forse nessuno può concedersi il lusso di un Grand Tour, ma ogni giorno un Petit Tour possiamo concedercelo, magari nei dintorni. Invece di andare in farmacia o dall’analista, possiamo uscire e guardare. Esiste un voyeurismo buono, quello del paesaggio. Spiare come stanno, dove stanno le cose: quel cancello, quel vaso di gerani, il vecchio sulla panchina, la macchina parcheggiata, la ragazza col telefonino, la cattedrale e l’albero solitario. È la meraviglia del mondo esterno, e noi siamo animali che abbiamo bisogno d’aria per vivere, dovremmo ogni volta che è possibile fare solo due cose, camminare e guardare. C’è una clamorosa infermità che ci accomuna, è la schiavitù di noi stessi. Siamo diventati schiavi dei nostri affari e non conta che siano loschi o degnissimi. Siamo avvinti all’idea del ricavo e ci istighiamo a tutta una serie di obblighi che fanno parte della nostra vita attiva, obblighi da cui ci aspettiamo ricompense, profitti, un salario monetario o morale. La via per uscire da questa schiavitù di ricavare continuamente qualcosa da noi stessi è quella di osservare le cose che stanno sotto il cielo. Portare il mondo esterno dentro di noi è stata l’operazione che ha fatto nascere la lingua. Dal corpo alla metafora. Viene in mente la formula di Gian Battista Vico: il vivente sensibile che si trasforma in vivente linguistico. Sul grande storico partenopeo Goethe scrisse: “È molto bello per un popolo possedere un tal patriarca”. Tra quelli che provano a cambiarla l’Italia, sempre meno per la verità, e quelli che fanno di tutto per conservarla, c’è una terza possibilità: il partito dello sguardo. Uno sguardo onnivoro, che raccoglie quello che era bello un tempo e quello che ci sembra bello adesso.
Foto R. Soldati
L’Italia del Grand Tour c’è ancora e vale la pena di visitarla, ma è venuta fuori un’altra Italia. Ai tempi di Goethe nessuno sapeva niente di Matera, Lecce, Cosenza. Oggi un paesaggio senza capannoni e officine e pompe di benzina ci sembra solenne, lirico. Ai tempi di Goethe tutta l’Italia era così. La pianura padana non era quello che è adesso, una grande azienda che include al suo interno paesi e città. Certamente Goethe farebbe ancora un salto nel Veneto, ma si stupirebbe non poco di trovare villette e capannoni ovunque. E a Firenze forse resterebbe ancora meno delle tre ore dedicate a suo tempo. Forse sarebbe affascinato da L’Aquila e da Taranto, per la loro bellezza coniugata allo sfacelo del terremoto e della fabbrica. Difficile capire l’effetto che oggi farebbe Napoli. A parte l’incredibile assedio alle falde del Vesuvio, Napoli è una delle poche città non globalizzate dell’Occidente Se l’Italia di oggi si caratterizza per l’adiacenza di fregio e sfregio, se gloriosa antichità e modernità incivile si contendono ogni spazio, Napoli è l’apoteosi di tutto questo. Se in Italia ci fosse un piano regolatore del silenzio avremmo sicuramente più turisti stranieri. E se Goethe volesse sfuggire al rumore delle città italiane dovrebbe rifugiarsi sui monti delle Alpi e dell’Appennino. Allora potremmo consigliargli un paese come Trevico dove la densità di silenzio è altissima, ma è un silenzio che fa bene solo a chi lo vive ogni tanto. Se non hai voglia di fare la fila per vedere la Cappella Sistina, se il tuo bar vicino alla campagna è più al centro di piazza di Spagna, trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole.
Foto R. Soldati
Guarda con dolcezza chi è fermo, chi cammina. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo, per tornare a casa aspetta che sia sera, usa il buio come un buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.
Lucoli una vecchia cartolina d'epoca
 

lunedì 11 aprile 2016

GIARDINO DELLA MEMORIA DEL SISMA DI LUCOLI: 10 APRILE 2016 CERIMONIA DI COMMEMORAZIONE DELLE 309 VITTIME DEL TERREMOTO D'ABRUZZO

Si è svolta ieri a Lucoli, alla presenza del Parroco Don Amedeo Passarello, del Sindaco di Lucoli Gianluca Marrocchi e dei parrocchiani e volontari, una cerimonia di commemorazione delle vittime del terremoto del 2009: al termine della Santa Messa la processione verso il Giardino della Memoria.
Le vittime del terremoto di Lucoli furono tre.
Una bella giornata di ritrovato sole in una cornice di spiritualità e bellezza della natura.
Ringraziamo l'amico Fausto Moretti per le belle foto e per aver donato un nuovo albero al Giardino.
La vita degli alberi per tenere la memoria delle vite che non ci sono più: questo è lo spirito
del Giardino della Memoria di Lucoli





Momenti della processione durante la recitazione del Santo Rosario


Momenti della processione

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Il Giardino della Memoria è di tutti

giovedì 7 aprile 2016

CONDIVIDERE E’ CONSERVARE: Il Giardino della memoria dell’Abbazia di San Giovanni Battista a Lucoli è una stella nel cielo della biodiversità e della consapevolezza

Ieri il gruppo dei Volontari della Protezione Civile della Valle d'Aosta ha adottato una pianta di pesco platicarpa che vegeta nel Giardino della Memoria di Lucoli. La pesca "tabacchiera" come viene comunemente chiamata, un frutto antico che abbastanza raramente si trova nei mercati.
Pesca "tabacchiera"

Il Giardino della Memoria di Lucoli è un luogo che da' pace e la pace è il presupposto per arrivare alla consapevolezza, per capire meglio ciò che abbiamo intorno e ciò che abbiamo dentro di noi. Siamo felici se vengono adottati gli alberi appartenenti alle specie antiche che, con pazienza, abbiamo recuperato dai poderi dismessi dell'aquilano con l'aiuto del vivaista Enzo Sebastiani.
Scrive Beti Piotto*, ricercatrice di origini argentine dell'ISPRA, che è convinta dei benefici, sia spirituali sia materiali, che si possono ricavare da questo Giardino. Lei ha adottato una pianta di pero che la fa sentire attivamente e profondamente “dentro” questa idea.
Proseguiamo con le sue parole: "NoixLucoli Onlus ha pensato ad una collezione viva per ricordare quelli che vivi rimarranno nel nostro pensiero, parlo di quei 309 del terremoto del 2009.  Abbiamo pensato che era delicato e perché no ecologico onorare la vita con vita ed ecco il perché della costituzione di questo giardino-frutteto di antiche varietà. Cari amici, c’era un tempo, non lontanissimo, in cui le varietà locali di frutta erano una risposta adattativa alle condizioni del luogo.  Una varietà era idonea a “quel” sito e non ad altro.  C’era un tempo in cui nell’orto erano presenti varietà diverse di specie diverse che, in successione, assicuravano frutta per un lungo periodo dell’anno e quando finiva la fruttificazione erano materia prima di marmellate e conserve.
Poi arrivò un tempo, detto globalizzazione-con-allegata-grande-distribuzione, in cui la frutta doveva andar bene per tutti: Nord-Sud-Est-Ovest.  La caratteristica fondamentale della frutta da produrre era fondata sull’aspetto (bellezza, colore e pezzatura) e la conservabilità nel trasporto e nelle camere frigorifere. E basta!  Non erano più importanti le proprietà organolettiche come sapore, odore, proprietà nutraceutiche (presenza di vitamine, antociani, ecc.).  Non risultava più indispensabile quell’insieme di qualità che descrive il “frutto buono”.  Questi sentimentalismi non erano e non sono previsti nella globalizzazione perché il fondamento è che oggi poche varietà (peraltro fortemente imparentate dal punto di vista genetico) debbono valere per tutti, per tutto, ovunque, in modo tale da uniformare tecniche di allevamento e di conservazione prima della vendita. 
Vuoi che una mela che non sa di niente divenga più saporita? Gli metti uno sciroppo, un top-dressing, un cioccolato liquido.  I problemi del commerciante finiscono appena ha piazzato il prodotto; da lì in poi sono fatti tuoi.
Oggi però cresce la coscienza: si capisce, ma anche si intuisce, che non è un modello perfetto quello che, uniformando, omologando, banalizzando, ci fa perdere variabilità genetica e ci priva di una parte del nostro “paesaggio gustativo e olfattivo annidato nella memoria”.  E’ così che attualmente numerosi istituti di ricerca e associazioni recuperano e conservano le antiche varietà di frutta ovvero tesori vivi.  Tesori perché la diversità è ricchezza che fornisce geni per affrontare avversità mentre l’omogeneità è confrontabile al deserto biologico (pensiamo solo alla minaccia che viene dal riscaldamento globale, che tutto sta stravolgendo). 
Ricordiamolo, sottolineiamolo, mettiamolo in testa: davanti a qualsiasi minaccia la vita avrà qualche chance solo se ci saranno individui o popolazioni che riescono a convivere col cambiamento, a sopravvivere ed a trasmettere quei geni che hanno consentito l’adattamento.  La diversità della vita, ovvero la biodiversità, è un’assicurazione per tutti noi, è una enorme cassaforte APERTA e ALL’APERTO pronta a offrire quel che serve per affrontare eventuali avversità.  Ricordiamo comunque che ci sono anche casseforti chiuse come le Banche del Seme che svolgono funzioni complementari alla diversità spontanea".
*La Dott.ssa Beti Piotto, del Dipartimento Difesa della Natura di ISPRA, ha ricevuto il 13 dicembre 2012 la Laurea Honoris Causa da parte della prestigiosa Università Nazionale di Cordoba  per i meriti scientifici acquisiti nel settore della conservazione della biodiversità e della protezione dell’ambiente. Siamo onorati di averla come nostra socia.

martedì 5 aprile 2016

QUESTA NOTTE PER IL 7° ANNIVERSARIO IL GIARDINO DELLA MEMORIA SARA' ILLUMINATO DALLA LUCE DELLE CANDELE


 Il monumento del Giardino della Memoria con i nomi delle 309 vittime del terremoto


Tante commemorazioni ed eventi nella ricorrenza del sisma del 6 aprile 2009.
NoiXLucoli Onlus lascerà alle fiammelle delle candele accese, durante la notte del 5 aprile, l'onore della testimonianza.
In modo semplice e rispettoso del dolore ricorderemo simbolicamente chi non c'è più. In modo tangibile e molto "terreno", legato ai cicli della natura ed alla fatica di chi si improvvisa contadino nel tempo libero, teniamo in vita, da sei anni, i 65 alberi catalogati tra i "frutti dimenticati in via di estinzione" che popolano il Giardino della Memoria del Sisma (che abbiamo dedicato alle 309 vittime del terremoto d'Abruzzo del 2009). Le piante "raccontano" e gratificano la comunità con il loro vegetare e hanno regalato frutti deliziosi a molti visitatori: perché il Giardino è di libero accesso e luogo riconosciuto di spiritualità. Una testimonianza scritta vogliamo però proporla, è uno scritto del poeta Franco Arminio, che fu dedicato al terremoto dell'Emilia Romagna, parole durissime che potrebbero, però, valere anche per quello d'Abruzzo........


Non hanno detto o non ho sentito neppure un nome dei morti, conta solo il numero. E tutte le parole che dicono alla fine tengono lontano il dolore, il dolore del padre che aveva rimproverato il figlio perché non studia o perché si ritira tardi, il dolore di vedere un corpo tumefatto, dentro la tasca il telefonino intatto, la camicia bianca piena di polvere, il pantalone grigio con una macchia di sangue che pare un bicchiere, il dolore del funerale, il corpo dentro il legno, basta un corpo, uno solo che non parla più, mentre un diluvio di parole cade da ogni parte. Dopo il terremoto ci vuole un poco di silenzio o, se si vuole parlare, allora bisogna parlare dei morti.
Forse vedere un corpo appena è tirato via da un capannone sarebbe uno squarcio alla retorica che nebulizza ormai ogni evento, ne fa un altro cartone da imballaggio per intrattenere i consumatori della notizia. Se non si vuole far vedere un piede, un occhio, se non si vuol far vedere una mano rotta, la macchina che aveva quel tizio, la borsetta dell’operaia, il quadro alla parete, i profumi dentro il bagno, se non si vuol far vedere la vita allora è meglio oscurare il video, togliere l’audio, mandare in onda solo una scritta con le notizie, solo la parola nuda, se davvero si vuole essere la prossima volta un poco più pronti.
Invece il terremoto è uno spettacolo, perfetto per la pista facile delle polemiche, per dare la parola agli esperti, per mischiare scienza e paure spicciole e poi dire degli aiuti e dei provvedimenti del governo. Le parole, le scene sono sempre quelle. Si dice di un paese distrutto, non si da alcuna notizie dei gatti morti, per esempio. Nelle case che cadono spesso abitano anche i gatti. Andiamo a raccogliere un libro tra le macerie, andiamo a salutare qualcuno con un sorriso molto sincero, molto affettuoso. Pensiamoci veramente al vedovo, alla vedova, alla madre che ha perso il figlio, al figlio che ha perso la madre. Consideriamoci quel che siamo, animali che possono farsi gentilezze. Dobbiamo essere contadini del sacro, piuttosto che spacciatori di disincanto. E dobbiamo mettere i pali di una democrazia profonda, chiudere nei cassonetti la scartoffie dei banchieri, gli intrallazzi dei calciatori, le compassate viltà dei cardinali. C’è da pensare intensamente a quei capannoni crollati, pensare che il capitalismo ha sempre più un cuore macabro e mangiare alle sue mense può sfamare ma non rende felici. Una democrazia degli scontenti non serve a niente, non serve a niente crescere, uscire dalla crisi, se non ci prendiamo veramente cura di chi soffre, se non sentiamo il dovere di onorare veramente i morti.
Sarebbe stato bello se il Presidente della Repubblica avesse ordinato di fermare la sfilata del due giugno o di annullare l’acquisto di bombardieri. Il Presidente auspica, i partiti studiano come conservare i privilegi senza darlo troppo a vedere. Non accade altro nei palazzi della politica. Il bello e il brutto sono giù nel mondo.
I nomi delle vittime illuminati dalle fiamelle - Foto G. Soldati
 

venerdì 1 aprile 2016

Riguardo ai 350 esemplari di lupo censiti in Abruzzo. Considerazioni a tutto campo con l'aiuto di scritti di Corradino Guacci e Bernardino Ragni.

«In Abruzzo non si abbattono lupi». Parola di assessore.......
amy hamilton. http://blog.freepeople.com/2012/12

Entro marzo 2016 la Conferenza stato-regioni deve esprimersi sul Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, che prevede la possibilità di abbatterne fino al 5 per cento all’anno, commissionato da Minambiente ai sapienti della Sapienza di Roma e dell’Unione zoologica italiana.
Ma la rimozione fino al 5 per cento della popolazione italiana di lupo potrebbe risolvere il problema di convivenza? Anche in questo caso, non v’è tema di errore nel dichiarare “no”. Pecore imprudentemente incustodite saranno sempre preferite, dal lupo, all’agguerrito cinghiale e al velocissimo capriolo; cani, bambini e donne, in situazioni  incaute, non potranno essere mai totalmente al sicuro.
 
ABRUZZO. «In Abruzzo non esistono le condizioni per un abbattimento selettivo dei lupi».
Lo afferma l'assessore alle Politiche agricole, Dino Pepe, in merito ai contenuti del "Piano di azione del lupo" del ministero dell'Ambiente che prevede, se ricorrono determinate condizioni, la possibilità di deroghe all'abbattimento su autorizzazione del lupo.
«Attualmente - precisa l'assessore alle Politiche agricole - in Abruzzo la popolazione stimata dei lupi ammonta a 350 esemplari, di cui i 2/3 gravita nelle aree dei parchi nei quali non è ammessa alcuna deroga. È importante però sottolineare che la Regione Abruzzo si è posta il problema degli indennizzi da corrispondere agli imprenditori agricoli per danni causati da lupi e cinghiali incrementando la relativa voce di bilancio a 750 mila euro. È una delle poche partite di bilancio che ha fatto registrare un incremento in entrata a conferma dell'attualità del problema e della necessità della Giunta di venire incontro agli agricoltori, ma allo stato non è possibile prevedere un abbattimento selettivo del lupo».
 Il tema dei danni e dei relativi indennizzi «è previsto anche nel Piano di sviluppo regionale con azioni specifiche e come strumento aggiuntivo a situazioni emergenziali».
A livello nazionale, invece, il Piano dovrà essere approvato in via definitiva in sede di Conferenza Stato-Regioni ed «è opportuno che in quella sede - conclude l'assessore Pepe - le Regioni esprimano le proprie problematiche su scala regionale sia di conservazione della specie sia di mitigazione dei conflitti tra la presenza del lupo e alcune attività antropiche».
Facciamo qualche considerazione con l'aiuto di Corradino Guacci autore del libro "Transumanza, Uomini e lupi nella Capitanata del XIX secolo".              
“I lupi, che facevano la posta a un gregge di pecore, non riuscivano ad impadronirsene a causa dei cani che lo sorvegliavano, e allora decisero di ricorrere all'astuzia per raggiungere il loro scopo…” Come fu per Esopo, i lupi sono ancora protagonisti di vicende che attirano l’attenzione. Paesaggio naturale, luoghi di transumanza, lupi, greggi, tratturi: ce ne parla il naturalista e storico molisano Corradino Guacci nella sua nuova pubblicazione edita da TEMI Editrice.
Guacci si chiede quale validità possa avere un piano che, intendendo incidere su una popolazione animale, si basa su dati quantitativi approssimativi, tanto da essere contestati anche all’interno dello stesso mondo della ricerca? 
Un recente articolo dello zoologo Bernardino Ragni (http://www.panorama.it/scienza/animali-natura/bestiario-contemporaneo/lupi-si-ma-in-modica-quantita/) ipotizza, addirittura, che la consistenza totale della stessa popolazione di lupi possa superare del 50% quella stimata.
Guacci si chiede come si possa pensare che una quota di abbattimento di 60 lupi (in media 3 a regione) possa risolvere, o quantomeno attenuare, i conflitti con gli allevatori.
Ancora, come si fa a decidere di dare il via ad abbattimenti di lupi se non si è prima provveduto a contenere seriamente la popolazione degli ibridi e dei cani “vaganti” che, come diceva qualcuno, quando si trovano in natura non mangiano "margherite"?
A questo punto si potrebbe obiettare che i cani sono tutelati dalla legge 281/1991, la legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo.
Gli ibridi, oltre ai cani, non possono essere “eliminati” ai sensi della legge Legge 20 luglio 2004, n.189 "Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate".
Su tutti, infine, l’ombrello protettivo dell’art. 544-bis del Codice Penale che punisce l’uccisione di un animale, per crudeltà o senza necessità, con la reclusione da tre a diciotto mesi.
Guarda caso il lupo, con eccezione della 281 del 1991, è altrettanto coperto da tutte queste disposizioni e, in più, dalla legge 157/1992 "Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio" (artt. 2 e 30) e dalle norme comunitarie (Convenzione di Berna, Direttiva Habitat…) recepite dal nostro ordinamento.
Quindi, anche se certamente provocatoria come proposta, non sarebbe più "opportuno" contenere prima gli ibridi, poi i cani "vaganti" e, in ultima analisi, i lupi?
Infine, il piano non sembra prendere nella dovuta considerazione la bibliografia specifica esistente sull'argomento che sconsiglia, sulla base delle esperienze condotte in altri Paesi, di adottare la linea dell’abbattimento dei grandi carnivori per contrastare i danni agli allevamenti.  Come ad esempio i recenti lavori di Fernandez Gil et al. (2013, 2014 e 2016)  sui risultati dell'esperienza spagnola laddove la strategia dell’abbattimento selettivo dei grandi carnivori non sembra aver portato a una diminuzione dei danni, anzi...
E allora? 
Se la motivazione di questo piano sta tutta nel cercare di limitare i danni apportati dal lupo agli allevamenti (specialmente in quelle zone di recente ricolonizzazione dove da un lato non c’è l’abitudine ad adottare difese attive e passive - cani da guardiania e recinzioni elettrificate - e dall’altro non c’è la volontà di utilizzarle, essendo molto più comodo lasciare il bestiame incustodito), l'operazione così congegnata sembra avere, più che altro, la funzione di un assist alla politica che si trova a dover gestire le rimostranze degli allevatori.
Si ha, inoltre, la spiacevole sensazione che questo piano non risolverà il problema, anzi creerà un presupposto rischioso, quello dell’abbattimento legale del lupo che non solo non mitigherà il fenomeno del bracconaggio ma, al contrario, potrebbe incoraggiarlo. 
Qualcuno che fino a ieri si era trattenuto per timore della sanzione, oggi potrebbe imbracciare il fucile o usare il veleno sulla base del semplicistico ragionamento “se lo fa lo Stato…”.
L’efficacia prevista è messa in dubbio anche da chi si occupa di queste questioni come lo stesso Corradino Ragni che, sempre nell'articolo citato, afferma: “Ma la rimozione fino al 5 per cento della popolazione italiana di lupo potrebbe risolvere il problema di convivenza? Anche in questo caso, non v’è tema di errore nel dichiarare “no” e conclude “Al di là delle percentuali, dei perché e dei modi, contenuti nel “Piano” sub judice, se tale provvedimento costituisce un primo, timoroso, certamente imperfetto, tentativo di sdoganare la risorsa naturale rinnovabile Canis lupus italicus dal ghetto dei tabù emozional-confessional-ideologici, che ben venga!”
E qui credo che, di fronte a un piano che solleva tanti dubbi e che potrebbe comportare ulteriori squilibri ambientali, forse dovremmo essere più cauti.
Così come giocare a rinfocolare l’atavica paura del lupo, scambiando improbabili cronache giornalistiche per testimonianze asseverate dell’aggressività del lupo, è pratica “ardita”.
Lo stesso incipit dell’articolo del professor Ragni può essere fuorviante qualora le citazioni di Ghigi e Altobello*, seppur correttamente contestualizzate, non vengano strettamente inquadrate nell’epoca in cui sono state asserite (1911-1924).
Sarebbe un po’ come voler sostenere oggi che il Sole gira intorno alla Terra, riesumando la teoria geocentrica di Tolomeo, elaborata nel II secolo d.C.
Dai tempi di Ghigi e Altobello sono nate e si sono sviluppate scienze moderne come l’ecologia e l’etologia che ci hanno fatto capire qual è, effettivamente, il ruolo dei predatori apicali come il lupo e l’orso e quale il loro posto negli ecosistemi.
Un'ultima  considerazione sull'articolo di Ragni: affermazioni del tipo “bambini e donne, in situazioni incaute, non potranno essere mai totalmente al sicuro” andrebbero evitate.
Infatti la stessa raccomandazione si potrebbe tranquillamente utilizzare con riferimento ai cani (60.000 morsicati ogni anno e, negli ultimi 30 anni, una media di 3-4 morti all’anno), attività venatoria (qui la media dei morti sale e di parecchio…), mucche, api, calabroni risparmiamo il resto…
*Gennaio 1911 “…non dovrà recar meraviglia se fra qualche anno … si sentirà parlare paurosamente di lupi affamati riuniti a frotte nel mezzogiorno d’Italia” (Alessandro Ghigi, insigne studioso di fauna italiana);
Giugno 1924 “… qualcuno non sa i danni che fa il lupo, non sa quali pericoli ci minaccia se lo lasciamo ancora libero di moltiplicarsi e di agire secondo i suoi noti brutali istinti di malvagità.
… ad evitare che esso continui liberamente a moltiplicarsi, insistentemente a distruggere il bestiame, impunemente ad attentare alla vita umana, mi sia lecito chiedere a S. E. il Ministro … che sia permessa l’uccisione del lupo…” (Giuseppe Altobello, insigne studioso di fauna appenninica, Campobasso).
Credits:
Corradino Guacci, Presidente della Società Italiana per la Storia della Fauna "Giuseppe Altobello".
Guacci ha presentato esposto alla Procura della Repubblica di Campobasso contro il servizio del programma le IENE "Quando il lupo diventa una minaccia".