martedì 25 ottobre 2016

SI AVVICINA LA CELEBRAZIONE DEI DEFUNTI E PARLIAMO DI CIMITERI PER NON "RIMUOVERE LA MORTE"

Qualcosa è successo e non ce ne siamo accorti. 

Non ci sono più i cimiteri, come senso della memoria e della pietà di una comunità.
Quelle strutture magniloquenti dove gli apparati delle Amministrazioni e della Chiesa mettevano in scena le grandi rappresentazioni: cerimonie per i Caduti per la Patria e le Commemorazione dei Defunti. Non ci sono più i cimiteri, dove la Famiglia celebrava le sue gesta fatte di virtù domestiche e costruiva, con la speranza fiduciosa di riunirsi in Paradiso, una sede per gli affetti nella quale venivano a cessare le angosce della separazione. 

Non ci sono più i cimiteri, dove le élites e le associazioni realizzavano i loro mausolei e dove si concludevano i cortei delle vittime di ogni repressione istituzionale. 

Sono cambiate le città e i paesi. Fino a pochi anni fa lo spazio urbano era l’espressione concreta di un ordine che strutturava un codice simbolico, fatto di vie, di case, di testimonianze del passato e di fiducia nel futuro. La comunità stessa produceva il suo doppio nel Cimitero, luogo privilegiato tanto della celebrazione della memoria della collettività, quanto del cordoglio individuale. La successione delle tombe aveva allora un senso che ci veniva trasmesso: là la sepoltura del nostro parente, più oltre le targhe dei caduti, e poi la cappella di quella famiglia, la statua della donna “rapita da crudel morbo” o del bambino “volato in cielo”.

Abbiamo perso i cimiteri ed al loro posto troviamo dei luoghi anonimi, dei depositi che malamente contengono i nostri defunti, dove non c’è memoria e pare non vi sia posto neanche per l'onore e la dignità: a Lucoli i cimiteri sono stati danneggiati dal sisma del 2009 ed ancora sono in parte transennati, tra burocrazia e priorità diverse i lavori cominceranno a "breve".

Quando seguiamo una persona cara che ci ha lasciato o andiamo in visita, sopra tutto domina una sensazione: quella di essere anche noi precari.

I due plessi cimiteriali di Lucoli sono ubicati in due distinte località e si differenziano principalmente per le dimensioni: il più grande si trova presso l’Abbazia di San Giovanni Battista, l’altro si trova all’ingresso della frazione di Casamaina. Entrambi i plessi hanno avuto un primo impianto di tumuli a terra all’inizio del XIX sec., la continua espansione negli anni ha comportato la realizzazione di un buon numero di loculari comunali all’inizio degli anni ’50. 

Il Cimitero di San Giovanni occupa una superficie di circa 9.000 mq, all’interno del perimetro, l’organizzazione degli spazi e dei percorsi non è sempre funzionale soprattutto nella parte di edificazione più vecchia che vede anche il numero maggiore di tumuli a terra, mentre risultano meglio sfruttati i terrazzamenti che ospitano le edicole funerarie private e i loculari di più recente costruzione, con una piccola risultanza di spazi liberi inedificati.
Il Cimitero di Casamania occupa, invece, una superficie di circa 2.000 mq, edificato prevalentemente con tipologia a loculari comuni con poche edicole private e tumuli a terra, ha avuto un’espansione meno invasiva con una risultanza di spazi ancora molto alta rispetto alle dimensioni ed anche in questo caso si sono sfruttati terrazzamenti a quote diverse per le necessità legate all’ampliamento.
Dopo il terremoto sia i loculari comuni che diverse edicole funerarie private hanno subito notevoli danni alle strutture e ai rivestimenti, alle opere complementari (muri di cinta e di contenimento).
Nel Cimitero di San Giovanni: l’ingresso principale è fortemente danneggiato, tanto da pregiudicarne l’utilizzo, sia nei rivestimenti che nelle strutture, come pure il muro di recinzione. L'insegna PAX che vi era posta cadde per il sisma e si frantumò, dovrebbe essere ripristinata.

Ingresso del Cimitero di San Giovanni



Il progetto di restauro cita che "il maggior danno è legato alla qualità muraria ed a cedimenti localizzati del piano fondale. I lotti di loculi denominati “A” e “B”, presentano distacchi dei rivestimenti in pietra e dei pavimenti, danni alle strutture in muratura portante così come al solaio di copertura, con evidenti segni di ammaloramento del calcestruzzo e percolazioni. Possibile causa dei danni in particolare dei loculari d’ingresso è stata l’adiacenza con il muro di recinzione che potrebbe aver innescato un effetto martello vista la massa dello stesso. La Chiesa che ospita, al piano interrato, un ossario, ha riportato seri danni alle strutture verticali, come pure agli orizzontamenti.
In maggior dettaglio si ritiene che il danno sia dovuto alla mancanza di un adeguato piano fondale e alla massa elevata della copertura, soletta in c.a. Sui lotti “C”, “D”, “E”, “G”, si sono riscontrati lievi danni alle strutture in c.a., relativamente a rottura del copriferro in prossimità di nodi strutturali e sullo sporto di gronda; danni ha riportato anche il manto di copertura, con conseguenti percolazioni diffuse".



A breve quindi saranno realizzati i lavori per l’eliminazione dei danni e per la restituzione della piena agibilità di questi luoghi.

Riportiamo i lavori previsti per il Cimitero di San Giovanni:

Riparazione della muratura perimetrale mediante l’applicazione di reti metalliche e di acciaio leggere, malta e rifacimento dell’intonaco di finitura interno ed esterno;

Demolizione del muro che divide il lotto “A” dal lotto “C”;

Consolidamento dei solai di copertura in latero-cemento o latero-acciaio, con demolizione della caldana collaborante, pulizia profonda delle strutture, messa in opera di armatura metallica di irrigidimento, caldana in cls;
Ripristino della tenuta delle coperture tramite rimozione delle tegole e rifacimento di manto di copertura in guaina bituminosa ardesiata;

Rifacimento lattonerie;
Consolidamento dei solai di copertura tramite uso di reti composite in acciaio leggere nei loculari “A” e “B”;
Rifacimeto degli intonaci;
Tinteggiatura con idropittura per l’esterno;
La Chiesa/ossario sarà sottoposta ad interventi di consolidamento attraverso l’applicazione di rete elettrosaldata a doppia faccia sulle lesioni e sul cordolo perimetrale del solaio di copertura. Verranno inseriti inoltre, tiranti in acciaio al fine di contenere i cinematismi locali a ribaltamento.
Quello sopra riportato è il capitolato pubblico dei lavori. 
Ci permettiamo di esprimere qualche pensiero "umanizzante": sarebbe bello prevedere di poter ripristinare degli spazi congrui per il cordoglio, ripensare ai percorsi interni per i cortei funebri. 
Noi contemporanei non abbiamo perso né il dolore, né l’angoscia per la morte, anzi si sono acuiti con l’aumento delle aspettative nei confronti della scienza, solo che questi non poggiano più su modelli condivisi di rappresentazione e comunicazione. Se nessuno si ricorderà di noi è importante che si pensi al luogo dove giacerà il nostro corpo. È questa amara consapevolezza che provoca il rimbalzo affettivo sulla sepoltura: è questa l'importanza etica di un cimitero!
Sarebbe bello poter uscire dalla logica del cimitero divenuto simbolo di una amministrazione centrata solo su problemi organizzativi o su limiti di spazio. Sarebbe bello poter prevedere un luogo dove familiari e conoscenti, che si vedono solo in occasione del funerale, possano scambiarsi due parole prima di uscire dal Cimitero. Oppure uno spazio che possa essere utilizzato dagli anziani (che sappiamo essere anche i frequentatori giornalieri di quei luoghi e, a Lucoli, oggi, di spazi per gli anziani non ce ne sono più). 

I cimiteri di Lucoli si restaureranno ma ci piacerebbe che fosse previsto quel qualcosa in più relativo ad un'etica dell’azione pubblica, un modello di attenzione istituzionale verso il dolore dei vivi e la memoria: altrimenti il futuro non ci riserverebbe altro che la desolazione dei luoghi, una contabilità vuota di costi e ricavi, un oblio che non lascia in eredità nulla ai nuovi visitatori dei cimiteri, che - considerato che la società invecchia - saremo tutti noi.


martedì 18 ottobre 2016

Le cave dell’area aquilana, con particolare attenzione a quelle di Lucoli. Un'interessante studio di Rossana Mancini mette in luce la loro importanza.

E' stata realizzata una ricerca universitaria che ha approfondito il processo estrattivo e l’utilizzo della breccia di Lucoli nei secoli XVII e XVIII. Lo studio è molto interessante ed andrebbe divulgato tra gli studenti locali affinché siano orgogliosi dell'origine di molti materiali lapidei che hanno contribuito a costruire delle vere opere d'arte.

Lo studio sui materiali provenienti da Lucoli è stato realizzato a seguito di indagini archivistiche, dall’analisi dei testi a stampa sette-ottocenteschi e da ricognizioni sul territorio che hanno dimostrato come questa pietra utilizzata fosse la meno nota fra quelle in uso nel Barocco aquilano. 
La scelta dell’area aquilana quale ambito di analisi è stato il risultato di varie osservazioni ed esigenze, non ultima la necessità di implementare la conoscenza, anche materiale, dei monumenti presenti, in vista dell’ingente opera di restauro, che si sta effettuando a seguito del disastroso terremoto del 2009. 
Situati al centro dell’Appennino Abruzzese, ai piedi del Gran Sasso d’Italia, L’Aquila e i suoi dintorni occupano una conca lontana dal mare e da importanti corsi d’acqua e, nonostante la presenza delle valli dell’Aterno e del torrente Raio, hanno evidenti difficoltà di approvvigionamento. Per questa ragione i materiali, specialmente quelli pesanti come marmi e pietre, giunsero, in passato, da luoghi vicini alle fabbriche e solo in casi particolari alcuni elementi lapidei di pregio, di limitate dimensioni, provennero da cave più lontane. 
Nell’architettura aquilana è stato assai frequente l’uso di pietre bianche e rosa per creare effetti decorativi bicromi. È il caso di due fra i più noti monumenti aquilani, la trecentesca Fontana della Rivera, conosciuta anche come ‘Le 99 cannelle’, con la sua addizione cinquecentesca, e la facciata della Basilica di Santa Maria di Collemaggio di datazione ancora incerta. L’utilizzo di pietre bianche e rosa continuò nella fase di ‘modernamento’ dell’architettura aquilana, durante la quale, a partire dagli Sessanta del Seicento, molti edifici, prevalentemente religiosi, ricevettero negli interni una facies Barocca. Il riconoscimento delle cave di provenienza della pietra è funzionale anche a eventuali processi di conservazione che possono essere posti in atto. Interessante, a tal proposito, la possibilità di assimilarle, in molti casi, a manufatti architettonici allo stato di rudere, posti all’aperto e privi di protezione, facendole rientrare nell’ambito della landscape archaeology (Marino 2007, 11). 
Dopo il ritrovamento dei siti estrattivi sono stati individuati alcuni elementi architettonici, prevalentemente tramite atti notarili, dei quali è nota la provenienza delle pietre, per confrontarli con il materiale estratto dalla cava. Ciò ha agevolato, fra l’altro, la comprensione di alcune scelte figurative che si sono rivelate conseguenti anche a problemi di effettiva disponibilità dei materiali. L’indagine dei documenti ha permesso di conoscere gli artisti coinvolti e di inserirli in un più ampio contesto culturale. 
Le fonti documentarie, relative alla città dell’Aquila e ai suoi dintorni, che riguardano il ciclo produttivo dei materiali lapidei, sono assai scarse sino al medioevo. In epoche più recenti, invece, e certamente nei secoli XVII e XVIII, la documentazione archivistica disponibile fornisce alcune interessanti informazioni sui luoghi di estrazione, sulle misure dei pezzi, sulle modalità di lavorazione e indica talvolta i nomi degli scalpellini e il costo dei marmi e delle pietre impiegati nelle fabbriche. A partire dal XVIII secolo sono disponibili testi a stampa che nel descrivere, con diversi tagli, geografico, geologico, storico, artistico, il territorio aquilano e la valle dell’Aterno, fanno menzione delle cave e dei materiali da costruzione disponibili. Nel 1789 nella Nuova descrizione geografica e politica delle Sicilie, Giuseppe Maria Galanti cita, nel territorio aquilano, solo una cava, quella di Lucoli, come luogo di provenienza dei «marmi» utilizzati in «quasi tutte le chiese dell’Aquila» (Galanti 1789: 3, 255). Teodoro Bonanni nel 1888 descrive il «marmo giallo, arancio, cedrino» di Lucoli, il rosso e il giallo, simile a quello di Siena, di Casamaina di Lucoli, quello bianco «nel locale dell’Impretatoia presso Aquila», il marmo rosso di Pizzoli e quello grigio di Roio (Bonanni 1888, 137-138). Comunque, le cave di Lucoli, dalle quali si estraevano brecce rosa e gialle risultano meno note. 
LE CAVE DI LUCOLI
A fronte di una discreta documentazione archivistica relativa all’uso delle pietre di Lucoli, mancano riferimenti cartografici (topografici, geologici, catastali) che permettano di risalire all’ubicazione delle cave. I luoghi citati nei libri e nei documenti d’archivio per la presenza di cave sono Casamaina e la contrada Croce-Prata fra Santa Croce e Peschiolo, tutte frazioni di Lucoli. 
Filippi nel 1873, relativamente al restauro della facciata di Santa Maria di Collemaggio, indicava le cave di Casamaina come luogo da cui trarre eventuali pietre di colore rosa. La perizia venne respinta «perché troppo sommariamente compiuta». In una lettera del 10 novembre 1875 il Genio Civile fa osservazioni «sulla pietra da taglio, prelevata dalle montagne di Casamaina, senza aver prima stabilito con esattezza la cava di provenienza», un’indeterminatezza che probabilmente è da ricollegarsi al fatto che all’epoca le cave fossero già da tempo in disuso. Nel 1873, lo stesso anno della redazione della perizia Filippi, le pietre di Lucoli furono presentate all’Esposizione Internazionale di Vienna fra i «marmi» italiani con cinque diverse qualità (giallo, rosso, simile a quello di Siena, a occhio di pavone e semenzato rosso). Ne seguì un tentativo di ripresa dell’attività estrattiva nel corso del 1876 su iniziativa del sindaco dell’epoca, Massimo Cialente, il quale, dopo aver riferito la notizia relativa all’Esposizione viennese, fece approvare in Consiglio Comunale l’offerta di agevolazioni per chi fosse stato interessato a riprendere le escavazioni (Archivio di Stato dell’Aquila, Prefettura, serie I affari generali, categoria 6, III versamento, 1873-1880, busta 13b, fasc. 710). 
Se è possibile fissare tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento l’abbandono delle cave, l’inizio delle attività estrattive è incerto. Il documento più antico, fra quelli consultati, che cita il marmo di Casamaina, porta la data del 1642. La ricerca del luogo di estrazione ha comportato numerosi sopralluoghi fra le montagne di Casamaina fino al suo ritrovamento al termine di un’antica strada, ridotta a poco più di un sentiero, che prende l’avvio dalle vicinanze della Fonte Fontizio ad est dell’abitato. L’ampia sede stradale dovette essere realizzata per il trasporto della pietra dalle cave ai laboratori degli scalpellini o, più raramente, direttamente ai cantieri. Il trasferimento avveniva con carri trainati da cavalli, asini, muli o buoi. Il percorso si conclude in un pianoro artificiale prospiciente un fronte di cava dall’altezza massima di cinque metri e largo circa venti.

Allo stato attuale la cava appare pressoché esaurita. 
Il materiale lapideo, infatti, si presenta eccessivamente fratturato, a meno di una limitata porzione al centro della parete. 
Meno documentata è l’altra cava presente all’interno del Comune, quella che si trova tra le frazioni di Santa Croce e del Peschiolo, in località Croce-Prata. In una relazione del 1875 L’Ufficio Provinciale di Statistica rileva nel comune di Lucoli, oltre a quelle presenti a Casamaina, due generi di pietre, uno di colore giallo e l’altro arancio cedrino (Officio di statistica provinciale 1875, 9). 
Il riconoscimento del sito è stato possibile grazie alla presenza dei resti di una cava a fossa lungo la strada sterrata che conduce a Santa Croce. Il materiale lapideo che si è potuto rilevare sul posto è costituito da brecce di colore giallo arancio. 
OPERE REALIZZATE IN BRECCIA DI LUCOLI

La pietra di Lucoli è stata molto utilizzata nelle vicinanze delle cave, all’interno del territorio comunale. Altari e balaustre realizzate con questo materiale si rinvengono in gran parte delle numerose chiese e cappelle distribuite nelle diverse frazioni. Il suo uso è frequente anche nell’architettura aquilana seicentesca, precedente il grande terremoto del 1703, e in quella settecentesca, ricollegabile alla grande opera di ricostruzione post-sismica, e nell’Agro Forconese. 

Il documento più antico, fra quelli visionati, in cui è citata la pietra di Casamaina, è un contratto stipulato nel 1642. Riguarda la realizzazione della cappella nella chiesa aquilana del Collegio della Compagnia del Gesù, voluta dal rettore Giambattista Rosa, per la quale è richiesta la breccia per realizzare la cornice della pala d’altare. Il più noto fra gli edifici aquilani in cui è certo l’uso di questa pietra è la Basilica di San Bernardino. A Lucoli le opere principali si trovano all’interno della chiesa di San Giovanni Battista. Si tratta dei fusti delle colonne di cinque altari (il maggiore dedicato a San Giovanni Battista, quello della Famiglia Mosca e quelli dedicati alla Madonna del Rosario, a Santa Maria del Monte Carmelo e al Santissimo Nome di Gesù) dotati di basi e capitelli in pietra bianca.

L’altare maggiore, realizzato nel 1693, può essere attribuito con certezza a Giuliano Pedetti, che aveva utilizzato la breccia rosa di Casamaina già nella cappella Alessandri in San Bernardino, che vi lavorò insieme a suo nipote Pietro. Lo riporta un documento, datato 11 ottobre 1692, con il quale la Confraternita del Santissimo Sacramento incarica i due scalpellini di realizzare l’altare utilizzando quattro colonne in marmo di Casamaina, due porte in marmo di Cavallari, piedistalli e basi in pietra bianca di Pizzoli con l’aggiunta di marmi forestieri. Dai libri delle spese emerge che l’estrazione della breccia era stata affidata ad un altro lombardo, Francesco Boldrini, residente a Lucoli (Mancini 2001, 54). Fra gli edifici delle frazioni che compongono Lucoli la breccia di Casamaina è riconoscibile, fra gli altri, nella chiesa della Beata Cristina nella frazione denominata il Colle. Fuori dal territorio comunale, ma nelle sue immediate vicinanze, è stata utilizzata nel Santuario della Madonna della Croce a Poggio di Roio, costruito a partire dal 1625.

Actas del Séptimo Congreso Nacional de Historia de la Construcción, Santiago 26-29 octubre 2011,
eds. S. Huerta, I. Gil Crespo, S. García, M. Taín. Madrid: Instituto Juan de Herrera, 2011.
https://www.academia.edu/3021944/Lo_studio_dei_processi_di_approvvigionamento_della_pietra_come_ausilio_alla_conoscenza_dellarchitettura._Le_cave_dellarea_aquilana_con_particolare_attenzione_a_quelle_di_Lucoli
Si ringrazia la dottoressa Rossana Mancini per l'autorizzazione alla pubblicazione.

martedì 11 ottobre 2016

Piccoli comuni via libera della Camera alla legge che prova a salvarli

Articolo di  Nello Avellani
Foto d'epoca di alcune Frazionidi Lucoli

Una buona notizia per le aree interne italiane e, in particolare, per i piccoli borghi, quelli con meno di 5mila abitanti, che rappresentano la spina dorsale del Paese e che, tra l'altro, raccontano la specificità delle montagne abruzzesi. Una possibile ricchezza, per la nostra economia regionale, eppure a forte rischio spopolamento.
La Camera dei Deputati ha approvato, all'unanimità, un provvedimento che stanzia 100 milioni di euro fino al 2023 per i piccoli comuni, con l'obiettivo - dichiarato - di salvarli dall'estinzione attraverso la valorizzazione architettonica e, soprattutto, economica e sociale, restituendo ai loro abitanti i servizi essenziali. Non basteranno, evidentemente: rappresentano, tuttavia, una prima spinta per compensare le mancanze a cui il Patto di stabilità costringe i piccoli centri italiani.
Parliamo di 5.585 paesi, pari al 70% del totale dei borghi italiani, per un totale di poco più di 10 milioni di italiani. Stando all'Abruzzo, i Comuni sotto i 5mila abitanti sono 249 su 305 (l' 81.64%), e vi abitano poco meno di 346mila persone (il 26% dei residenti in Regione).
Il disegno di legge passerà ora all'esame del Senato e la speranza è che possa diventare legge definitiva dello Stato entro la fine dell'anno. Considerato pure che il ministero dei Beni culturali ha sancito che il 2017 sarà l'Anno nazionale dei Borghi, altra possibilità che Regione Abruzzo dovrebbe cogliere. "Si tratta di una bella notizia per chi vuole bene all'Italia - ha sottolineato il deputato Pd Ermete Realacci, primo firmatario del ddl - E' una legge bipartisan, nata a partire da una mia proposta cui si è collegata quella analoga della collega cinquestelle Patrizia Terzoni che aiuterà l'Italia ad essere più forte e coesa, ad affrontare il futuro. È un'opportunità per tutto il Paese, per un'idea di sviluppo che punta sui territori e sulle comunità, che coniuga storia, cultura e saperi tradizionali con l'innovazione, le nuove tecnologie e la green economy. Mi auguro che ci sia un’ampia maggioranza per favorire il dibattito in Senato".
Tra l'altro, la Camera dei Deputati ha approvato anche un importante emendamento del Movimento Cinque Stelle sul recupero dei cammini storici, che hanno un'enorme valenza culturale oltre che turistica e sui cui molto si sta investendo anche in Regione Abruzzo. Il provvedimento prevede lo stanziamento di tre milioni di euro.
"Se la legge approvata all’unanimità alla Camera arriverà ad approvazione definitiva - ha spiegato la presidente di Legambiente, Rossella Muroni - sarà finalmente possibile frenare il disagio demografico ed economico che colpisce oltre 2mila piccoli centri sotto i 5mila abitanti, dove i giovani tendono ad andare via e le case abbandonate o vuote sono addirittura una ogni tre".
Soddisfatta anche Coldiretti che ha ribadito come i piccoli comuni detengano la gran parte del patrimonio di biodiversità agroalimentare: "Vi si coltiva oltre la metà della produzione agroalimentare nazionale che ha reso celebre il Made in Italy nel mondo grazie alla presenza di oltre 300mila le imprese agricole. 


Ecco le principali novità introdotte dalla legge sui piccoli comuni.
Difendere gli uffici postali. In tutti i piccoli comuni sarà attivo uno sportello postale. Lo dovrà assicurare il ministero delle Comunicazioni. Le amministrazioni comunali potranno inoltre stipulare apposite convenzioni, di intesa con le associazioni di categoria e con l'Ente Poste italiane Spa, affinché i conti correnti, le imposte comunali, i vaglia postali, nonché le altre prestazioni, possano essere pagati negli esercizi commerciali presenti nel territorio comunale.
Salvare la scuola. Le regioni potranno stipulare convenzioni con gli uffici scolastici regionali del ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca per finanziare il mantenimento in attività degli istituti scolastici statali aventi sede nei piccoli comuni che dovrebbero essere chiusi o accorpati. Le regioni agevoleranno forme sperimentali di teleinsegnamento.
Estendere l'e-Government. Sarà data la precedenza ai piccoli comuni, in forma singola o associata, all'accesso ai finanziamenti pubblici per la realizzazione dei programmi di e-Government e di innovazione tecnologica.
Valorizzare con la rete i prodotti tipici tradizionali. Sarà favorita la promozione e la commercializzazione dei prodotti agroalimentari tradizionali dei piccoli comuni, anche attraverso forme innovative quali un apposito portale telematico, grazie a un accordo stipulato tra ministero delle politiche agricole e forestali e associazioni ed enti delle categorie produttive interessate.
Segnalare i prodotti tipici nei cartelli stradali. I piccoli comuni possono indicare nella cartellonistica ufficiale i rispettivi prodotti agroalimentari tradizionali, preceduti dalla dicitura "Luogo di produzione del ...." posta sotto il nome del comune e scritta in caratteri minori rispetto a quelli di quest'ultimo.
Incentivare le attività commerciali. Sarà permesso agli artigiani residenti nei piccoli comuni di prorogare l'apertura degli esercizi commerciali nei giorni festivi anche in deroga alle disposizioni vigenti in materia e di mostrare e vendere i loro prodotti, anche in deroga alle disposizioni vigenti in materia di autorizzazioni commerciali e artigianali, in apposite aree e per non più di quattro giorni al mese.
Incentivare l'insediamento nei piccoli comuni e recuperare il patrimonio abitativo. Per favorire il riequilibrio insediativo e il recupero dei centri abitati, ciascuna regione potrà disporre di incentivi finanziari e premi a favore di coloro che trasferiscono la propria residenza e dimora abituale o la sede di effettivo svolgimento della propria attività economica, impegnandosi a non modificarla per un decennio, da un comune con popolazione superiore a 5.000 abitanti a un piccolo comune. Gli incentivi e i premi potranno essere concessi anche ai residenti nei piccoli comuni che intendano recuperare il patrimonio abitativo dei comuni stessi avviandovi una attività economica.
Alleggerire il fisco. Il ministero dell'Economia e delle finanze istituirà un fondo dal quale attingere per concedere incentivi fiscali in favore dei piccoli comuni. Le disponibilità del fondo provvederanno alla copertura delle minori entrate derivanti dalla riduzione delle aliquote dell'imposta regionale sulle attività produttive; da ulteriori misure agevolative concernenti l'imposta comunale sugli immobili destinati ad abitazione principale e concernenti l'imposta di registro per l'acquisto di immobili destinati ad abitazione principale; dalla riduzione delle aliquote dell'imposta sul valore aggiunto sulle operazioni di trasloco di beni mobili, in favore di chi trasferisce la propria residenza da un comune con popolazione superiore a 5.000 abitanti in un piccolo comune.
Non nascondere i nuovi nati. Sarà data la possibilità di registrare le nuove nascite nell'anagrafe dei piccoli comuni privi di strutture ospedaliere o del reparto maternità, anziché in quella della comune dove avviene il parto.
Allargare l'informazione radiotelevisiva sui piccoli comuni. La televisione darà più spazio ai piccoli comuni. Nel contratto di servizio con il concessionario del servizio pubblico radiotelevisivo sarà infatti previsto l'obbligo di prestare particolare attenzione, nella programmazione televisiva pubblica nazionale e regionale, alle realtà storiche, artistiche, sociali, economiche ed enogastronomiche dei piccoli comuni.


A Legge approvata se ne vedranno i benefici a Lucoli?

martedì 4 ottobre 2016

Si è svolto un convegno sulla "Zooantropologia della devianza". Il maltrattamento animale come primo gradino sulla scala della violenza.

Riportiamo la notizia di un interessante convegno svoltosi qualche tempo fa presso il Corpo Forestale dello Stato.
"Grazie a indagini retrospettive di politica criminale emerge netto a livello nazionale il profilo del maltrattatore di animali, primo passo per affinare strumenti di contrasto alla violenza.
Il maltrattamento di animali “fenomeno spia” di pericolo sociale, sintomo di una potenziale situazione esistenziale patogena ed elemento predittivo di contemporanei o successivi comportamenti devianti o criminali. Questo concetto è alla base di studi, ricerche, investigazioni mirati a coniugare una prospettiva di maggiore sicurezza sociale con l’arginamento del fenomeno del maltrattamento verso gli animali. Questo il tema del convegno dal titolo “Zooantropologia della devianza”, che si è tenuto presso l’Ufficio Relazioni con il Pubblico del Corpo forestale dello Stato.
A questo percorso si aggiunge oggi un tassello fondamentale e sull’inquietante scenario dei crimini verso gli animali si staglia più nitido il profilo del maltrattatore. 

Un identikit emerso in seguito a una raccolta di dati su 942 “Casi Link”, effettuata sia nelle carceri italiane, grazie alla collaborazione con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, che in altri ambiti tra cui i centri di recupero dalle dipendenze patologiche, le comunità per minori, ed i centri di supporto e assistenza alle vittime.
È stato così possibile delineare il Profilo Zooantropologico Criminale del Maltrattatore e/o Uccisore di Animali.
Dai risultati delle ricerche emerge che gli abusatori sono maschi nel 96% dei casi e nel 27% minorenni.
L’87% dei 537 detenuti intervistati ha assistito e/o maltrattato e/o ucciso animali da minorenne.
Le vittime sono donne nel 56% dei casi, minori nel 28%, anziani nel 3%, uomini nel 5%. Spesso si tratta di vittime della malavita o di bullismo.
Nel 65% dei casi coloro che subiscono violenza hanno evitato o rallentato l’allontanamento dal partner per paura di quello che sarebbe potuto succedere ai propri animali. Nel 16% dei casi la vittima umana è deceduta.
L’età media in cui si manifesta la crudeltà su animali è risultata essere tra i 4 e i 5 anni.
Il 64% dei detenuti ha maltrattato animali da adulto, di cui il 48% aveva già maltrattato animali da minorenne.
I serial-killer potrebbero fin da piccoli aver cominciato a “fare pratica” sugli animali domestici.
LINK nel linguaggio comune inglese significa legame, mentre in discipline quali psicologia, psichiatria, criminologia e scienze investigative anglosassoni, è un termine tecnico che sta ad indicare la stretta correlazione fra maltrattamento e/o uccisione di animali e ogni altro comportamento violento, antisociale e criminale.
Le minacce di violenza su animali a volte costituiscono uno strumento per creare un clima di controllo e potere, da parte del carnefice sulla vittima umana.
La crudeltà fisica su animali è tra i sintomi del Disturbo della Condotta, che è l’anticamera del Disturbo Antisociale in età adulta. Chiedersi se l’autore di un reato sia mai stato violento con un animale dovrebbe diventare un interrogativo d’obbligo, su giudizio istituzionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Eppure nel nostro Paese, tale dovere viene spesso sottovalutato o disatteso.
I maltrattamenti e/o uccisioni di animali infatti, pur essendo contemplati nell’ordinamento giuridico penale italiano come delitti, sono percepiti come reati “minori” tanto che non vengono adeguatamente catalogati e classificati. Un fattore quest’ultimo che provoca la mancata percezione del fenomeno e delle sue implicazioni sociali.
L’obiettivo del lavoro svolto in maniera congiunta dal Nucleo Investigativo per i Reati in Danno agli Animali (NIRDA) del Corpo forestale dello Stato e da LINK-ITALIA (APS), è quello di fornire a livello nazionale strumenti nuovi relativi alla prevenzione e al controllo della violenza e del crimine sugli animali.
Il profilo zoosadico è contraddistinto da forti connotazioni psicologiche proiettive e senso di rivalsa, che si generalizzano in seguito anche estrinsecandosi sugli altri esseri umani. Assassini, stalker, partner violenti, esponenti della malavita organizzata e delle gang malavitose, soggetti affetti da disturbo della condotta e antisociale potrebbero avere in comune un comportamento violento verso gli animali.

Alle istituzioni, in sinergia con le organizzazioni sociali, spetta il compito di educare e sensibilizzare la popolazione in età formativa ad atteggiamenti positivi verso gli animali correggendo comportamenti sbagliati che potrebbero degenerare in età adolescenziale.