lunedì 27 marzo 2017

UNA GIORNATA DI LAVORO: I FIORI DI IRIS SBOCCERANNO A GIUGNO

Il vivaista Sebastiani fa il solco per posizionare i bulbi

Schiena rotta........ e tante grazie ai volontari
I sacchetti di bulbi di Iris Hollandica comprati in Olanda

I bulbi posti nel terreno
Ne abbiamo piantati 1000 e ne sarebbero serviti di più..........
Ringraziamo tutti gli amici che sono venuti a lavorare sabato.

Questo il risultato finale che ci attendiamo.


Le specie di Iris hollandica sono piante ibride in grado di produrre una quantità davvero numerosa di fiori dalle colorazioni accese e brillanti. Sono piante ideali per realizzare bordure, aiuole, giardini rocciosi, per abbellire o realizzare fioriere e anche come fiori recisi. I fiori possono assumere colorazioni differenti: dal giallo al bronzo, dal blu al bianco. Esistono anche specie bicolori, di particolare bellezza ed eleganza. I petali non presentano alcun tipo di profumazione. Quando la pianta cresce, la forma dei petali appare come una piccola cresta di gallo. 

Ulteriori informazioni su: Iris hollandica - Iris hollandica - Bulbi - Iris hollandica - Bulbi https://www.giardinaggio.it/bulbi/iris.asp#ixzz4cVhEe618

giovedì 23 marzo 2017

"Che l'uomo si serva abitualmente della bellezza, che la bellezza diventi il nostro pane quotidiano"

Quelle del titolo sono le parole di LUIS BARRAGÀN l'architetto-ingegnere messicano amico di Clemente Orozco e Diego Rivera, due figure chiave dell'arte messicana e internazionale.  Barragan realizzò il JARDINES DE PEDREGAL a Città del Messico.

Questa citazione è come un faro: NoiXLucoli Onlus insegue la bellezza attraverso la natura ed è per questo motivo che dedica le sue energie al Giardino della Memoria di Lucoli (AQ) per arricchirlo e renderlo più bello nel tempo e soprattutto "parlante", con fiori, colori e frutti nelle varie stagioni dell'anno.
In occasione dell'ottavo anniversario del sisma del 2009 il Giardino si arricchirà di 1.000 bulbi della specie "Iris Hollandica" che saranno piantati lungo il perimetro del terreno che custodisce il Giardino della Memoria.

Il genere Iris racchiude circa duecento specie di piante della famiglia delle Iridacee, il cui fiore è comunemente conosciuto anche con il nome di Giaggiolo. Il nome del genere deriva dalla parola greca Iris che significa arcobaleno.
Nella mitologia greca, era personificato dalla dea Iris, messaggera velocissima degli ordini celesti, soprattutto di Era, che consegnava agli dei e agli uomini scendendo e risalendo gli arcobaleni dal Monte Olimpo a terra e nelle profondità terrestri e marine.
L'Iris simboleggia la fede e la speranza ma anche il desiderio di trasmettere un messaggio dove si danno buone o cattive notizie, per fare gli auguri in generale e in particolare a chi sta per iniziare qualcosa d'importante, è per questo motivo che lo abbiamo scelto per confermare il messaggio che da anni vogliamo testimoniare con questo monumento verde di Lucoli.
Nonostante la sua bellezza e il suo aspetto abbastanza riconoscibile, l'Iris è stato spesso confuso con il Giglio. La specie che cresce in Francia, ad esempio, che compariva sullo stemma dei re d’oltralpe, altro non è che un Iris. La storia narra che Luigi VII, combatté una battaglia, in cui ne uscì vittorioso, su di un campo completamente ricoperto da questo fiore, così da farne il suo emblema. Da quel momento in poi il popolo lo soprannominò fleure de Louis ossia Fiore di Luigi, ma a causa della pronuncia contratta diventò ben presto fleur de lys, ovvero Fiore di Giglio.
Continuando nella simbologia di questo fiore possiamo scrivere che nella religione cattolica, per la sua forma, l’iris è associata al mistero della Trinità. Il fiore presenta lo stelo eretto, su cui si ergono i tre petali del fiore ed, a volte, tre foglie e tre boccioli, che richiamano questo significato di natura mistica e trascendentale.
L’iris è legata anche alla Vergine Maria ed è simbolo dell’Immacolata concezione. Nelle raffigurazioni dell’Annunciazione, soprattutto nei Paesi Bassi, in luogo dei gigli appare l’iris bianca che, per la forma slanciata delle sue foglie, viene anche considerata una premonizione dei dolori della Vergine alla quale, secondo Luca, “una spada trafiggerà l’anima”. E nei paesi di lingua tedesca l’iris è chiamata “giglio a spada”. In alcune rappresentazioni della natività, l’iris azzurro o blu è il fiore che tengono in mano i pastori che si recano ad adorare la Vergine e il Bambino. 
Ricchi di un significato religioso e laico sono anche i vari colori dei fiori di iris. 
Quelli del Giardino saranno di colore viola e significano “sapienza”, virtù legata alla terza persona della Trinità, lo Spirito Santo, che viene anche definito “Spirito di Sapienza e di Intelligenza”. Tra l’altro l’iris blu simboleggia una grande fede, nell’Ottocento era considerata simbolo di un sentimento ipocrita, che svaniva senza lasciare traccia. Ma essendo un fiore “blu” era considerato anche simbolo dell’impossibile, un raffigurazione del centro che richiama il Graal.
Proseguendo nella iconografia di questo fiore riportano che il sognare l’iris indichi coraggio e saggezza, il suggerimento di prendere maggiore consapevolezza di sé, ad aumentare l’autostima, la fiducia nelle proprie possibilità. Quando si sognano di iris in tutte le sfumature di colore significa che si desidera far emergere alcuni aspetti nascosti della propria personalità. Non dimentichiamo che iris significa “arcobaleno”, cioè una realtà fatta da tante sfumature di colore che bisogna far emergere e armonizzare per vivere una vita piena ed appagante.
Altra curiosità: l’Iris con il crisantemo e la peonia è un fiore nazionale del Giappone. Specificatamente: essendo primaverile, l’iris (shohu) è sinonimo di rinascita, di purificazione e protezione. Le sue foglie vengono usate per il bagno (protezione del corpo contro le malattie e dagli spiriti maligni), poste sui tetti delle case (protezione contro le influenze negative dall’esterno e contro gli incendi), il fiore è addirittura coltivato sui tetti di paglia delle case.
Il 5 maggio in Giappone è il giorno dell’iris, i giapponesi fanno il bagno d’iris per assicurarsi tutti i vantaggio della sua simbologia.
Gli Iris del Giardino appartengono alla specie Hollandica e fioriranno a giugno. La messa a dimora con i nostri soci è prevista per sabato 25 marzo 2017.
1889 - Iris di Vincent van Gogh.

venerdì 17 marzo 2017

Giardino della Memoria di Lucoli iniziano i lavori di mantenimento per il 2017

Fare volontariato in un piccolo territorio, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo a un pozzo. 
Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo o interesse locale devono tenere conto di questo fatto: perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione e diffidenza.
In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. 
Per i nostri soci è stato difficile provare ad essere innovatori, ideando il Giardino della Memoria del Sisma del 2009 (di alberi.... poi..., ce n'erano tanti). 
Mela rossa d'estate del Giardino della Memoria
Ci siamo confrontati con due blocchi di pensiero, quello dei "ripetenti" e quello degli "scoraggiatori" militanti. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia, della costanza e del donarsi agli altri.
È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi, non ci si mischia poi con i "non residenti" ai quali in gran parte appartengono i nostri soci. 
Con queste premesse, ben declinate dallo scrittore Franco Arminio e che condividiamo, come si fa ancora a cercare di portare avanti progetti di volontariato locale, come si fa a non arrendersi? 

Noi il territorio lo abbiamo scelto anche se talvolta lo subiamo. 
Siamo arrivati da fuori, dopo il terremoto, con un piglio e una disponibilità diversi, promuovendo la bellezza e l'apertura e speriamo che il tempo ci dia ragione. Abbiamo provato a suscitare dinamiche contrarie allo spopolamento: abbiamo cercato di agitare le acque, perché pensavamo ad una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.
Il Giardino della Memoria del Sisma, un monumento verde donato a tutta la comunità, voleva anche essere il cuore pulsante di nuove idee, centrate sul ricordo e su un progetto botanico di frutti antichi, sono passati sette anni ed è ben vivo, rivelandosi uno dei luoghi antropoformizzati più belli di Lucoli. 
Il Giardino della Memoria del Sisma - Foto Roberto Soldati
Noi non abbiamo mollato e curiamo le piante del Giardino con sempre rinnovato interesse e risorse private (che sono scarse per tutti). Ogni anno in prossimità dell'anniversario del sisma apportiamo qualche innovazione o realizziamo migliorie.
Ieri abbiamo iniziato a prepararlo per la primavera con le potature, le concimazioni e togliendo le protezioni invernali.
L'ulivo proveniente da Gerusalemme, a ricordo dello tzunami del Giappone, viene scoperto

La potatura degli alberi
Quest'anno metteremo a dimora 1.000 rizomi di Iris Hollandica (è una pianta perenne alta fino a 65 cm, con un rizoma sotterraneo nodoso che ogni anno emette nuove foglie e scapi fiorali. I fiori sono appariscenti generalmente di colore viola scuro. Fiorisce a giugno. Vive bene nei luoghi montanilungo il perimetro del Giardino le fioriture abbelliranno ulteriormente il luogo, i rizomi si inselvatichiranno.

mercoledì 8 marzo 2017

LA GRAZIA DI ESSERE FRAGILI

The Grace of Being Fragile 

di Franco Arminio

Like the fissure that crosses a house hit by an earthquake, placeology is the fissure of impatience that crosses me. Without an earthquake, placeology would not make any sense. My first book is titled Viaggio nel cratere (“A trip into the crater”), and maybe this should have been the title of all my other books as well. They all continue that book—for I never left that crater. More than a crater, it feels like a uterus. And I am inside it, with my body and with my place (paese) inside my body, with my place and my body inside my place. The fissure won’t close. Writing fertilizes it, and so I become a farmer of the fissure, the manager of my discontent. I use the intimate side of my fissure as I say these things. In these very days, I used the other side—the civil one—to write up a proposal for an area of Basilicata. There, the mayors appointed me as technical spokesman. There, I was called to indicate the expected outcomes, the actions to achieve these outcomes, the ways to check these outcomes, the timescale to achieve them. After you’ve kept your tongue in check for a few days, after you’ve kept the brakes on, finally comes the tongue I like—the tongue moving downhill, the body crashing into the page. Placeology, then, is like scattered limbs after a huge accident: here an arm and a foot, there the heart, there the spleen. In such a text, it doesn’t make much sense breaking writing into paragraphs, paragraphs themselves don’t make any sense, and tables and charts even less so. I could say that I just went to the bathroom after five days of constipation, and, before I started writing, I thought that nothing would be like it was before, I thought that my tongue would take another path, and even the discourse on placeology would take another tack. I even had some coffee. Today it is as if I feel committed to contribute to collective despair. The place (paese) is a pledge: those who stay there must be either moderately or very unhappy. There are no other possible conditions. The placeologist doesn’t live in the place, he crosses it, he moves through it even as he stays put: moving through is placeology’s natural condition. Passing by and gazing, a sort of voyeurism of the outside world. I don’t live inside the world, I spy on it. The world is beyond the window. And if the world is inside, I am outside. A feeling of fragility comes from this implacable exile. I often speak of community, and I put a lot of energy in creating what I call “Temporary Communities,” but then I am the first to admit I am not able to live in them. I don’t even live in this text, I unroll it like a carpet. All of a sudden, the carpet is finished and I haven’t covered anything; the only thing that remains is the time I’ve spent unrolling it. And here comes the issue of death, which is, after all, the typically placeological issue. This morning, as I was getting dressed, I thought that sooner or later we all die. It’s a very common thought—and still, it was different from the same thought I had so many times. It wasn’t a dark or trembling thought, it was a somewhat dull thought, the premise for a yawn rather than a panic attack. I’ve triggered this intensity by thinking of my own death, but it’s not a given that this formula always works. It might be that sometimes death doesn’t heat the soul, and so not even writing makes any sense. For words, in that case, don’t help me frighten death or dilute it; they only help me pass the afternoon. And here comes a sublime definition of placeology: everything that helps you pass the afternoon in a place. The critical time is between 4 and 6 pm. Today every minute looks critical to me—even every second—but this is another story. For me the afternoon is the time of chocolate, the time when my happiness pays me a visit and I welcome it with open arms. There are people that tell others about how they became good and beautiful and luminous. These people send encouraging messages to the world. Recently, I have also tried to send encouraging messages; I have tried to say that a place in the Italian South can be a wonder. It’s something I can only say to people that live far away from places. The day before yesterday the landscape between San Mauro Forte and Craco looked like a mystical landscape to me. I’ve taken pictures of lonely trees on ploughed hills. I had the feeling that that landscape was everything to me. Nobody passed by. And I was inside a church, I crossed it in my car—but it was a church. Placeology offers this kind of illumination—not frequently, but still sometimes. I spent two perfect hours, I took nice pictures, I loved each and every one of those trees—and they loved me back. I will visit them when it’s sunny, I’d like to have a photo-exhibit about the loneliness of the Basilicata trees. Rarely do people give me such a beautiful feeling as the one that came three days ago from these Basilicata trees. People point out, clarify, add, they pull you from one side, they drag you, leave you, people make and unmake deals with your presence and your absence, they speak with silence and with words. Trees have the same code of silence as the dead—I’m talking about winter trees. I love summer canopies less. In canopies everything can hide. I love to see the branches, to see how they scratch the air, and breathe the air that has been hurt by branches. I don’t know when the things I am talking about will cross with the grace of being fragile. I certainly don’t know the opposite condition: the poverty of being strong.

Now, I like the way this writing is going. My job is to draw up words, I am confident that a hint of placeology will appear between the lines, above or below words, on their back or belly, words have their back turned to the sky, they stretch out, with their belly on the floor. Each writing is a raft placed on the paper’s terra firma. The grace of placeology lies in being a dry shipwreck. Or in that, from one page to the next, you pass from being a castaway to being dried-out. Placeology doesn’t talk about places, but about those who cross them, it talks about the creatures that live in places, but its gaze is not an asserting one, it doesn’t require any supplementary analysis. It’s a quick look, a short walk with friends, a temporary proximity. I don’t know how and when this writing is going to end, I am not telling a story, nor am I describing a place, I am just doing placeology, that is, I am writing down words and it’s up to me to decide when to stop. Outside, there’s the January sky. The dead lay in the graveyard, my son is whistling, the electrical wires are lit by a beam of sun, the snow on the rooftops sometimes reveals a tile. I am saying too much, and still I am not quite able to get close to a saying as a pure saying, as a pure being in the world of words. Placeological writing doesn’t push you anywhere, and when it does it, it does it by way of approximation, it does it for lack of a better way of doing it. Writing is not to hit reality, it’s to move toward reality and dodge it at the very last moment. Readers must see this jolt. It takes agility to write well, it’s a job for gymnasts. Think of workouts with trestles. You stay on the apparatus in order to avoid it. Maybe something similar also happens with love. It’s not lying in or on one another, it’s dancing toward one another, the beauty of dancing consists in concentrating the movement’s width within a minimum possible space. I embrace you, I hold you—and still some room remains, we feel free, we don’t suffocate. Intimacy and distance are a beautiful intertwinement to manage a territory as well as to live in a place or a love story, to write a poem or a piece of prose. Those who are simply mutually intimate or distant, fly as if with one wing only. Maybe one can only fly with one wing, but it must be made of two half-wings, the wing of distance and the wing of intimacy. The concepts of placeology are few. I’ve just described one of these. Another one is that of choral autism. We’re in the oxymoron’s heart. Community as a heap of autistic ruins, autistic ruins as the only possible community. Solitude and company are like the faces of a Möbius strip, where inside and outside ceaselessly change their sign. It’s the same for the algebra of affects, too. You add, and you find yourself with a minus, you subtract and find yourself with a plus. And so, to save the places of inner Italy you don’t have to think about adding, you don’t have to think of them as places where something is missing—something we must put there. Each place is a text. A place can be a tale or a poem, it can be a novel or an aphorism. You have to work with the rule of language more than with those of politics. A place must be helped to live in its language, to grow in its word or its silence, to become more and more translucid, eloquent. You have to work on society, you have to create laws for the people, you have to leave the places alone. A place is a mythical body, a mystical body that cannot be wrapped in the shroud of actuality. You have to leave this body its own dust, its own light. Placeology doesn’t love shroudings, it rather has to do with scraping and leaves pipes and wires in view. Here lies the grace of exposing oneself, of being exposed. And here lies the fragility of this grace, too.


(Translation by Serenella Iovino)
Lucoli's Abbey - Roberto Soldati photo
Si ringrazia lo scrittore Franco Arminio per aver potuto fruire del suo testo.